Covid-19, perché collassa la Sanità pubblica

In rapporto alla diffusione di Covid-19 presumibile, che moltiplica per dieci il numero di contagi rilevati, il tasso di mortalità si riduce al 0,97%. In Italia sono stati effettuati circa 300mila tamponi su una popolazione di 60 milioni di abitanti e mancano quindi dati fondamentali per studiare il comportamento del virus. Esposti alle peggiori conseguenze i soggetti più vulnerabili fino ad ampia mappatura dell'epidemia

di Mauro Seminara

e Mauro Buccarello

L’analisi dei dati che viene proposta non vuole in alcun modo escludere la pericolosità del virus SARS-CoV-2, già conosciuto come semplice “nuovo coronavirus” o 2019-nCoV, ma propone solo uno spunto sul rapporto tra l’entità dell’epidemia e le criticità del Sistema Sanitario Nazionale (SSN). I dati quotidianamente annunciati dalla Protezione Civile fanno sembrare il virus un fenomeno prossimo a quello della peste nel 1300. Nel secolo in cui viviamo, 6820 deceduti in un mese, a causa di un virus, sono un numero enorme da qualunque punto di vista la si voglia guardare. Le misure drastiche che il Governo ha adottato da quando a fine gennaio ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale non hanno salvato la vita di queste persone. Una attenta analisi dei dati può però fornire un quadro diverso con diversi spunti di riflessione utili a comprendere cosa poteva essere fatto e cosa invece non ha funzionato.

Un mito che probabilmente bisogna subito sfatare è quello del tasso di mortalità del virus SARS-CoV-2. Stando ai dati ufficiali di cui siamo tutti in possesso, il nuovo coronavirus avrebbe ucciso in Italia quasi il dieci percento dei malati di Covid-19 (il 9,86% al 24 marzo 2020). Detta così sarebbe più che legittimo il panico. Il dato percentuale però non ha la benché minima attendibilità perché basato sui soli casi accertati di persone affette da Covid-19 in Italia. La variabile che rende inattendibile il dato percentuale di decessi e terapie intensive rispetto al numero di contagiati consiste nel numero di tamponi fino a ieri effettuati. Da inizio epidemia in Italia sono stati effettuati test su poco meno di 300mila tamponi sul territorio nazionale (296.964 tamponi al 24 marzo). Sul totale dei tamponi effettuati sono risultati positivi il 23,29%, quindi 69.176 persone affette da Covid-19.

Le proiezioni di vari istituti di ricerca scientifica specializzati in campo epidemiologico, ed infine anche il capo della Protezione Civile italiana Angelo Borrelli, propongono però cifre diverse e molto lontane dai quasi 70mila contagi risultati in Italia da inizio epidemia. Il rapporto sui cui conviene Borrelli, inteso come molto probabile, sarebbe di uno a dieci. Cioè, a causa del limitato numero di tamponi effettuati, noi conosceremmo soltanto 1 dei 10 soggetti contagiati dal SARS-CoV-2. In rapporto quindi ad un ipotetico numero di 700.000 soggetti contagiati sul territorio nazionale, il dato percentuale dei decessi da o con Covid-19 appare completamente diverso. Su base dati della Protezione Civile del 24 marzo, diventa infatti dello 0,97% il tasso di mortalità e dello 0,49% il tasso di terapia intensiva con parametro la diffusione del Covid-19 in 700mila persone. Un primo valido quesito riguarda quindi le ragioni per le quali, dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e stanziati in un secondo tempo miliardi in concordato deficit, non si è proceduto con tamponi a tappeto o quantomeno su larga scala.

Una ragione tristemente valida per ridimensionare drasticamente il numero di tamponi è quella relativa ai conseguenti test di laboratorio. Personale, reagenti chimici, provette e tutto quello che serve per rivelare eventuale presenza di SARS-CoV-2 sulle stecchette di plastica, i tamponi, non sono sufficienti e qui si viene a creare la prima grave criticità nazionale. Il basso numero di test, in proporzione alla potenziale vera diffusione dell’epidemia di Covid-19, non è soltanto causa di statistiche adulterate ma preclude la possibilità di avere un reale quadro della situazione pregiudicando di conseguenza la ricerca, quindi la soluzione. Il Covid-19 ha fatto finora strage di soggetti vulnerabili. Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità di qualche giorno addietro rilevava già l’incidenza per patologie mostrando che il 48,5% delle persone decedute soffriva già di 3 o più patologie. Di due patologie era affetto il 25,6% e di una patologia il 25,1%. Soltanto lo 0,8% dei deceduti a quella data, cioè 3 persone, non erano risultate affette da altre patologie, almeno conosciute, e sarebbero quindi decedute per le sole complicazioni di una forma molto aggressiva del Covid-19. Tra le patologie di cui sopra si notano la più diffusa, l’ipertensione arteriosa, riscontrata nel 76,1% dei casi di decessi con Covid-19 ed a seguire diabete mellito e cardiopatia ischemica rispettivamente nel 35,5% e nel 33% delle vittime. A questo dato si aggiunge l’evidenza che le donne risultano essere maggiormente resistenti al Covid-19 anche in caso di altre patologie già presenti.

La mappatura reale dell’epidemia non è stata fin qui effettuata sul territorio nazionale come non è stato effettuato un vero studio del virus che, come si evince dai pur parziali dati, si comporta in modo diverso in funzione ad età e sesso dell’organismo ospite. Perfino il rapporto con il clima, o con le aree a maggiore inquinamento atmosferico, è impossibile da valutare in assenza di tamponi effettuati in larga scala anche la dove non vengono segnalati casi di evidente sospetto Covid-19. Mancano gli elementi per comprendere il perché della strage commessa dal virus SARS-CoV-2 in quel di Bergamo e la resistenza all’epidemia in regioni come la Calabria, la Sicilia e la Sardegna. In queste tre regioni il virus risulta aver contagiato rispettivamente 319, 846 e 421 persone. Non certo per la chiusura tardiva delle regioni con l’estensione della zona arancione a tutta Italia e la drastica limitazione della mobilità. I casi registrati traggono infatti origine dal ritorno al sud già settimane addietro di meridionali che si trovavano in Lombardia – regione più colpita con 30.703 casi al 24 marzo – ed all’esplosione dell’epidemia hanno lasciato le cosiddette prime zone rosse “esportando” l’epidemia.

L’Italia ha accolto con piacere, almeno parte del Governo del Paese, l’arrivo di aerei e medici dalla Russia, il sostegno di Cuba, gli aiuti spediti dalla Cina. Tutti contributi al sistema sanitario al collasso da settimane con i reparti di terapia intensiva improvvisamente colti alla sprovvista ed il personale medico e paramedico insufficiente per reggere l’impatto. Per fronteggiare le carenze strutturali del Servizio Sanitario Nazionale defraudato, anno dopo anno e governo dopo governo, di finanziamenti e strutture a beneficio della oggi più che mai inutile sanità privata sono stati mandati allo sbaraglio medici alle prime armi ed abilitati eccezionalmente con la sola laurea giovanissimi senza minima esperienza in corsia. Le strutture ospedaliere travolte dalla prima massiccia epidemia si sono così trovate a dover affrontare un nemico completamente sconosciuto, senza armi e senza regole d’ingaggio. Ancora oggi, come risultato ieri sera dalla partecipazione della virologa Ilaria Capua al programma di La7, i laboratori che effettuano i test sui tamponi non sono stati in grado – forse proprio perché sommersi di lavoro – di fornire i dati dei test per la mappatura del virus così da conoscerne, per quel limitato numero di campioni effettuati (circa 300mila), il comportamento e l’adattamento genomico da soggetto a soggetto. Con l’ultimo decreto legge, approvato ieri in Consiglio dei ministri, il Governo procede verso la reclusione di massa. Adesso anche con lo strumento delle sanzioni amministrative fino a 3.000 euro. Alle persone però si continua a chiedere di chiudersi in casa, di non lavorare e di non passeggiare neanche in solitaria nel bosco, senza che nel frattempo si ha idea di chi sia il nemico da cui difendersi. Forse il Governo italiano intende sconfiggere il Covid-19 per sfinimento.

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