L’incidente catalano

Editoriale di Mauro Seminara

Se c’è una immagine che resterà scolpita per sempre nella memoria sul giorno dell’indipendenza catalana è sicuramente quella degli agenti della Guardia Civil che picchiano colpi di manganello sui Vigili del Fuoco della Catalogna. Ce ne sarebbero anche altre a fare da contorno, come quella del Mossos d’Esquadra che ingaggia una rissa con la Guardia Civil per l’eccesso di gratuita violenza sotto i loro occhi, ma poi bisognerebbe passarle tutte in rassegna e ci perderemmo in un mare di feroce violenza esattamente come ci si è persa la Spagna. L’analisi di questo momento di torbida follia è stata fatta, proposta e riproposta, ma per guardare le cose senza filtri non c’è neanche bisogno di recuperare la storia di vecchie repressioni e nuove recessioni. Si inquadra da se. Un popolo, annesso con la forza ad uno Stato che non ha mai completamente riconosciuto quale patria, decide di interrogarsi con una consultazione sulla volontà di continuare a farne parte. La sedicente “madre patria” ricorda al popolo in questione che la Carta Costituzionale non gli consente di indire un referendum con questo oggetto consultivo. Ma ai catalani poco importa di una Costituzione che appartiene allo Stato di cui non vogliono fare parte. La Catalogna indice il referendum per il primo giorno di ottobre, malgrado i moniti di Madrid, e l’acronimo “1-O” – che indica appunto la data del referendum – passa alla storia. Guadagna le pagine del libro di storia per la determinazione dei catalani, per la stupidità del Governo di Spagna, per la efferatezza della Guardia Civil e per il numero di feriti.
La stupidità è quella che sorprende maggiormente. La consultazione era stata irrevocabilmente sentenziata illegale e, qualunque fosse stato l’esito, la Spagna avrebbe potuto non tenerne conto. In ogni caso, così come di fatto ha dichiarato il premier al termine del bagno di sangue che ha coperto le strade e le scuole catalane. Ma il geniale Mariano Rajoy ha deciso che la Catalogna non doveva consumare questo delitto e che per questo andava repressa. Si fosse chiamato Francisco Franco, forse sarebbe stato più comprensibile. Eppure qualcosa che lega Mariano Rajoy a Francisco Franco c’è: la Guardia Civil. Questi agenti degni di una spietata milizia di mercenari che sfoggiano ancora mostrine con il fascio, la spada e la corona. Tanto che la repressione messa in atto meritava l’applauso dei fascisti veri, di quelli ormai sepolti sotto metri di terra. Scuole distrutte, dita spezzate, pallottole di gomma sulla folla, urne sequestrate, persone scaraventate giù per le scale come fossero l’esercito di un Paese invasore da cui doversi difendere con ogni mezzo. Il risultato è uno ed uno soltanto, e va al di la dello spoglio referendario: la Spagna ha perso la Catalogna per sempre. Perché mai un catalano potrà dimenticare cosa ha avuto il coraggio di fare la sua sedicente “madre patria”.
Un bel risultato portato a casa da Rajoy . Carles Puygdemont conia immediatamente la giusta frase: la vergogna non verrà mai dimenticata. Ma sfugge al momento altra e ben più grave vergogna. Una vergogna che atterrisce. La misera comparsa dell’Unione europea. Quella che è in grado di stabilire solo ed unicamente l’irreversibilità dei trattati. Quella meschina unione di Stati che ha assistito fino all’alba del primo ottobre ad uno scontro annunciato senza muovere un dito. Senza provare ad intervenire all’interno dei propri confini, come se la secessione catalana fosse un problemuccio interno della Spagna che nulla poteva riguardare la grande, moderna e democratica Unione europea. Ma se per l’Ue è lecito assistere ad una guerra civile entro i propri confini, causata da “irreversibili” trattati o Costituzioni che non permettono l’indipendenza di una regione da uno Stato, cosa accadrebbe se uno Stato membro dell’Unione e partner dell’Eurozona volesse recedere dall’irreversibile accordo comunitario? Se l’Italia decidesse unanimemente di volersi tirare fuori dalla fossa dei cravattari, l’Unione europea la attaccherebbe con le Forze della Nato?
Il senso dell’Unione europea dovrebbe essere quello di un insieme di popoli che decidono di costituire una grande confederazione di Stati finalizzata a leggi comuni ed un Parlamento unico con potere legislativo in cui ogni etnia trova la propria equa rappresentanza. La lotta per l’indipendenza catalana ha dimostrato a tutti i cittadini europei che lo Stato non ci rappresenta più, che rappresenta ormai solo se stesso e che l’Unione europea non è la sede della democrazia. I catalani, senza volerlo, hanno creato un incidente storico. Adesso sappiamo con certezza che il popolo non può decidere e che gli “eletti” dominano, anche con la forza se necessario al mantenimento degli accordi sovranazionali. Sembra ieri che l’Ucraina è stata vittima di scontri e fucilate sulla folla per ottenere l’annessione all’Ue. In quel caso il popolo poteva decidere e revocare ciò che voleva, poteva destituire il proprio presidente e poteva cambiare drasticamente politica ed ideologia. Questa è una Unione in cui si entra vivi ma si può uscire soltanto da morti. Oppure si può uscire con la morte dell’Unione europea. Quanto tempo ci vorrà prima che la cancrena che ha aggredito la Spagna raggiunga Bruxelles e Strasburgo non è dato saperlo. Possiamo solo ipotizzare la sequenza. Quando un Paese, o una Regione, si renderà conto della propria ricchezza e dello sfruttamento che subisce, questo pretenderà di tirarsi fuori dalla mandria che va alla mungitura e chiederà indipendenza. Allora subentrerà la repressione con l’uso della forza, ed altri Paesi o Regioni apriranno gli occhi rendendosi conto di non voler fare parte di tale sistema; e la guerra civile si diffonderà a macchia d’olio. La prossima potrebbe essere una Regione italiana, un’altra Regione spagnola, forse addirittura uno Stato. Almeno, grazie ai catalani, sappiamo che il raggiungimento dell’obiettivo non avrà nulla di civile e democratico: si va in battaglia come ai vecchi tempi.

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