Tunisia, fiducia a Hichem Mechichi ma Ennhadha guadagna forza

Con 134 voti a favore e solo 67 contrari, il Parlamento tunisino ha così conferito la fiducia a Hichem Mechichi, ex ministro degli Interni e uomo di fiducia del presidente Kais Saied. La proposta è di un Governo di tecnici per navigare la Tunisia fuori dalla crisi che vede la disoccupazione al 18%, ma il rischio che Ennhadha possa condizionare alcune scelte per Ministeri chiave è dietro l'angolo

Il nuovo capo del Governo tunisino, Hichem Mechichi, insieme al presidente Kais Saied

di Mauro Seminara

La Tunisia, che già aveva profonde ferite economiche da curare dopo la dittatura del longevo tiranno Ben Alì e la rivoluzione del 2011 che lo ha costretto alla fuga, si trovava in cattive acque nella sua neonata democrazia e ancor più torbide con l’accordo siglato con il Fondo Monetario Internazionale che l’ha costretta al percorso di riforme imposto e non positivo per la ripresa finanziaria che doveva necessariamente passare per quella culturale. La recente richiesta di aiuti internazionali ha inoltre trovato solo una misera elemosina, fatta però a caro prezzo. Come quella dell’Italia, che a fronte di una manciata di milioni di euro pretende la chiusura delle partenze irregolari di tunisini in crisi economica costretti ad emigrare. Una chiusura che, tra le altre cose, perché possa essere efficace, vedrebbe l’impiego di tutta la generosa vicinanza italiana. Pochi milioni di euro quindi da investire in pattugliamenti in terra e mare ed il rafforzamento del potenziale di controllo della frontiera. Questo il quadro sommario di un Paese che nel frattempo aveva da rinnovare il proprio Governo nazionale. Lo ha fatto questa notte, con il voto favorevole a Hichem Mechichi (in foto). Con 134 voti a favore e solo 67 contrari, il Parlamento tunisino ha così conferito la fiducia all’ex ministro degli Interni e uomo di fiducia del presidente Kais Saied.

Un punto a favore ed uno contrario nella lotta tunisina all’autonomia democratica ed alla navigazione fuori dalle acque della colonia sud europea e del Paese del nord Africa di “serie B”. Il costituzionalista professor Saied, giurista e docente di diritto costituzionale, ha adesso al suo fianco il primo ministro Hichem Mechichi, anch’esso giurista e già collaudato ministro. La nuova formazione del Governo con a capo Mechichi però comporta un prezzo da pagare come in ogni lunga notte parlamentare per la fiducia ad un nuovo premier per una nuova squadra di Governo. Per quanto possa essere stata determinante la proposta dell’ex ministro di costituire un Governo composto da tecnici, esperti nelle rispettive specifiche materie, che dovrebbero poi affrontare la colossale sfida di risolvere alcuni dei maggiori problemi che affliggono la Tunisia. Primo fra tutti la corruzione rimasta in eredità dal lungo potere di Ben Alì. Determinante per la fiducia al nuovo Governo anche il voto del partito islamico Ennhadha, elevato a partner parlamentare già dal deceduto ex e primo presidente democratico della Tunisia Beji Caid Essebsi con l’intenzione di costituire una più ampia alleanza parlamentare ed indurre l’allora movimento islamico alla moderazione politica. La corrente ideologica religiosa di Ennhadha però non si era smussata più di tanto in questi anni e la presenza determinante a questo giro parlamentare per l’esecutivo tecnico capitanato Hichem Mechichi potrebbe riservare già nelle prossime ore delle contropartite nella scelta dei tecnici cui affidare alcuni ministeri, oltre che una forza di rilievo in Parlamento.

Come riporta Ansa, la promessa di Mechichi è quella di “un Governo di azione, successo, efficienza e cambiamento che cercherà soluzioni innovative alle questioni nazionali, tenendo conto dei mezzi a disposizione del Paese”. Ma la stessa agenzia spiega che la disoccupazione in Tunisia ha raggiunto il 18% e il crollo del Pil è ormai quantificato al 12%. Negano opportunità di risalita la pandemia che ha colpito anche o soprattutto i partner europei e la guerra in Libia che ha determinato la rottura di molti rapporti commerciali tra i due Stati. Il sostegno del Fondo Monetario Internazionale, da cui l’Italia si salvò miracolosamente con il Governo tecnico guidato da Mario Monti, nel corso del 2012, non ha prodotto un contributo risolutivo per la Tunisia e il fardello ereditato da Saied lo vede adesso costretto alla richiesta di aiuti da altri Paesi. Tra questi la vicina Italia. Ma nei rapporti con il primo partner europeo si mette di mezzo adesso una scarsa lungimiranza in politica estera del Governo Conte bis e le pressioni populistiche italiane sul flusso migratorio dalla Tunisia che ha due aspetti opposti: da una parte la necessità tunisina di lasciare che le persone possano migrare per cercare altrove forme di sostentamento e dall’altra la pretesa italiana che nessun tunisino debba lasciare il Paese per raggiungere in modo irregolare l’Italia. Questo incastro costituisce quindi la leva per un ricatto in cui l’Italia propone pochi milioni di euro di aiuti pretendendo come già detto la completa chiusura del flusso migratorio dalla Tunisia con il conseguente rischio di tensioni sociali nel vicino Paese partner nordafricano che produrrebbero gravi probabilità di rivolte e ondate migratorie maggiori oltre che chiaramente l’instabilità di Tunisi. Un rischio che porta con se conseguenze gravissime vista la già grave instabilità della Libia con il suo conflitto interno ma internazionalizzato. Sarebbe un altro piatto appetibile servito al presidente turco Erdogan che nel nord del Continente africano sembrerebbe voler spargere bandiere della Turchia.

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