Ancora un naufragio nascosto, l’indifferenza uccide due volte

Il 9 febbraio di quest’anno, quando ancora l’allarme del COVID-19 non era arrivato ai livelli odierni, nelle acque del Mediterraneo centrale si è consumata l’ennesima strage nascosta, frutto del ritiro dei mezzi navali delle missioni europee FRONTEX ed EUNAVFOR MED e del sostanziale disimpegno delle marine e delle guardie costiere di paesi come l’Italia e Malta

di Fulvio Vassallo Paleologo

Sono giorni nei quali molti riscoprono nel modo più doloroso lo scarto sottile che separa la vita dalla morte. Colpisce soprattutto la solitudine nella quale muoiono persone fino ad un attimo prima inserite in un contesto familiare e sociale. Chi ha lavorato a fianco dei migranti sa da anni cosa significa il dolore della perdita di qualcuno che è costretto a morire in solitudine. Abbiamo accompagnato nel loro ultimo viaggio persone dentro bare segnate soltanto con un numero e aiutato padri e madri a cercare i corpi dei loro figli inghiottiti dal mare. Abbiamo visto i cadaveri dei migranti ricoperti con teli luccicanti sulle nostre spiagge, a poca distanza da chi continuava a fare un bagno.

Non abbiamo mai fatto differenze tra il dolore di chi perde un affetto caro, la tragedia di una separazione definitiva, a seconda del colore della pelle, della nazionalità o della prossimità delle persone. Altri invece hanno fatto finta di non vedere i cadaveri che galleggiavano nel Mediterraneo, i corpi straziati che si ammassavano nei centri di detenzione in Libia, l’orrore delle frontiere che uccidono, come tra la Grecia e la Turchia, le vittime dei centri di detenzione e delle carceri in Italia. Sono gli stessi che di fronte alla tragedia della morte degli “altri” hanno detto per anni: prima gli italiani.

Oggi condividiamo il dolore di tutti coloro che hanno perso familiari e amici in quella che chiamano “guerra”, ma che è una epidemia di cui si intravedono responsabilità e genesi sempre più precise. Ma non possiamo dimenticare che nel Mediterraneo si continua a morire, soprattutto dopo che le navi delle organizzazioni non governative (ONG) sono state costrette ad interrompere le loro missioni di soccorso. Quelle navi che erano state chiamate come un fattore di attrazione, un pull factor, delle partenze dei disperati, sulle quali si è indagato per anni per scoprire inesistenti collusioni con le organizzazioni criminali che continuano a lucrare sul proibizionismo delle frontiere.

Il 9 febbraio di quest’anno, quando ancora l’allarme del COVID-19 non era arrivato ai livelli odierni, nelle acque del Mediterraneo centrale si è consumata l’ennesima strage nascosta, frutto del ritiro dei mezzi navali delle missioni europee FRONTEX ed EUNAVFOR MED e del sostanziale disimpegno delle marine e delle guardie costiere di paesi come l’Italia e Malta che hanno concluso accordi di cooperazione operativa con la sedicente guardia costiera “libica”. Accordi che sono stati messi in dubbio persino dalla Corte di Cassazione. Una guardia costiera di un paese che non esiste più, come entità politica e militare unitaria, che ha operato per anni sotto il diretto coordinamento dei vertici delle missioni europee e delle centrali di coordinamento, sotto il controllo dei ministeri dell’Interno, italiane e maltesi. Mentre le navi delle ONG hanno salvato oltre centomila persone andando però incontro a denunce e diffamazioni.

Dopo un mese dalla strage del 9 febbraio, sulla quale avevano riferito pochi giornalisti come Sergio Scandura di Radio Radicale, nascosta da tutti i servizi di informazione statali, che pure avevano in attività nella zona del naufragio numerosi assetti aerei e sofisticati sistemi radar, alcuni testimoni e parenti delle vittime hanno permesso ad Alarm Phone di ricostruire quanto successo e di dare certezza alle circostanze del naufragio. Nessun mezzo della “grande stampa” italiana ha ripreso questa denuncia.

Riteniamo doveroso oggi ricordare quelle vittime ed i loro familiari, molti dei quali neppure sanno che fine hanno fatto i loro figli, in un momento di dolore collettivo nazionale che condividiamo ma che non può essere utilizzato per nascondere tragedie che continuano a ripetersi, e si ripeteranno con frequenza ancora maggiore in futuro, dopo che le ONG hanno annunciato il loro ritiro dalle missioni di soccorso nel Mediterraneo.

L’indifferenza uccide due volte, quando non si segnalano le imbarcazioni in difficoltà per non dovere giustificare il soccorso e l’ingresso nel territorio dello Stato di persone soccorse in alto mare mentre erano in procinto di affondare, e quando si nega l’esistenza delle vittime, cancellando la memoria dei fatti, camuffati come attività di contrasto di quella che chiamano immigrazione illegale. Su questo interviene ormai un colpevole silenzio stampa.

Questa indifferenza potrà uccidere ancora di più in futuro, quando per effetto della epidemia e del dolore sconvolgente, che ha stravolto l’intera comunità nazionale, si rilanceranno le politiche di “tolleranza zero” e di abbandono in mare. Ma i migranti continueranno a partire comunque, soprattutto avvicinandosi i mesi estivi, e la sorte di molti di loro sarà segnata. La percezione della tragicità della perdita dell’altro dovrebbe spingere ad un sentimento di compassione e di condivisione. E dunque verso il rilancio delle missioni di soccorso in mare. Ma si può purtroppo prevedere un ulteriore inasprimento del blocco dei soccorsi in mare e delle politiche di sbarramento e di esternalizzazione delle frontiere.

La diffusa strumentalizzazione politica dell’epidemia da COVID-19 sembra portare in una direzione opposta, con una militarizzazione della vita quotidiana, ed una svolta autoritaria dello Stato. Sono oggi imprevedibili gli sviluppi di queste spinte deteriori che inducono al sovranismo, al nazionalismo, ed addirittura al regionalismo. Sono politiche che inducono a dimenticare quanto successo appena fuori dal recinto che ci viene assegnato o del nostro Stato-nazione. Per questo occorre almeno mantenere la memoria, anche delle stragi in mare, e ribadire in ogni circostanza che il valore della vita rimane lo stesso ovunque, e che ovunque vanno evitate perdite e sofferenze che diverse scelte politiche potrebbero, se non eliminare, ridurre, restituendo un contenuto effettivo al diritto alla vita.

Riportiamo qui il documento di denuncia sul naufragio del 9 febbraio, pubblicato dall’organizzazione Alarm Phone che ringraziamo per il suo impegno costante per salvare vite in mare.

Naufragio invisibile al largo della Libia: Le autorità rimangono in silenzio ma i parenti fanno sentire la loro voce

19 Marzo, 2020

Comunicati Stampa di Alarm Phone

Silenzio di tutte le autorità competenti sul presunto naufragio del 9 febbraio 2020. Sono ancora disperse tutte le 91 persone che hanno chiamato Alarm Phone dalla barca in pericolo, e le loro famiglie li stanno ancora cercando disperatamente. Alarm Phone, i giornalisti e organizzazioni internazionali hanno chiesto risposte alle autorità europee e libiche. Queste tuttavia si rifiutano di cooperare e nascondono le loro implicazioni in questa sparizione di massa al largo delle coste della Libia. Questo rapporto fornisce prove che abbiamo raccolto nelle ultime 5 settimane, basate principalmente sulle testimonianze di parenti e amici dei dispersi. Abbiamo raccolto i nomi e le immagini di 13 persone scomparse, ma abbiamo deciso di non renderli pubblici per rispetto della loro privacy e dignità.

QUANTO TEMPO DOVRANNO VIVERE CON QUESTA INCERTEZZA?

Circa un mese fa, il 17 febbraio 2020, Alarm Phone ha inviato una lettera aperta [1] a RCC Malta, MRCC Italia, le autorità libiche, Frontex, UNHCR, IOM, Moonbird e Aita Mari al fine di richiedere informazioni sul potenziale naufragio di un gommone con a bordo 91 persone, che sembra essersi verificato il 9 febbraio 2020. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta o informazione dalle autorità statali e dell’UE competenti. Questo lungo silenzio è preoccupante.

Contrariamente a questo silenzio istituzionale, diversi parenti e amici dei dispersi sono stati regolarmente in contatto con Alarm Phone. Nelle ultime cinque settimane abbiamo raccolto diverse testimonianze di amici e parenti, tra cui i nomi e le immagini di 13 persone scomparse, che si sono imbarcate tutte su una gommone nero a Garabulli, in Libia, nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 2020.

La maggior parte dei parenti e degli amici ci ha detto di aver parlato con le persone scomparse poco prima della loro partenza. Da allora non hanno più avuto loro notizie. È molto insolito che un gruppo così numeroso non sia stato in contatto con parenti e amici – anche quando detenuti in Europa o in Libia, la notizia del loro arrivo o ritorno si diffonde nelle comunità di migranti.

Durante l’ultima drammatica conversazione telefonica tra Alarm Phone e le persone sulla barca, la mattina del 9 febbraio, i migranti ci hanno detto che erano in estrema difficoltà, che la loro barca si stava sgonfiando, il motore non funzionava e che alcune persone erano già finite in mare. Chiedevano un salvataggio immediato. Dopo quest’ultima conversazione sono scomparsi. Le loro famiglie continuano a chiederci dove sono i loro cari e cosa sia successo loro. Sfortunatamente, a causa del silenzio delle autorità e della loro riluttanza a collaborare, non siamo stati in grado di dare risposte a parenti e amici. Quanto tempo dovranno vivere con questa incertezza?

SILENZIO ISTITUZIONALE, RESPONSABILITÀ ISTITUZIONALE

Come documentato nella lettera aperta che abbiamo inviato alle autorità il 17 febbraio, il 9 febbraio Alarm Phone ha contattato diverse volte le guardie costiere libiche, maltesi e italiane per mobilitare i soccorsi per le persone in pericolo in mare, ma nessuno di loro ha risposto adeguatamente. Le autorità libiche ci hanno detto che non erano in grado di condurre operazioni di ricerca e soccorso (SAR) poiché “i loro centri di detenzione sono pieni” e che dovevano risolvere questo problema con “autorità superiori”. Le autorità italiane e maltesi hanno risposto che non si sarebbero assunte la responsabilità di questo caso di emergenza perché la barca si trovava nella zona della controversa SAR libica, sebbene si trovasse in acque internazionali. Da allora diversi giornalisti e organizzazioni hanno cercato di ottenere ulteriori informazioni sulla barca dispersa, ma non hanno ricevuto alcuna risposta o risposte errate o parziali.

La guardia costiera italiana ha (dis)informato un giornalista comunicando che le 91 persone erano state salvate dalla cosiddetta guardia costiera libica. Tuttavia, abbiamo raccolto prove del fatto che la guardia costiera libica non aveva effettuato intercettazioni quel giorno. Il giorno dopo, il 10 febbraio, una barca con 81 persone a bordo è stata intercettata dalla guardia costiera libica ma secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che era presente al punto di sbarco e ha raccolto i dati sugli arrivi, e secondo le testimonianze e le prove che abbiamo raccolto, questa barca non può essere la barca in questione. La barca intercettata non corrisponde all’imbarcazione dispersa in termini di numero di persone a bordo, composizione del gruppo (genere e nazionalità), cronologia degli eventi e ultima posizione registrata.

Inoltre, l’ipotesi che la nave sia stata salvata dalle Forze Armate di Malta (AFM) si è dimostrata errata. A tarda sera del 9 febbraio, AFM hanno soccorso 84 persone in difficoltà in un’operazione congiunta con le autorità libiche. Il salvataggio è avvenuto nella zona SAR maltese, a 34 ° 36’N 013 ° 56’E . La nave della ONG Aita Mari era sul posto e ha monitorato l’operazione SAR. Le 84 persone sono state portate a Malta la mattina del 10 febbraio. Mentre diversi attori hanno suggerito che queste fossero le stesse persone che avevano avvisato Alarm Phone, possiamo confermare che anche questa barca non è quella in questione. Secondo le testimonianze di coloro che sono stati portati in salvo a Malta quella sera, erano a bordo di un gommone bianco (anziché nero), avevano trascorso circa 26 ore in mare e non avevano contattato Alarm Phone perchè che non erano in possesso di un telefono satellitare a bordo. [2]

Dei migranti in Libia hanno confermato che quel giorno, la sera dell’8 febbraio, avevano preso il largo tre imbarcazioni di migranti: due gommoni neri e un gommone bianco. Dopo aver messo insieme tutte le prove raccolte, possiamo purtroppo concludere che mentre il gommone bianco è stato portato in salvo a Malta e un’imbarcazione nera (con 81 persone a bordo) è stata intercettata in Libia il giorno dopo, il gommone nero che ha contattato Alarm Phone è ancora  disperso.

RESTI UMANI PORTATI A RIVA

Il Progetto Missing Migrants di OIM ha informato l’Alarm Phone che i resti di due persone sono stati recuperati al largo di Dafiniya, rispettivamente il 22 e il 26 febbraio. Testimonianze di altre persone in Libia hanno affermato che sono stati trovati circa sette corpi nelle vicinanze di Tajoura e Khoms. È stato confermato che i corpi erano rimasti in acqua per circa 2 settimane ma, purtroppo, finora è stato impossibile ricostruire le loro identità. Sebbene solo indicativi, questi resti umani portati a riva indicano un recente naufragio.

SOLIDARIETÀ CON FAMIGLIE E AMICI: DEVONO SAPERE

Siamo solidali con le famiglie e gli amici dei dispersi. Siamo tristi e arrabbiati perché non possiamo dare risposte precise, perché le famiglie potrebbero non fare mai chiarezza sul destino dei loro cari, perché i confini del Mar Mediterraneo continuano a rubare vite. Siamo arrabbiati perché il silenzio delle autorità è intenzionale, così come la scomparsa dei migranti in mare. La loro morte non è un incidente.

Le autorità europee e libiche sono state ben informate della situazione di emergenza delle 91 persone e sarebbero dovute intervenire. Il loro silenzio sugli eventi è indicativo della loro riluttanza ad assumersi la responsabilità di ciò che è accaduto. Se tutte queste persone hanno perso la vita, la loro morte è ancora una volta il risultato delle politiche migratorie europee e dell’esternalizzazione delle frontiere in Nord Africa e altrove. Limitare le rotte di viaggio sicure e costringere le persone ad attraversare il mare sono le cause sottostanti e sistemiche di questa violenza in corso. Il Mediterraneo è un cimitero liquido perché gli stati e le autorità europei si rifiutano di porre fine a queste politiche migratorie letali. Al contrario, limitano le operazioni SAR, criminalizzano i soccorritori delle ONG e nascondono attivamente le loro implicazioni nella scomparsa e nell’uccisione di persone in mare.

Continueremo a lottare per porre fine a queste politiche razziste che considerano alcune vite superflue e non degne di un funerale. Continueremo a indagare e documentare le violazioni di massa dei diritti umani in mare. Continueremo a stare accanto ai sopravvissuti, agli amici e ai parenti dei dispersi affinché le autorità vengano giudicate responsabili dei crimini commessi.

[1] https://alarmphone.org/en/2020/02/19/an-invisible-shipwreck/

[2] Secondo le testimonianze, sembra che le Forze Armate di Malta (AFM) siano arrivate per prime sulla scena in cui il gommone bianco era in pericolo. Le AFM hanno schierato imbarcazioni più piccole per verificare le condizioni a bordo e hanno poi distribuito giubbotti di salvataggio. Hanno però detto ai migranti che avrebbero dovuto aspettare prima che il processo di salvataggio fosse avviato. Dieci minuti dopo è arrivata la cosiddetta guardia costiera libica. La nave libica si è posizionata tra la barca in pericolo e le navi delle AFM e ha iniziato a trainare la barca verso la Libia. A quel punto molti migranti sono saltati in acqua, tra loro sei donne, di cui una incinta. Solo a quel punto sono intervenute le AFM. Le AFM hanno quindi iniziato a far salire le persone mentre la guardia costiera libica se ne andava. I migranti hanno anche affermato che nella zona c’era un aereo bianco.

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