Sea Watch 4 vicino Lampedusa, naufraghi colpevoli di essere vivi

La nave delle Organizzazioni non governative Sea Watch e Medici Senza Frontiere che ha soccorso 202 persone tra il 22 ed il 24 agosto in area SAR libica attende un porto sicuro in cui farli sbarcare ma le condizioni meteo l'hanno costretta a riparare vicino Lampedusa. Secondo l'ordinanza del presidente della Regione Siciliana nessun migrante potrebbe sbarcare in Sicilia anche se naufrago tutelato dal diritto internazionale. La nave quarantena Aurelia attende da giorni che il mare consenta l'attracco a Lampedusa

La nave "Sea Watch 4" gestita dalle Ong Sea Watch e Medici Senza Frontiere

di Mauro Seminara

La nave che eredita nome ed esperienza del team della organizzazione non governativa tedesca Sea Watch si trova a 12 miglia nautiche ad est di Lampedusa. Un punto di riparo obbligato per la “Sea Watch 4” di Medici Senza Frontiere e Sea Watch che ha a bordo 202 persone soccorse in tre distinte operazioni SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso) al largo della Libia. Unica nave pronta ad intervenire quando le condizioni meteo marine volgevano al peggio ed i trafficanti mettevano comunque in mare persone destinate a morte certa. Come è accaduto per i quattro naufragi costati la vita ad oltre cento persone, tra le quali anche bambini. Quando la Sea Watch 4 ha iniziato ad allontanarsi dalla SAR zone libica, il bollettino meteo la vedeva già in ritardo rispetto alla perturbazione in arrivo. Dalla plancia di comando è stata comunicato alle autorità italiane, maltesi e dello Stato di bandiera la condizione a bordo e la richiesta di un place of safety (un luogo sicuro di sbarco per i naufraghi), ma fino a ieri sera nessuna risposta è stata ricevuta dal comandante della nave soccorritrice.

La Sea Watch 4 si è diretta verso il triangolo pelagico composto dal Canale di Sicilia, con la costa sud siciliana, le Pelagie e Malta, ma quasi due metri d’onda l’hanno costretta a tornare indietro e ridossarsi – per quanto possibile a quella distanza dalla costa – ad est della maggiore delle Pelagie. Non le è stato concesso di entrare in acque territoriali per riparare le persone che ha a bordo dalle onde. La Sea Watch 4 non è stata autorizzata malgrado proprio a Lampedusa, da qualche giorno, gironzola avanti ed indietro al riparo dalla perturbazione la nave “Aurelia” della compagnia di navigazione SNAV. Questa, in perfetta coincidenza con il bollettino che annunciava la probabile difficoltà di attracco a Lampedusa, aveva lasciato la costa siciliana di Trapani per andare a Lampedusa ad imbarcare altri migranti da isolare a bordo. Secondo gli annunci, o i titoli sbagliati di alcune testate giornalistiche, per svuotare il centro di prima accoglienza dell’isola. Cosa che per potersi verificare pretenderebbe almeno altre tre navi del genere se non di più. Sull’isola infatti ci sono circa 1.400 persone migranti, ospiti rispettivamente del centro di prima accoglienza (oltre 1.200) e della Casa della Fraternità della Parrocchia (circa un centinaio).

La Aurelia, 150 metri di nave (foto sopra), si sposta in continuazione a mezzo miglio dalla costa pelagica per “ballare” meno in attesa di poter attraccare a Cala Pisana, scalo alternativo di Lampedusa utilizzato solo per operazioni di questo genere. La Sea Watch rimane in balìa del mare a dodici miglia dalla costa di Lampedusa in attesa di un porto che probabilmente nessuno le assegnerà. Come accade alla nave mercantile Etienne, ferma a 14 miglia sudest di Malta con 27 naufraghi che attendono un porto sicuro di sbarco da 21 giorni. Ventisette persone, esseri umani, che nessuno vuole accogliere da nessuna parte, per non perdere terreno sulla cinica partita politica internazionale che vedrà vincitore il più abbietto “protettore dei confini”, ed una nave mercantile con il suo equipaggio sequestrati per aver ottemperato alle convenzioni internazionali e – soprattutto – alla sacra legge del mare. Lo stesso destino si prevede adesso per la nuova nave Ong che appena in tempo è scesa nei mari la cui competenza di ricerca e soccorso è stata affidata incoscientemente alla Libia, salvando 202 persone da morte certa già raggiunta da altre cento, alcune delle quali rapinate da banditi che hanno aperto il fuoco sulle taniche di benzina che avevano a bordo.

A rendere perfetto il cerchio della crudeltà ci si mette anche il siparietto elettorale con la inutile ordinanza n. 33 del 22 agosto, contingibile e urgente, firmata dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci (in foto). La suddetta ordinanza, non impugnata dal Governo forse proprio perché già di per sé illegittima, ha però in seno uno dei tre articoli che al Governo che ha mantenuto vigenti i “decreti sicurezza” di Matteo Salvini e firmato anche a quattro mani ministeriali il decreto “porti non sicuri” del 7 aprile potrebbe non dispiacere. In piena continuità con la criminalizzazione del soccorso marittimo, l’articolo 2 dell’ordinanza di Nello Musumeci vieta lo sbarco sul territorio siciliano di migranti. “Al fine di tutelare e garantire la salute e la incolumità pubblica, in mancanza di strutture idonee di accoglienza, è fatto divieto di ingresso, transito e sosta nel territorio della Regione Siciliana da parte di ogni migrante che raggiunga le coste siciliane con imbarcazioni di grandi e piccole dimensioni, comprese quelle delle O.N.G.”. Questo recita l’articolo 2 dell’ordinanza presentata dal governatore siciliano come un atto di rispetto nei confronti degli esseri umani, negando però – in linea del tutto teorica non avendo competenza in materia di demanio marittimo, infrastrutture, trasporti e soccorso SAR che sono prerogativa del Ministero dei Trasporti e del MRCC Roma gestito dalla Guardia Costiera italiana – un porto sicuro agli esseri umani naufraghi che vedono nelle coste siciliane il primo approdo utile.

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