Penne in cattività

Diamo il via ad una nuova rubrica, sulla pagina "Mainstream" del menu di navigazione, con cui analizzare i problemi della stampa insieme ai nostri lettori, spiegando loro limiti e difetti dell'informazione che conoscono e, possibilmente, suggerendo anche qualche ipotesi di soluzione

di Mauro Seminara

In un tempo ormai lontano, nelle redazioni dei quotidiani, in sottofondo, tra il tappeto di suoni e di voci, di telefoni e macchine da scrivere, si sentiva il fastidioso rumore dovuto ad uno squelch non proprio raffinato. I giornalisti usavano infatti le radio-scanner, i baracchini, per sintonizzarsi sulle frequenze delle forze dell’ordine in modo da avere spunti in tempo reale da affiancare al “giro di cronaca” periodico con cui si chiedevano e ottenevano notizie ufficiali su attività di polizia giudiziaria e di cronaca nera. Altri tempi. Soppiantati poi da due fattori: una diversa collaborazione degli uffici relazioni esterne dei corpi dello Stato, che hanno assunto la centralizzazione delle informazioni per i rapporti con la stampa, e l’adozione di tecnologia che cripta le trasmissioni radio di servizio tutelando i corpi dello Stato dalla criminalità più che dalla stampa. Erano i tempi in cui le informazioni si cercavano in Procura, in Tribunale, alla Camera di Commercio o negli archivi – cartacei – dello stesso giornale, non su Google e neanche su Wikipedia. Erano infatti tempi in cui si pubblicavano meno notizie ma si commettevano anche meno errori. La stampa era credibile. La popolazione, per fugare dubbi e sapere se un fatto era vero o falso, sfogliava il giornale.

La deontologia giornalistica è un connubio di leggi, regole interne e norme a tutela dei diritti della persona. La deontologia è infatti il libro dei diritti e dei doveri di ogni giornalista. Il lettore, o spettatore, non sa cosa è. Spesso non ha neanche il dubbio che una simile carta possa esistere. Molti giornalisti, o pseudo tali, frequentemente richiamati dal Consiglio Nazionale dell’Ordine, non fanno certo pensare che qualcosa del genere possa essere stata redatta al fine di garantire a tutta la popolazione una corretta informazione. Molti, purtroppo, fanno parte di quel gruppo che invita il pubblico a scegliere editori responsabili, per non imbattersi in fake news. Ma forse intende solo evitare che le fake news siano quelle di altri editori, siano anche gli altri più o meno responsabili. Così accade sempre più spesso che l’ira di cittadini, i cui diritti vengono calpestati, si riversa sui giornalisti “colpevoli” di non aver denunciato questo o quell’altro. Complici di una sorta di omertà, agli occhi del popolo. Il cittadino, il lettore, non sa che la deontologia è una Costituzione per i giornalisti e che pertanto ha regole simili – per certi aspetti – a quelle valide per i tutori della legge. Non si può denunciare un fatto senza prove alla mano o solo per sentito dire, altrimenti si finisce per disinformare invece che rappresentare la fonte della corretta informazione.

Il problema della credibilità della stampa è superato, ormai da un pezzo. Ad abdicare in favore di blog e social di ogni sorta sono stati proprio gli editori, ma con la passiva complicità dei precari dell’informazione (ed anche dei venduti dell’informazione, pur non precari di contratto). Il precario, pagato una miseria ad articolo, costretto a trovarne tante di notizie da scrivere per tirarci su un misero piatto di pasta al giorno, tende inevitabilmente a proporre in redazione quelle notizie che ritiene essere certamente gradite dalla linea editoriale della testata giornalistica. Il precario quindi non è un “giornalista scomodo” ma un giornalista che nasce e cresce già addomesticato, allevato in cattività. Una penna moscia. Una penna che non può ferire. Anche perché un precario difficilmente si sognerebbe di dar fastidio, andando magari anche incontro ad una possibile querela temeraria dalla quale non si potrebbe difendere perché economicamente debole e soprattutto perché solo. La querela temeraria è quella che intentano i “potenti”, che gli avvocati non li pagano appositamente e neanche di tasca propria, intentata per una presunta diffamazione e con la quale si intimidisce il giornalista fastidioso. Il giornalista che l’indomani, prima di scrivere di nuovo sullo stesso soggetto, ci penserà almeno dieci volte anche se la querela non ha poi prodotto un giudizio o una condanna.

A questo punto abbiamo le radio spente, le penne mosce e gli uffici stampa che producono notizie senza che i giornalisti le vadano a cercare. Corredate anche di foto, video e quant’altro per la più assoluta, ed economica, comodità degli editori. Ma cosa succede se, mantenendo le penne mosce e le radio-scanner spente, dopo un lungo periodo di allevamento in cattività della stampa, gli uffici relazioni esterne dei corpi dello Stato smettono di essere trasparenti omettendo informazioni che sono invece obbligati a fornire?

Con questa domanda intendiamo dare il via ad una rubrica, sulla pagina “Mainstream” del menu di navigazione, con cui affrontare il problema insieme ai nostri lettori, spiegando loro limiti e difetti dell’informazione che conoscono e, possibilmente, suggerendo anche qualche ipotesi di soluzione. Proveremo così a mettere a nudo il prodotto “informazione”, analizzandolo e confrontandolo con blog e propaganda  sui social, al solo scopo di trasmettere ai lettori le regole cui sono sottoposti i giornalisti e le difficoltà che ogni giorno incontrano. Una sorta di “istruzioni per l’uso” che dedichiamo ai nostri lettori.

Vi invitiamo a commentare, garbatamente, ponendo i vostri quesiti e le vostre proposte.  I vostri commenti saranno spunto per il successivo appuntamento della rubrica Mainstream di Mediterraneo Cronaca.

1 Commento

  1. Questa rubrica non è solo un’ottima iniziativa ma a mio parere oggi più che mai è indispensabile. Grazie

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*