Aumento partenze di migranti, finita la bufala sul “pull factor” delle ONG

A maggio del 2020 più arrivi di migranti che nei primi cinque mesi del 2019 malgrado tutte le navi Ong siano ferme in porto e nessun assetto navale dello Stato soccorra migranti in acque internazionali. La repressione delle partenze dai porti ad ovest di Tripoli ha aperto altri porti di partenza per i migranti ad est della capitale libica ed in Tunisia. Quattro anni di propaganda anti-ONG muoiono con i dati del 2020

di Mauro Seminara

Circa 5.000 persone sono arrivate in Italia senza passaporto nei primi cinque mesi del 2020, contro le circa 1.500 dell’analogo periodo del 2019. Il solo mese di maggio ha registrato un sensibile incremento con 1654 persone registrate dal Ministero dell’Interno, cui andrebbero aggiunte le eventuali persone giunte in Italia con i cosiddetti sbarchi fantasma. Il dato del solo mese di maggio corrente anno supera il totale del periodo che va dal 1 gennaio al 31 maggio del 2019, pari a 1561 persone. Nel mese di maggio appena trascorso, la cui ripresa delle partenze è evidente, nessuna nave Ong era in missione nel Mediterraneo centrale. Dopo oltre tre anni di propaganda sul cosiddetto “pull factor” (fattore di attrazione) attribuito alle navi umanitarie, iniziata già prima della conduzione del Viminale dell’ex ministro Marco Minniti e giunta al livello massimo con i quotidiani attacchi a reti unificate del periodo di Matteo Salvini, si è arrivati alla conduzione a “basso profilo” dell’attuale Governo (il Conte bis) con il Ministero dell’Interno diretto dal ministro Luciana Lamorgese ed al concomitante azzeramento della flottiglia Ong mentre le partenze aumentano con un fattore moltiplicatore notevole.

A determinare il rapido incremento delle partenze di barconi carichi di migranti sembrano essere state le stesse politiche di contenimento adottate dai governi italiani succedutisi negli ultimi quattro anni. Basta analizzare gli ultimi 15 anni per vedere che dopo ogni periodo di repressione sono esplosi periodi di recupero con dati record. La chiusura del 2017, condotta da Minniti con accordi siglati con il partner libico e finanziamenti a pioggia di milizie elevate al ruolo di “Guardia Costiera nazionale”, ha ridotto drasticamente gli arrivi in Italia – più che le partenze dalla Libia – ma non ha condotto in porto un programma alternativo per risolvere la condizione dei migranti nei Paesi di provenienza e neanche sullo stesso territorio dei trafficanti. In Libia infatti sono stati istituiti centri di detenzione governativi, centri dell’UNHCR definiti “Hub di smistamento” e centri privati gestiti dagli stessi trafficanti che sequestrano i migranti a fini estorsivi. I risultati della politica estera condotta dal Governo italiano dell’epoca, con i rapporti affidati al Ministero dell’Interno invece che alla Farnesina per quel che riguardava la gestione delle migrazioni esternalizzata per procura ai libici, si sono visti nel corso del 2018. Lo stesso anno in cui, mentre inchieste di Reuters e di altre agenzie straniere avevano rivelato a quale prezzo i trafficanti-miliziani libici trattenevano i migranti per procura italiana, sulla sponda nord del Mediterraneo centrale veniva condotta una guerra senza quartiere alle organizzazioni non governative accusate del fatidico fattore di attrazione per i migranti. Fattore di attrazione che, eventualmente, era stato avviato dalla missione italiana Mare Nostrum e per cui le Ong intervenivano, sopperendo al ritiro della missione con conseguente incremento dei naufragi. Il risultato finale è stato comunque quello di un mantenimento di motivazioni legittime per le partenze dei migranti e la diversificazione dei porti per causa dei blocchi messi in atto nei tradizionali punti di traffico.

L’attribuzione di responsabilità alle navi Ong era stata messa in piedi con ogni mezzo. Si passava dalle innumerevoli inchieste a carico delle organizzazioni per arrivare a programmi “false flag” con cui si tentava di convincere l’opinione pubblica della veridicità del “pull factor”. Alcune iniziative, private e dubbie come furono fin dal primo momento quelle di “Generazione identitaria”, sostenevano ad esempio che i migranti rinchiusi nei centri libici dei trafficanti – le cosiddette “case sicure” in cui fra stupri ed omicidi vengono detenuti i migranti prima dell’imbarco – decidevano quando imbarcarsi sulla base della presenza di navi umanitarie in zona. Nel 2018 le navi umanitarie salvarono migliaia di vite da naufragi e respingimenti, ma il più dei migranti vennero catturati dalle motovedette che erano state donate alle milizie dall’Italia con il sostegno a bordo degli specialisti italiani, il supporto logistico in porto della Marina Militare italiana (missione Nauras) e la firma italiana anche per ricambi e manutenzione delle motovedette d’altura che furono prima della Guardia di Finanza. Operazione che però non impedì ai libici di fare facile uso delle armi, di sequestrare pescherecci italiani e neanche di elevare la propria posizione allontanandola dalla sovrapposizione di ruolo tra guardacoste e trafficanti. Il 2018 si concluse quindi con 3.536 persone arrivate in Italia senza documenti e una guerra alle navi delle Ong il cui testimone era già passato ad inizio estate dal ministro dell’Interno Marco Minniti al ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini.

La guerra alle Ong vide il suo massimo scenico nel 2019 con la propaganda leghista – sostenuta dai pentastellati alleati di governo – contro navi e capitani e con l’adozione di decreti legge sulla “sicurezza”, poi divenuti legge ordinaria dello Stato, che avrebbero dovuto trattenere con sequestro le navi umanitarie e magari con manette, oltre che con previste salatissime sanzioni, i loro comandanti. L’unico caso di arresto, quello tra l’altro in assoluto più celebre nel rapporto Stato-Ong al tempo di Salvini, fu quello della capitana Carola Rackete e della nave che comandava: la “Sea Watch 3”. Anche l’episodio Rackete (in foto a sinistra) si concluse come un boomerang contro l’allora ministro dell’Interno, con la capitana presto scarcerata ed il “capitano” leghista denunciato per diffamazione e incitazione all’odio. I decreti sicurezza del ministro Salvini non produssero nulla di definitivo sul caso Ong. Le navi non furono mai “incastrate” con prove di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o con quei rapporti con i trafficanti che la propaganda diffondeva a destra e a manca a reti unificate. Infine arrivò la “discontinuità” del Governo Conte bis. La pericolosa deriva sociale innescata da Salvini, con migranti causa di tutti i mali ed episodi come quello di Carola Rackete volgarmente diffamata ed offesa allo sbarco a Lampedusa, venne quindi sostituita dal sopra accennato “basso profilo” di Lamorgese. Così, mentre le notizie che riguardavano gli sbarchi di migranti sparivano progressivamente da tutte le testate nazionali, alle navi Ong venivano inflitte soste forzate per ragioni amministrative, poi per “quarantene” con l’avvento della pandemia, infine con quarantena a fermo amministrativo in sequenza.

Le ultime due navi fermate in porto sono state appunto la Alan Kurdi e la Aita Mari, entrambe in piena emergenza Covid-19 bloccate per defezioni tecniche delle imbarcazioni al termine di una quarantena – palesemente pretestuosa – di 14 giorni alla fonda davanti la città di Palermo. Le ragioni amministrative, ad esito di ispezioni condotte dalla Capitanerie di Porto, sono risultati alla fine l’unico modo in cui sono state fermate le ultime due navi che si ostinavano a salvare vite umane in mare sottraendole a naufragi e respingimenti in Libia. Circostanza che ricorda quella con cui, infine, la Giustizia americana fermò il gangster Al Capone per evasione fiscale non avendo mai trovato prove e testimoni di omicidi ed altri infinitamente più efferati crimini. Ma in questo caso le prove mancanti venivano cercate in capo a chi le persone le salvava invece che ucciderle, quindi sono stati fermati gli ultimi assetti navali che operavano soccorsi marittimi a norma di legge nel Mediterraneo centrale, liberando il campo a chi adesso non soccorre più, se non entro le dodici miglia, oppure respinge in violazione del diritto internazionale mediante barche private di contractor e con la omertosa complicità dei Paesi vicini e dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Malgrado le ultime navi della flottiglia Ong ormai ferme e la totale assenza di qualunque presunto “fattore di attrazione” – anche la missione militare europea “Irini”  per la sorveglianza dell’embargo sulle armi in Libia ha consegne di non soccorrere migranti – si sta rinvigorendo il flusso di partenze di migranti nel Mediterraneo centrale. Ma non più dai soli conosciuti porti della Libia. Adesso si assiste alla conseguenza della repressione delle partenze ed al perdurare, ostinato quanto insensato, del rifiuto di visti concessi a persone migranti che finiscono per imbarcarsi dopo aver dato tutto ai rispettivi carnefici. A volte anche la vita.

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