Giornalisti alla corte del Re

di Mauro Seminara

Terzo appuntamento con la rubrica “Mainstream” per parlare, come anticipato nello scorso articolo, del rapporto tra i giornalisti e la politica. Come già espresso nelle prime due pubblicazioni, “Penne in cattività” e “Niente guardia alla democrazia“, la rubrica vuole accompagnare il lettore dentro la professione giornalistica per consentire a chiunque di avere gli strumenti necessari alla comprensione di quanto apprende mediante la stampa. A tal proposito, sarebbe utile partire da un esempio, una espressione che tutti hanno letto e sentito chissà quante volte: “fonti di Palazzo”. Cosa sono queste fonti di Palazzo che di solito precedono una anticipazione esclusiva che il giornalista offre in pasto a lettori e spettatori? Ecco nel merito di cosa ci addentreremo oggi con questo capitolo intitolato “Giornalisti alla corte del Re”.

Ci sono definizioni da addetti ai lavori, che per via dell’incessante ricerca di nuove espressioni d’effetto, prevalentemente in uso televisivo, talvolta vengono pronunciate anche a favore di spettatori. Sono le definizioni con cui vengono classificati alcuni specifici giornalisti per il ruolo che svolgono. Per intenderci, parliamo dei “vaticanisti”, dei “quirinalisti” e compagnia cantante. Questi, invitandovi ad opportuna futura attenzione, sono fissi in postazione e non ruotano come i cronisti che oggi si occupano di un omicidio in Liguria e domani di un arresto in Calabria. Il vaticanista è sempre lo stesso e non sostituibile, come l’inviato semi-residente al Palazzo del Quirinale, quello di Palazzo Chigi e tutti quelli che coprono “posizioni strategiche”. Errore in cui la stampa si è tuffata, consapevolmente o inconsapevolmente, almeno all’origine, consistente nel rapporto che il giornalista tesse inevitabilmente con le sue fonti. Magari caffé dopo caffé e messaggini dopo messaggini.

Le “fonti di Palazzo”, così eteree ed anonime, sono le stesse fonti che dovrebbero avere nome e cognome da citare espressamente. Letteralmente gli stessi soggetti. Questo piccolo ed in apparenza insignificante dettaglio determina il capovolgimento dei ruoli ed il reale rapporto tra il giornalista ed il rappresentante dell’istituzione cui la notizia fa riferimento. L’espressione piace e la si usa da anni, perché rende l’idea di una eccezionale informazione ottenuta in assoluto segreto da un usciere o un autista; comunque da una persona che ha confidato un segreto di estrema importanza per la democrazia senza però essere preposta ai rapporti con i giornalisti e che per questa ragione è da considerare “fonte da tutelare” senza fare il nome e senza far capire in alcun modo di chi possa trattarsi. Ma non è così. La “fonte di Palazzo” è solo colui che ha proprio il compito di informare i giornalisti, solo che lo fa dando anticipazioni non ufficiali su lavori in corso o su posizioni assunte dalle parti ad un tavolo che si tiene a porte chiuse.

La domanda, a questo punto, è: perché l’addetto stampa, o portavoce, allunga ai giornalisti in modo diretto e privato informazioni che dovrebbe rendere in trasparenza oppure che non attengono alle proprie competenze? Perché ciò che si consuma non è un rapporto tra un giornalista ed i propri lettori-spettatori, con il primo che cerca informazioni da offrire ai secondi, ma un rapporto tra la “fonte di Palazzo” ed il pubblico del giornalista, con quest’ultimo che si fa megafono agevolando i “giochi di Palazzo” ad uso e piacimento di correnti politiche o partiti. Questi “giochi di Palazzo” condizionano i lavori perché causano una reazione nell’opinione pubblica. Immaginiamo un portavoce della Presidenza del Consiglio che ad un certo punto di una riunione invia un messaggio ad un giornalista, di agenzia di stampa o di un telegiornale, e grazie a questo viene fuori che dentro, in sala riunione, un partito intende far saltare un tavolo con un pretesto già bello e programmato anche per le pubbliche spiegazioni; tutti iniziano a dare la notizia ed il partito si trova in difficoltà perché fuori si proietta l’immagine di un bluff. A questo punto, la parte che ha fatto filtrare l’indiscrezione si trova l’interlocutore in difficoltà e prende il coltello dalla parte del manico sapendo che la sortita avversaria è stata disinnescata. Moltiplicate l’esempio per tutte le “fonti di Palazzo” ed anche per quelle indiscrezioni di cui magari qualche Ministero è in possesso e lascia che flirtino in modo discrezionale per danneggiare talvolta un magistrato e talvolta un altro personaggio politico.

Perché tutto ciò funzioni è chiaro che ci deve essere un rapporto tra il giornalista e la sua “fonte di Palazzo” che va oltre il fiduciario. Nel più dei casi infatti il primo, più che fidarsi del secondo al punto da non cercare alcun riscontro per verificare la notizia, si sta proprio prestando al gioco consapevolmente. Nei giorni in cui al centro dell’attenzione sono state le cosiddette “correnti” in ambiente magistratura, ed in cui i giornalisti hanno condannato i magistrati coinvolti come dal pulpito delle anime candide elette a condurre o commentare in programmi televisivi, è opportuno fare un piccolo appunto su come alcuni giornalisti fanno carriera fino al punto di raggiungere la posizione di direttori di testata con stipendi da far impallidire chiunque (oltre ad un portfolio benefit degno di un senatore della Repubblica). Ormai si tratta di un assunto che in Italia la meritocrazia è un miraggio che potremmo chiamare Morgana, ed anche che le maggiori testate tutto possono apparire tranne che stampa libera ed indipendente. La prova di quanto si afferma è infatti sotto gli occhi di tutti, anche del più sprovveduto cittadino. Questa la si trova nel “post direzione”. Vi basta ricordare chi è diventato un senatore dopo aver distrutto ciò che rimaneva del “telegiornale nazionale”, chi è stato eletto presidente di Regione dopo aver diretto il telegiornale meno telegiornale che si ricordi in Italia, chi magari è passato dalla carta stampata alla presidenza del Parlamento europeo e chi nel frattempo ha fatto il salto dalla “Cronaca politica” (un tempo era infatti una pagina di cronaca) alla conduzione dei programmi di sedicente approfondimento in prima serata. E di tanto in tanto, inevitabilmente questi ultimi, nel corso di un dibattito, si lasciano sfuggire quel confidenziale “tu”, rivolgendosi ad ospiti ministri o capipartito, che tradiscono il personale rapporto da caffé o cene insieme. Rapporto che, in un modo o nell’altro, condiziona la neutralità del giornalista che inevitabilmente finisce per fare sconti o favori al proprio ospite come alla propria fonte. Anche se questi è niente meno che Jack Lo Squartatore.

Questo aspetto non si deve considerare come un ulteriore dettaglio, un capitolo a parte, ma bisogna unirlo ai precedenti trattati (“Penne in cattività” e “Niente guardia alla democrazia”), così da poter comprendere come un giornalista che non ha più il suo contatto con la strada e le fonti, quelle vere, e riceve solo informazioni parziali o viziate limitandosi ad offrire solo quelle “approvate” da chi dovrebbe essere l’oggetto da svelare al lettore – ed invece diventa il prodotto da promuovere – smette di essere il guardiano della democrazia e si trasforma nel megafono dell’oppressore. A volte, purtroppo, senza neanche capirlo. Questi ultimi ignari amplificatori li si distingue facilmente perché sono quelli che dopo un momento di apparente brillante carriera scompaiono senza lasciare alcuna traccia di se. Perché il “gioco di Palazzo” lo si conduce consapevolmente e con opportuna coerenza, altrimenti si finisce a correggere bozze o ad archiviare notizie nelle più impolverate stanze di redazione. In generale però c’é un limite che più o meno tutti gli allegri inviati a Palazzo rispettano, ed è quello del non restituire mai a chi ha il diritto ad essere informato ciò che si dice dietro le quinte del grande show. Quello che solitamente viene raccontato a lettori e spettatori vari è infatti solo quanto prettamente definito in posizione ufficiale delle parti, anche se pochi minuti prima i protagonisti avevano detto tutt’altro. Cambiamenti radicali di opinioni dovute ad “accordi di partito” – si badi bene: non “accordi politici” – che il giornalista dovrebbe rendere pubblici, tanto più che questi episodi non sono frutto di fonti ma testimoniati in prima persona dal cronista. C’é un però. Nel caso in cui dovesse farlo, rendendo pubblica la “banderuola”, il giornalista sa bene che un influente protagonista  del caso telefonerà con tono confidenziale ma autoritario al suo ben pagato direttore minacciando la sostituzione qualora esso non dovesse rimuovere il corrispondente che non rispetta le regole del gioco.

A questo punto si potrebbe anche iniziare a parlare di deontologia con esempi pratici, magari tratti da episodi cui la maggioranza dei lettori ha assistito. Entreremo così nel merito di cosa non si può affermare e cosa invece un giornalista dovrebbe fare per dovere di professione oltre che per “diritto di cronaca” (questa sconosciuta).

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