Incendio barconi migranti, Lampedusa salvata dal maestrale

Acqua di mare per spegnere un incendio che ha comunque distrutto quasi tutte le barche di Cala Salina. Nulla da fare per le barche di installazione museale vicino il Giardino della Memoria. Polemiche tra il sindacato dei VVFF ed il sindaco sul distaccamento terrestre in paese

Vigili del Fuoco cercano di sopprimere il fumo del residuo incendio la mattina del 6 giugno 2020 a Lampedusa

di Mauro Seminara

I Vigili del Fuoco di Lampedusa hanno dovuto faticare parecchio per contenere le fiamme dell’incendio ai barconi dei migranti in zona Cala Salina, vicino il campo di calcio. Malgrado gli sforzi però, l’incendio era indomabile e del cumulo di barconi è rimasta solo una barca parzialmente bruciata. Impossibile, con il vento che soffiava ieri sera e la materia che ardeva – legno intriso di olio e gasolio – porre fine alle fiamme prima che queste riducessero in cenere tutto. Le barche però non erano l’unico materiale infiammabile accumulato nel sito: l’area era stata presa da tempo per discarica locale da alcuni abitanti non proprio civili, e intorno ai barconi c’era di tutto. Il risultato, visibile in foto, è un disastro ecologico cui si aggiunge quello causato dagli stessi pompieri costretti all’uso dell’acqua di mare. Dietro l’evento di evidente matrice dolosa – sono andate a fuoco le barche di due diversi e distanti siti – si riaccende adesso anche la polemica per il distaccamento dei Vigili del Fuoco in paese mai realizzato a Lampedusa.

“Ieri sera non è stato solo un atto vandalico, ma un attentato alla salute dei cittadini di Lampedusa”, afferma il segretario provinciale della UIL PA Vigili del Fuoco di Agrigento Antonio Di Malta che prosegue: “I Vigili del Fuoco hanno lavorato fino alle prime luci dell’alba e sono stati costretti, per domare l’incendio, al rifornimento idrico a mare poiché l’acqua nelle vasche di riserva che serve per il servizio antincendio aeroportuale all’interno dell’aeroporto era stata esaurita.” Secondo Di Malta, “questo evidenzia la necessità di realizzare un distaccamento terrestre all’esterno e autonomo dall’aeroporto che è sotto la gestione dell’AST,  necessità che il dipartimento centrale dei vigili del fuoco aveva percepito chiedendo al sindaco Martello un area per la realizzazione di un distaccamento terrestre con fondi del dipartimento ma che ancora oggi il sindaco omette di concedere mettendo a serio rischio sia noi operatori vigili del fuoco che i suoi cittadini.”

A salvare il salvabile però, paradossalmente, è stato lo stesso vento che rendeva le fiamme indomabili, ma fortunatamente soffiando da nord. Le fiamme, oltre che il fumo nero irrespirabile, venivano quindi spinte verso la strada ed il mare invece che verso l’interno dell’isola. In questa alternativa direzione sorgono infatti case, circondate da sterpaglie, e nelle immediate vicinanze dei vecchi barconi dei migranti in attesa di smaltimento ci sono anche due imbarcazioni di alto pregio, molto costose, messe in secca e sulle quali i pompieri dovevano dirigere le proprie lance per raffreddarle in continuazione. Se il vento fosse stato scirocco i danni sarebbero stati irreparabili. Come irreparabili sono quelli arrecati alle imbarcazioni installate nei pressi del “Giardino della memoria”, completamente distrutte. Due in particolare ridotte in un cumulo di cenere. Il gesto, chiaramente doloso, salvo che non si voglia credere a due diversi e simultanei incendi spontanei a chilometri di distanza ed agli stessi oggetti, sta nuovamente spaccando l’isola come accadde già in passato. Anche in un recente passato.

I “cimiteri delle barche” di Lampedusa, così ormai comunemente quanto impropriamente definiti dai tempi del primo gigantesco cumulo con centinaia di barconi in area prossima alla ex discarica dell’isola, sono finiti in fiamme in più casi. A volte anche poco prima del tanto atteso smaltimento. Ma se in ognuno dei casi era stata unanime la condanna da una parte dell’isola, dall’altra rimane che qualcuno plaude ad azioni del genere come applaudiva lo scorso anno quando sulla banchina del porto commerciale l’isola si divise in due opposte fazioni: chi applaudiva Carola Rackete e chi la offendeva in modo volgare augurandole la peggior sorte. In questa divisione sociale c’è adesso la magistratura coinvolta. Se nessuno dei diffamatori di Carola Rackete al porto è stato perseguito, pur avendo perpetrato il reato in presenza di forze dell’ordine – che potevano procedere d’ufficio – e sotto obiettivi e microfoni di videocamere che hanno immortalato la meschina indecenza, in questo caso la situazione è diversa e sul tavolo della Procura di Agrigento c’è un fascicolo che cresce.

Negli ultimi tre giorni è stata “chiusa” la Porta d’Europa, il monumento installato nel 2008 in memoria delle vittime del Mediterraneo – e non in apertura ai migranti in arrivo come alcuni vogliono far credere – e sono stati piazzati vari striscioni sull’isola contro lo sfruttamento delle migrazioni quale business. A parità di anonimato, quello del monumento di Mimmo Paladino e quello dei barconi, adesso gli occhi dell’isola – e forse della Procura – sono puntati su chi aveva affisso gli striscioni e si era speso con video sui social proprio contro il centro di prima accoglienza ed altri temi correlati al “business dell’immigrazione”. Ma le azioni compiute alla luce del sole non si possono paragonare ai crimini commessi prima e dopo l’affissione degli striscioni, proprio perché anonime e criminali. Sta adesso alla Procura di Agrigento, ed alle forze dell’ordine di Lampedusa, svelare chi ha approfittato del vento dell’insofferenza di pochi sparuti lampedusani per soffiare il vento dell’odio sull’intera isola.

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