Una smentita che vale come una ammissione di responsabilità

Tra il pomeriggio e la sera dello scorso 26 giugno si è verificato ancora una volta un caso di respingimento collettivo (push back) delegato alle autorità libiche, legittimate ad intervenire dagli accordi bilaterali stipulati con Malta e con l’Italia, assistite dalla missione della Marina Militare italiana Nauras, che rientra nel quadro dell’Operazione Mare Sicuro, e guidate nei loro avvistamenti da assetti aerei di Frontex

di Fulvio Vassallo Paleologo

Negli ultimi mesi la situazione delle partenze dalla Libia è diventata sempre più confusa, i numeri sono aumentati, anche se rimangono assai ridotti rispetto agli anni dal 2014 al 2017. Come riferisce Sergio Scandura di Radio Radicale, dal 25 giugno sono partite dalla Libia diverse centinaia di persone, 618 di queste sono state catturate e respinte da motovedette libiche, donate dall’Italia dal governo ai tempi di Gentiloni e Minniti, 43 persone sono state recuperate dalla nave Mare Jonio della ONG Mediterranea, altri 118 naufraghi, soccorsi da Ocean Viking due giorni fa, sono ancora in attesa dell’indicazione di un porto di sbarco da parte del governo italiano.

Sono intanto ripresi i tentativi di strumentalizzazione da parte di chi fa campagna elettorale, compiacendosi per le centinaia di persone che la sedicente guardia costiera “libica”, con l’aiuto di Frontex e delle autorità di alcuni stati europei, riesce a bloccare in acque internazionali ed a riportare a terra. In un territorio in cui le persone, comprese donne e minori, vengono fatti scomparire, magari dopo la notizia della loro “liberazione” e rimangono in balia delle milizie armate, come merce di scambio, vittime di torture e di abusi sessuali. Continua lo stillicidio degli annegamenti, o delle morti per inedia, a bordo di imbarcazioni che nessuno vede per non essere obbligato a lanciare una operazione di soccorso. Mentre si moltiplicano gli attacchi contro le organizzazioni non governative, oggetto, anche da parte di questo governo, di un trattamento fortemente discriminatorio e di una serie di misure amministrative che hanno tentato di bloccarne le attività.

Tra il pomeriggio e la sera dello scorso 26 giugno si è verificato ancora una volta, a circa cinquanta miglia a nord est di Misurata, un caso di respingimento collettivo (push back) delegato alle autorità libiche, legittimate ad intervenire dagli accordi bilaterali stipulati con Malta e con l’Italia, assistite dalla missione della Marina Militare italiana Nauras, che rientra nel quadro dell’Operazione Mare Sicuro, e guidate nei loro avvistamenti da assetti aerei di Frontex. Un coordinamento operativo documentato in modo inconfutabile in occasione della strage del 13/14 aprile di quest’anno, in base alle tracce delle rotte dei velivoli europei e delle imbarcazioni private inviate da Malta, coinvolte nel respingimento collettivo. al comando di un intermediario d’affari assurto al rango di rappresentante del governo di La Valletta in Libia.

Alle ore 16,39 del 26 giugno. IMRCC Roma (la Guardia Costiera) trasmetteva alle unità in transito un messaggio: un gommone è in pericolo con 40 persone a bordo (ne indicava la posizione), e tutte le navi nelle vicinanze avrebbero dovuto dunque dirigere sul posto e prestare assistenza, prendendo contatti con le autorità libiche. In realtà in quel comunicato si rinviene l’assunzione di una precisa responsabilità di coordinamento, almeno fino a quando non fosse intervenuto un coordinamento (MRCC) di un altro paese in grado di completare l’operazione di soccorso fino allo sbarco in un porto sicuro. Che secondo tutte le agenzie internazionali, ma non evidentemente per la Marina militare italiana, la Libia, nell’attuale situazione di frammentazione territoriale e di guerra civile, non è in grado di garantire.

Le autorità italiane, in particolare la Centrale operativa della Guardia costiera MRCC avevano lanciato l’allarme, senza però avviare il coordinamento dei soccorsi coinvolgendo le unità militari italiane presenti nel Mediterraneo centrale, che sarebbero potute intervenire, adducendo che il barcone da soccorrere si sarebbe trovato ancora nella cd. area SAR “libica” e che dunque la responsabilità toccava al coordinamento “libico” ed in particolare al JRR, che sarebbe il centro unico di comando delle operazioni di soccorso che in tutti i paesi del mondo, dove esiste davvero, si chiama MRCC. Al dispaccio diffuso ai naviganti dalle autorità italiane non seguiva alcun comunicato stampa sul luogo o sulla natura dei soccorsi, delegati di fatto ai libici. Il ministero della difesa ha avvertito l’esigenza di un articolato comunicato stampa solo quando i fatti successivi hanno acquistato rilevanza pubblica. Al di là delle navi coinvolte, rimane il fatto che dopo il messaggio di allerta emanato da MRCC, la Centrale operativa di coordinamento della Guardia costiera, nessuno dai comandi di Roma abbia ritenuto necessario promuovere una azione immediata di ricerca e salvataggio, limitandosi a ritenere che i soccorsi sarebbero stati di competenza delle autorità libiche. La ministra Lamorgese del resto non ha mai perso occasioni per lodare gli accordi conclusi nel tempo con il governo di Tripoli.

Secondo alcune ONG, le unità militari europee presenti in zona, seppure a distanza notevole, ma in grado di intervenire più rapidamente dei libici per la loro maggiore velocità, avrebbero atteso l’arrivo delle motovedette da Khoms. Anche se nella stessa zona erano pure operativi assetti navali stranieri dell’Operazione europea IRINI e diversi assetti aerei di vari paesi. Su questo “affollamento” di una zona di mare nella quale le persone sono condannate a languire giorni prima di essere soccorsi, non si rinviene da tempo neppure uno straccio di comunicato ufficiale, al punto che la ridda di ipotesi poteva espandersi all’infinito. Dai tempi dell’Operazione Mare Nostrum ad oggi è davvero cambiato tutto, ma non nelle Convenzioni internazionali, bensì nella politica e forse anche nei cuori di chi decide sullo schermo di un computer della sorte di decine di esseri umani.

La Guardia costiera, dopo i casi Diciotti, è stata condannata ad operare solo all’interno delle nostre acque territoriali, mentre non risultano interventi di soccorso operati di recente dalle navi della Marina militare italiana che in passato si erano distinte per la loro attività di ricerca e salvataggio. Da mesi, ma soprattutto dopo lo scoppio della pandemia da Covid 19, le notizie sui soccorsi nel Mediterraneo centrale sono coperte dai governi o tenute ai margini della cronaca, mentre manca quasi del tutto la comunicazione istituzionale, che negli anni dal 2014 al 2018 dava puntualmente notizia dell’importante ruolo di soccorso in alto mare operato, in sinergia con le ONG, dalla Marina militare e dalla Guardia costiera italiana.

In questa ultima occasione, è stata diffusa dalle ONG l’informazione della presenza di una nave militare italiana in una zona dalla quale avrebbe potuto operare un intervento di soccorso prima che sopraggiungessero le motovedette libiche, in modo da garantire ai naufraghi lo sbarco in un porto sicuro, come prescritto dalle Convenzioni internazionali. Si deve ricordare al riguardo che una nave militare si può spostare ad una velocità tripla di quella delle navi umanitarie, e che in tre ore dalla prima chiamata di allarme può anche percorrere 80 miglia. I libici peraltro sono notoriamente assai lenti, al punto che alcuni recenti naufragi si sono verificati all’interno delle loro acque territoriali, a poche miglia dalla costa. E’ anche provato da documenti inconfutabili che le navi militari italiane della Missione Mare Sicuro, almeno sei unità, sono stabilmente presenti al largo delle coste libiche, in acque internazionali, per garantire la sicurezza dei lavoratori impegnati sulle piattaforme ed a bordo dei rimorchiatori e dei pescherecci che numerosi incrociano in quelle acque. In quelle stesse acque in cui i barconi carichi di migranti in fuga dalla Libia rimangono abbandonati per giorni in attesa che alla fine le autorità libiche, con l’aiuto degli assetti italiani (Missione Nauras) ed europei (Missione Themis di Frontex) riescano ad intercettarli, perchè di questo si tratta e non di “soccorsi”, ed a riportarli in terra. Dove uomini, donne e minori, talvolta anche neonati, vengono rinchiusi nei famigerati “centri governativi”, se non vengono fatti sparire (“liberati”), magari per finire nelle mani delle milizie e quindi sottoposti a quelle violenze e quegli abusi dai quali erano riusciti a fuggire.

Non sembra che le dichiarazioni sul rispetto dei diritti umani in Libia che il premier Serraj ha dispensato a Conte ed a Di Maio abbiano finora migliorato la situazione di totale deprivazione della dignità umana che subiscono i migranti intrappolati in Libia. Mentre Serraj approfitta del problema del blocco delle partenze per chiedere aiuto all’Italia. La situazione di degrado e violenza che subiscono i naufraghi riportati indietro dalla sedicente Guardia costiera “libica” è confermata e documentata nei più recenti rapporti delle principali agenzie delle Nazioni Unite ancora operanti in Libia in alcuni punti di sbarco e nei pochi centri di detenzione che riescono ancora a visitare. Mentre si moltiplicano gli attacchi contro le organizzazioni non governative, oggetto, anche da parte di questo governo, di un trattamento fortemente discriminatorio e di una serie di misure amministrative che hanno tentato di bloccarne le attività.

Adesso il Ministero della difesa, con un comunicato dato dall’AGI e ripreso in tempo reale da Il Giornale, replica che “Le operazioni di soccorso, per avere la maggiore efficacia possibile, come si deve quando delle vite umane sono in pericolo, devono essere pianificate e condotte in stretta coordinazione con tutti gli attori in campo e secondo studiati e consolidati protocolli e procedure che, se non rispettati, possono portare anche a un esito negativo dei soccorsi. Nel merito della vicenda va quindi precisato che, alla luce delle distanze relative in gioco al momento della segnalazione e delle caratteristiche delle due unità, non è corretto affermare che la citata nave militare italiana Durand De La Penne sarebbe arrivata prima della unità di soccorso libica, che è per sua natura più veloce e più idonea a questo tipo di soccorso”.

Secondo il ministero della Difesa “Si sottolinea, comunque, che l’evento si è svolto in area di ricerca e soccorso (Sar) libica, che è internazionalmente riconosciuta, sotto la diretta responsabilità del competente Centro di Soccorso Marittimo di Tripoli (Mrcc) che ha tenuto conto della presenza di altre navi mercantili in zona, presumibilmente giudicate tuttavia meno adeguate ad intervenire e non ha chiesto alcun supporto
di altri natanti nell’area (civili o militari). Il pattugliatore libico che ha effettuato il Sar
– si legge nella nota – si trovava peraltro già in prontezza per questo tipo di operazioni nel porto di Al Khums. La procedura seguita è stata condotta nel rispetto dei protocolli previsti ed in linea con le responsabilità in capo alle autorità di soccorso competenti e riconosciute, oltre che con le dinamiche internazionali consolidate e questo ha permesso di concludere il salvataggio nel minor tempo possibile”.

Per il Ministero della difesa, “L’operazione di ricerca e soccorso ad opera della motovedetta libica risulta essere durata nel complesso circa 9 ore, dalla partenza allo sbarco in porto di tutto il personale salvato. La Marina Militare Italiana non conosce il dettaglio delle tempistiche di arrivo in zona, individuazione del natante, predisposizione per il recupero in sicurezza, trasbordo e transito di rientro ad Al Khums”. Lo stesso ministero della difesa precisa, infine, “che nell’area del soccorso, oltre a diverse navi civili, operavano anche navi militari di altre nazioni ed in particolare alcune navi, non italiane, che erano certamente più vicine dell’unità militare italiana. Anche a fronte di ciò, il Mrcc ha ritenuto più vantaggioso l’intervento della motovedetta libica per la rapida gestione dell’evento e il salvataggio del maggior numero di vite possibile”.

Quanto comunicato adesso dal ministero della difesa si commenta da solo e costituisce una grave ammissione di responsabilità su una situazione confusa, determinata da chi omette la dovuta comunicazione istituzionale e collabora con le autorità di un governo che non rispetta i diritti umani. La circostanza che la nave che avrebbe potuto intervenire prima delle motovedette libiche e garantire ai naufraghi un porto sicuro in conformità con gli obblighi di soccorso imposti dal diritto internazionale, fosse in ipotesi diversa da quella indicata dagli operatori umanitari, non riduce la responsabilità delle autorità italiane che evidentemente, sulla base della mera distanza in miglia nautiche, escludono che il soccorso in mare debba rientrare tra i compiti delle missioni della Marina militare che stazionano in acque internazionali nel Mediterraneo centrale, in quella che si reputa essere la zona SAR “libica”, ammesso che oggi si possa ancora parlare di una unica Libia. Si ritiene che trattandosi di una zona di ricerca e salvataggio (SAR) riconosciuta alle autorità di Tripoli, che ne hanno ottenuto l’iscrizione nei registri dell’IMO alla fine di giugno del 2018, su pressioni anche italiane, in questa zona gli interventi di soccorso possano essere affidati ad una fantomatica Centrale di coordinamento (MRCC) che di volta in volta invia le motovedette, regalate ed assistite dall’Italia, oppure coinvolge cargo e rimorchiatori presenti in quella zona, per intercettare i naufraghi e riportarli a terra. Con la giustificazione ricorrente che si tratta di “azioni di soccorso”, di migranti “illegali”, che una volta ricondotti a terra, anche nei casi in cui sono registrati dall’UNHCR, presente con l’OIM in alcuni porti alle banchine di sbarco, vengono poi rinchiusi nei centri “governativi”, se non sono fatti scomparire (“liberati”). Ma sono proprio l’UNHCR e l’OIM che denunciano da anni l’internamento, se non la scomparsa, dei naufraghi subito dopo il loro sbarco a terra. Secondo l’OIM, “dall’inizio dell’anno (2019), oltre 8.600 migranti sono stati rinviati a centri di detenzione libici sovraffollati, dove le Nazioni Unite hanno documentato condizioni inaccettabili, violazioni dei diritti umani e sparizioni”. Ed adesso la situazione è ancora peggiorata, con la diffusione del Covid 19 anche in Africa.

Se come ammette il Ministero della difesa, ” L’operazione di ricerca e soccorso ad opera della motovedetta libica risulta essere durata nel complesso circa 9 ore, dalla partenza allo sbarco in porto di tutto il personale salvato”, non si può escludere che in un tempo assai inferiore una nave militare europea delle tante presenti nella zona di mare nella quale si era registrato l’evento SAR, non potesse intervenire, garantendo ai naufraghi lo sbarco in un porto sicuro così come imposto dalle Convenzioni internazionali. Perchè la Libia, come riconoscono anche i Tribunali italiani e la Corte di cassazione, non è un paese che garantisce porti sicuri di sbarco.

In base alla Convenzione di Amburgo ( SAR) ed alla Convenzione di Montego Bay (UNCLOS) gli stati che hanno zone SAR confinanti con quella impropriamente riconosciuta nel 2018 dall’IMO al governo di Tripoli ( su forti pressioni italiane) hanno il dovere di attivarsi per coordinare attività di soccorso, non per praticare una sistematica omissione di soccorso giocata sui ritardi e sul rimpallo di competenze, nella più totale opacità.

Secondo un recente comunicato congiunto di tutte le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, ignorato dal ministero della difesa italiano, non ci sono dubbi sulla sorte dei migranti in difficoltà in alto mare, in quella che è stata definita come “zona SAR “libica”. “Siamo anche consapevoli delle affermazioni secondo cui le chiamate di soccorso ai pertinenti centri di coordinamento per il salvataggio marittimo sono rimaste senza risposta o sono state ignorate, il che, se vero, mette seriamente in discussione gli impegni degli Stati interessati a salvare vite umane e rispettare i diritti umani. Nel frattempo, la Guardia costiera libica continua a riportare le navi sulle sue coste e collocare i migranti intercettati in strutture di detenzione arbitrarie dove si trovano ad affrontare condizioni orribili tra cui torture e maltrattamenti, violenza sessuale, mancanza di assistenza sanitaria e altre violazioni dei diritti umani. Queste strutture sovraffollate sono ovviamente ad alto rischio di essere attaccate dal COVID-19”.

Come riporta AFP giorno 8 maggio scorso, le Nazioni Unite “hanno espresso allarme per le notizie secondo cui i paesi non riescono ad aiutare i migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo, bloccando l’assistenza delle ONG e coordinando i respingimenti delle loro imbarcazioni. Il portavoce dell’ufficio per i diritti delle Nazioni Unite Rupert Colville ha avvertito durante un briefing virtuale sulla stampa che tali misure “stanno chiaramente mettendo a rischio la vita”Siamo profondamente preoccupati per le recenti segnalazioni di incapacità di assistere e coordinare i respingimenti delle imbarcazioni migranti nel Mediterraneo centrale, che continua ad essere una delle rotte migratorie più mortali al mondo”.

Da quest’ultimo rapporto si ha conferma di quanto denunciato da pochi giornalisti indipendenti e trascurato dai media. Il 15 aprile, l’UNSMIL ha verificato che 51 migranti e richiedenti asilo, tra cui 8 donne e 3 bambini, sono state oggetto di un respingimento collettivo in Libia su una barca privata maltese dopo essere stati intercettati nella zona SAR maltese. I migranti sono stati inviati al centro di detenzione di Takiq al-Sikka. Durante i sei giorni che hanno trascorso in mare prima di essere soccorsi, cinque persone erano morte e altre sette sono scomparse e si presume che siano annegate. Nel rapporto dell’ONU si aggiunge che “Siamo anche consapevoli delle affermazioni secondo cui le chiamate di soccorso ai pertinenti centri di coordinamento per il salvataggio marittimo sono rimaste senza risposta o sono state ignorate, il che, se vero, mette seriamente in discussione gli impegni degli Stati interessati a salvare vite umane e rispettare i diritti umani. Nel frattempo, la Guardia costiera libica continua a riportare le navi sulle sue coste e collocare i migranti intercettati in strutture di detenzione arbitrarie dove si trovano ad affrontare condizioni orribili tra cui torture e maltrattamenti, violenza sessuale, mancanza di assistenza sanitaria e altre violazioni dei diritti umani. Queste strutture sovraffollate sono ovviamente ad alto rischio di essere attaccate dal COVID-19”.

Un Rapporto dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite Colville si conclude con la richiesta di una moratoria su tutte le intercettazioni e i respingimenti in Libia: “In conformità con le nostre linee guida recentemente pubblicate su COVID-19 e sui migranti, ribadiamo che gli Stati devono sempre rispettare i loro obblighi ai sensi dei diritti umani riconosciuti dal diritto internazionale e del diritto dei rifugiati”. Secondo Rupert Colville, nonostante il COVID-19, le operazioni SAR ( ricerca e salvataggio) dovrebbero essere mantenute e lo sbarco rapido assicurato in un porto sicuro (place of safety), garantendo al contempo la compatibilità con le misure di sanità pubblica.

Come si conciliano queste posizioni con il mantenimento di una zona SAR riservata alle autorità di Tripoli, che non controllano per intero neppure il loro territorio nazionale ? Come può il Ministero della difesa ritenere legittimo trasferire responsabilità di soccorso ai guardiacoste libici? Non è ormai assodato che la Libia, nelle sue diverse articolazioni territoriali e politiche, non può garantire alcun luogo di sbarco sicuro (place of safety) ? Per quanto tempo ancora dovranno restare in vigore gli accordi bilaterali conclusi o rinnovati anche di recente tra Malta, Italia, e Libia ?

Non si comprende a questo punto cosa si attenda, da parte delle Nazioni Unite per sospendere la registrazione della cd. SAR libica effettuata nel giugno del 2018 dall’IMO (Organizzazione internazionale del mare), che pure è un organo delle stesse Nazioni Unite. Una zona SAR “libica” che da tempo costituisce la base per la collaborazione con la sedicente guardia costiera “libica” sulla quale Malta, Italia ed Unione Europea hanno basato le loro politiche di guerra ai soccorsi umanitari e di esternalizzazione dei respingimenti, delegati alle motovedette donate al governo di Tripoli e coordinate da assetti aerei e navali italiani ed europei. Sarebbe anche tempo che qualcuno indaghi sull’utilizzo da parte di Malta di imbarcazioni private camuffate da pescherecci per operazioni di push back verso la Libia. E sul livello della collaborazione, in questi casi, tra le autorità maltesi e quelle italiane.

Infine rimane da accertare, anche con esposti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, al Tribunale Penale internazionale e ai tribunali nazionali, il rispetto, da parte degli stati e dell’agenzia Frontex, delle regole vincolanti sui soccorsi in mare, dettati, oltre che dalle Convenzioni internazionali, dai Regolamenti europei su Frontex n. 656 del 2014 e n. 1624 del 2016. Di certo dopo questi rapporti delle Nazioni Unite, che confermano altri rapporti dell’UNHCR già pubblicati nel 2018 la Marina militare italiana dovrebbe rivedere le modalità di impegno delle navi della missione Mare Sicuro nel Mediterraneo centrale e ritirare la missione Nauras ancora presente nel porto di Tripoli. Spetta in particolare ai parlamentari europei accertare la compatibilità con il diritto internazionale delle attività in corso come law enforcementi ( contrasto dell’immigrazione “illegale”) nel Mediterraneo centrale, verificando i livelli di collaborazione con i libici ed il rispetto da parte degli stati e dell’agenzia Frontex di tutte le norme cogenti che sono poste a salvaguardia della vita umana in mare.

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