Lotta alle “Fake News”, la libertà di espressione in rete verso il capolinea

Mentre Facebook aumenta i propri sforzi contro il razzismo in rete l'UE intende dotarsi di nuovi strumenti che rischiano però di ridurre drasticamente la libertà di espressione individuale

Secondo il testo approvato ieri dai deputati dell’Europarlamento, le normative esistenti che si applicano alle piattaforme online devono essere aggiornate all’era digitale. Che di per sé non è sbagliato. Per rafforzare la protezione dei consumatori e della privacy e, allo stesso tempo, sviluppare il potenziale delle piattaforme online, i deputati vogliono che la Commissione investighi e relazioni su possibili abusi di algoritmi che possano causare discriminazione, concorrenza sleale e violazioni della privacy. Il testo contiene anche altre richieste per la Commissione, tra le quali la definizione delle procedure di notifica e di rimozione dei contenuti testuali o multimediali illegali e l’analisi di possibile ulteriore legislazione la diffusione di contenuti falsi. Le stesse piattaforme online dovranno prendere alcune misure per assicurare il rispetto della privacy degli utenti e informazioni accurate, per contrastare le fake news e combattere la pubblicazione di materiali e contenuti falsi autoregolamentandosi.

Tra i più solerti in proposito spicca al momento Mark Zuckerberg che pare stia lavorando alacremente per dotare Facebook degli strumenti necessari alla lotta contro le fake news. L’annuncio di Zuckerberg è stato ovviamente affidato al profilo personale Facebook dello stesso ideatore: “Stiamo iniziando un nuovo blog su una “difficile questione” per discutere apertamente i grandi problemi della società sollevati dai social media”. Grandi sforzi che prevedono, come da invito dello stesso Mister Facebook, anche la collaborazione degli utenti. Ma tutto ciò risulta ad oggi ben più che una “difficile questione” e rischia di trasformarsi in una nuova epoca degli untori. Solo che in questo caso gli untori possono anche essere virtuali, ma le conseguenze potrebbero trasformarsi in reali e fisiche. In qualche modo sarebbe come pretendere che un cittadino al bar e nel proprio tempo libero non possa sproloquiare con gli amici, magari raccontando una “barzelletta sporca”.

Il magnate ungherese George Soros
one. Ma questa guerra alle fake news – ed al terrorismo che però viene già combattuta con l’arresto ancor prima della censura – scava in tempi e luoghi non sospetti e potrebbe essere qualcosa di ben diverso da ciò che si vuol fare intendere. Non dubitiamo certo della buonafede degli europarlamentari che intendono regolamentare un mondo infinitamente più veloce della capacità di legiferare dei singoli Stati sovrani. Ma non bisogna comunque dimenticare tutti gli studi commissionati da una persona ormai notoriamente legata ad ambienti para-governativi di nome Soros. Il miliardario ungherese, annoverato tra i trenta uomini più ricchi del pianeta, da circa sette anni commissiona e riceve relazioni sulle dinamiche del web e dei social. Lo studio dello speculatore di Budapest naturalizzato statunitense era incentrato su una questione tanto particolare quanto spinosa: perché le persone maturano opinioni diverse da quelle proposte, o propinate, dai media massicciamente allineati sulla comunicazione? Neanche a dirlo, ma il risultato finito sul tavolo di Soros – si suppone quindi su molti altri tavoli compreso quello dei manovratori dell’Euro – è stato semplice: le persone condividono informazioni sui social e formano la propria opinione in rete.

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