Moby Zazà e Captain Morgan, due facce della stessa Europa – FOTO

Il corpo del giovane migrante tunisino sarebbe stato ritrovato sulle spiagge di Agrigento dopo ore di ricerche partite dalle vicinanze della Moby Zazà i rada a Porto Empedocle. Il corpo è stato sbarcato a Porto Empedocle dalla Guardia di Finanza in tarda mattina. Anche dalle Captain Morgan a Malta si erano tuffati migranti per tentare di raggiungere la costa a nuoto

Il corpo del giovane migrante tunisino nel bodycase a bordo della motovedetta della Guardia di Finanza nel porto di Porto Empedocle

di Mauro Seminara e Mauro Buccarello

Confermato che a perdere la vita con un tuffo dal ponte della Moby Zazà alto 15 metri sul livello del mare è stato un giovane tunisino di 28 anni di età. Si trovava sulla nave adibita a luogo di quarantena per migranti a breve distanza da Porto Empedocle. Secondo alcune ricostruzioni, ancora al vaglio della Procura di Agrigento, il giovane migrante isolato a bordo della nave hotspot si sarebbe gettato in mare questa notte, poco dopo le quattro del mattino, quindi al buio. Sarà la Procura della Repubblica retta dal procuratore capo Luigi Patronaggio – che secondo l’AGI ha affidato l’inchiesta al sostituto Sara Varazi – a dover stabilire anche la causa del decesso. Il migrante potrebbe aver perso la vita già a causa di un maldestro impatto con il mare, lanciandosi dal ponte della nave che si trova a 15 metri dal punto di impatto, oppure non essere riuscito a risalire in superficie dopo aver raggiunto – considerando l’altezza da cui si è tuffato – una certa profondità. Pare comunque che prima di saltare avesse indossato un giubbotto di salvataggio, secondo quanto riferisce l’agenzia AGI, che però non lo ha salvato dalla morte. Alle ricerche hanno partecipato la Guardia di Finanza e la Guardia Costiera con assetti navali e dal cielo le Fiamme Gialle con un elicottero.

Il confinamento a bordo di una nave, psicologicamente, per chi non è uomo di mare e già subisce un forte stress dovuto alla condizione di “clandestinità” ed al futuro incerto che gli si pone davanti, è spesso causa di rottura e di azioni avventate. Era già accaduto, in più casi, quando a subire un confinamento a bordo a breve distanza da terra erano i naufraghi soccorsi dalle navi ONG che il Governo italiano lasciava al largo per settimane negando loro un porto di sbarco. Si è verificato anche di recente, con migranti che si sono gettati in mare dai piccoli battelli della Captain Morgan su cui sono stati confinati fuori acque territoriali di Malta. La linea comune, almeno nella logica dell’impiego di navi e battelli privati, di Italia e Malta sta producendo effetti comuni. Solo che dalla grande Moby Zazà non è scappato un migrante ma ci è scappato il morto. Il corpo, che risulta essere stato trascinato a miglia di distanza dalle correnti e poi recuperato dalle motovedette ad esito di lunga ricerca, è stato sbarcato sulla banchina di Porto Empedocle, agli ormeggi della Guardia di Finanza e da una motovedetta delle stesse Fiamme Gialle, in tarda mattinata come già scritto nel precedente articolo e come dimostrato dalle foto.

Adesso parte l’inevitabile diatriba sulle responsabilità della tragedia. A bordo della Moby Zazà c’è la Croce Rossa che si occupa dell’assistenza ai migranti in quarantena. Il corpo della Croce Rossa è però un soggetto che nasce ed opera per il principio ideale della pace, quindi incompatibile per sua natura con forze militari che appunto non sono presenti sulla nave da quarantena. Si fa largo l’ipotesi che la presenza di militari a bordo avrebbe evitato la tragedia occorsa al giovane tunisino al largo di Porto Empedocle. Ed è anche probabile. Ma questa avrebbe dovuto istituire un cordone di sorveglianza su tutti i ponti della nave con sentinelle a vista l’una dall’altra, oppure confinare i migranti all’interno impedendo loro l’accesso ai ponti scoperti. In tal caso, quella sulla Moby Zazà non sarebbe stata una “prima accoglienza” in condizione di quarantena ma una rigida detenzione a bordo di una nave confinata al largo.

L’episodio delle Captain Morgan a Malta (foto a destra), dove pare sia presente a bordo un servizio di sicurezza, se pur assunto per informazioni non ufficiali in mezzo ad un coltre di nebbia che avvolge la vicenda con la pacifica complicità dell’Unione europea, dimostra in ogni caso che eventi di questo genere sono difficili da prevenire. Soprattutto se a bordo delle navi non sono presenti delegati delle agenzie delle Nazioni Unite che possano informare costantemente i “trattenuti” sui loro diritti ed una numericamente adeguata presenza di operatori per il supporto psicologico. Sulla nave Moby Zazà, fino all’evacuazione medica urgente di ieri sera, erano a bordo 122 persone migranti e la nave è stata ingaggiata per accoglierne fino a 285. Adesso però il numero è sceso a 120. Una è stata ricoverata in ospedale ed un altro è morto saltando giù da un ponte. Ed è solo l’inizio con meno della metà della capienza massima della nave secondo appalto con il Ministero dei Trasporti.

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