Primo maggio: guardare la luna o il dito?

Editoriale di Domenico Gallo

di Domenico Gallo

Quest’anno è la prima volta, da quando è stata ripristinata nel 1945, che la festa del 1° maggio non può essere celebrata, con manifestazioni, cortei, feste popolari, concerti o gite fuori porta. Nel tempo sospeso in cui siamo immersi, separati dal passato ed incerti sul nostro futuro, quello del 2020 sembra il primo maggio su Marte. Dopo l’annunzio con il DPCM del 26 aprile che le misure di riapertura inizieranno dal 4 maggio in forma molto limitata e saranno scaglionate nel tempo, si è scatenata una pandemia di polemiche. Nelle sue comunicazioni al Parlamento ieri il Presidente del Consiglio ha spiegato molto chiaramente le ragioni di tanta prudenza, richiamando le simulazioni effettuate dagli scienziati sui rischi di riesplosione del contagio e rivendicando il corretto esercizio del principio di precauzione: “E’ imperativo categorico per un governo che deve proteggere la vita dei cittadini porre a fondamento delle proprie decisioni non già le libere opinioni che si susseguono ma le raccomandazioni di qualificati esponenti del mondo scientifico“.

Ciò non ha impedito ad una politica meschina di scendere sul piede di guerra per cavalcare il legittimo sconforto delle categorie produttive più colpite, invocando misure irresponsabili, a furor di popolo, mentre i cosiddetti governatori delle regioni amministrate dal centro-destra hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica rivendicando il diritto per ciascuna Regione di fare ciò che gli pare. Insomma di fronte alla tragedia della pandemia, si è scatenata una bagarre che mira ad intercettare il disagio popolare nell’ottica di una perenne campagna elettorale nella quale non c’è nessuna visione del futuro, nessun progetto per la ricostruzione del tessuto economico e sociale devastato dalla pandemia. Secondo un antico adagio: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Eppure questo tempo straordinario che stiamo vivendo dovrebbe indurci ad un profondo ripensamento sul nostro modo di vivere, di produrre e sul nostro rapporto con il mondo.

Per questo è di grande importanza l’appello per un’Italia in salute, giusta e sostenibile (http://chng.it/XX9J7RVwxy) , un documento proposto da intellettuali di diverse competenze, che si propone di delineare un percorso per ricostruire il Paese dopo la Pandemia basato su dieci punti fermi:

1. la ricostruzione di un sistema produttivo di qualità con un nuovo intervento pubblico

2. un’economia sostenibile sul piano ambientale

3. la tutela del lavoro, la riduzione della precarietà, la garanzia di un reddito minimo

4. la centralità del sistema di welfare e dei servizi pubblici universali

5. la centralità del servizio sanitario nazionale pubblico

6. la tutela del territorio e una casa per tutti

7. la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali

8. la riduzione delle disuguaglianze che colpiscono le donne e il riconoscimento del lavoro di cura

9. la giustizia nell’imposizione fiscale

10. un quadro europeo e internazionale coerente con un’economia e una società giusta.

Osserva il documento: “La risposta all’emergenza ha stimolato una nuova solidarietà, il senso di comunità, la speranza di poter realizzare i cambiamenti necessari. Oggi, nel mezzo dell’emergenza, è necessario utilizzare queste risorse sociali e gli strumenti messi in campo dalle politiche non solo per affrontare le esigenze immediate, ma anche per progettare come possiamo ricostruire l’economia e la società italiana dopo la pandemia. Quale Italia vogliamo? Innanzi tutto un’Italia in salute, capace di garantire a tutti condizioni di vita adeguate, capace di prevenire le malattie e curare le patologie sociali, capace di restare uno dei paesi con la più alta speranza di vita del mondo. Poi, un’Italia giusta. Di fronte a una pandemia che può colpire tutti, e che chiama tutti a cambiare le proprie vite, l’esigenza di giustizia deve tornare a prevalere dopo decenni in cui le disuguaglianze si sono allargate, i profitti sono cresciuti a danno dei salari, i guadagni della finanza, concentrati tra i più ricchi, sono stati elevatissimi. Infine, un’Italia sostenibile. Sono molti i legami tra l’insostenibilità ambientale del nostro modello di sviluppo e il peggioramento delle condizioni di rischio e di salute. Il cambiamento climatico è alla radice di molti dei disastri ‘naturali’ e degli ‘eventi estremi’ che hanno colpito il paese. Solo un’Italia sostenibile dal punto di vista ambientale, protagonista nel contrasto a livello mondiale al cambiamento climatico, può prevenire nuove gravi emergenze di origine ambientale (..).”

Per quanto riguarda la ricostruzione del sistema produttivo, il documento osserva che. “Non può essere ‘il mercato’ – com’è stato in passato – a stabilire che cosa produrre sulla base dei profitti ottenibili. Il che cosa e come produrre deve emergere da una visione del bene comune, da scelte sociali e politiche che definiscano un modello di sviluppo di qualità, con attività ad alto contenuto di conoscenza e tecnologia, alta qualità del lavoro, e piena sostenibilità ambientale. Dopo vent’anni di recessione e ristagno dell’economia italiana, un nuovo sviluppo ha bisogno del ritorno all’ ‘economia mista’ del dopoguerra, con un forte intervento pubblico nella produzione, nelle tecnologie, nell’organizzazione dei mercati, orientando in modo preciso le scelte delle imprese attraverso le politiche della ricerca, industriali, del lavoro, ambientali.

Per quanto riguarda il lavoro, il tema è il superamento della precarietà e la garanzia di un reddito minimo. Le lezioni da trarre dall’esperienza dell’epidemia mettono in evidenza le centralità del sistema di welfare e dei servizi pubblici universali, per cui: “Occorre ora riconoscerne il ruolo essenziale e rifinanziare in modo adeguato tutta l’azione pubblica nella sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente. Le infrastrutture sociali del paese devono essere largamente ricostruite e rinnovate, dopo decenni di tagli negli investimenti pubblici.” Quindi il documento osserva che: “Un’Italia giusta deve trovare grandi entrate dove prima non erano cercate – i ricchi, i profitti e le rendite, le eredità, l’evasione fiscale – per finanziare la spesa necessaria a ricostruire l’economia.

Il documento interviene sul quadro europeo, osservando: “Le regole e i vincoli europei sono ora in trasformazione e vanno ripensati per guidare tutto il continente verso uno sviluppo diverso, giusto e sostenibile. Tutti i paesi europei stanno espandendo la spesa pubblica finanziata in deficit; il peso del debito pubblico, particolarmente grave per l’Italia e altri paesi, dev’essere reso sostenibile con nuove misure comuni dell’area euro e dell’Unione europea. Non è pensabile un’Europa che non percorra questa strada, che ostacoli i cambiamenti richiesti. (..)”.Sotto il profilo internazionale, il documento osserva: “Il vecchio ordine mondiale si è mostrato incapace di affrontare la pandemia, si sono moltiplicati i nazionalismi, affrontiamo una situazione di grande ‘disordine mondiale’. Occorre costruire un sistema di diritti e responsabilità globali che si contrapponga alla globalizzazione neoliberista di questi decenni.”

Queste istanze potrebbero sembrare un libro dei sogni, ma il problema è che un mondo nuovo è necessario e la politica lo può rendere possibile se riacquista la capacità di progettare il futuro e di indicare un orizzonte nel quale una comunità possa riconoscersi nella dimensione della speranza.

(Editoriale di Domenico Gallo condiviso con il Corriere dell’Irpinia)

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1 Commento

  1. In tanta immondizia, articoli di questo genere portano una ventata di aria pulita! Grazie Sig.Gallo, grazieMediterraneo Cronaca che lo ha proposto!

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