Persi in mare o respinti, la sorte dei migranti nell’era dell’indifferenza

Nessuna notizia dei 44 migranti per i quali Alarm Phone aveva inoltrato richiesta di aiuto il 26 febbraio. Un mercantile ha salvato un'imbarcazione con 35 migranti e li ha sbarcati ieri in Libia. L'OIM denuncia l'accaduto come un respingimento verso un porto non sicuro. Due giornalisti che si erano dovuti rivolgere ad un tribunale per avere informazioni da Frontex hanno ricevuto una richiesta di pagamento da parte dell'agenzia europea all'annuncio di ricorso dopo che la corte aveva dato ragione all'agenzia

Sbarco a Tripoli di 35 migranti respinti da mercantile (sulla destra) il 27 febbraio 2020

di Mauro Seminara

La centrale di allarme telefonico civile Alarm Phone aveva inoltrato una richiesta di soccorso lanciata da un gommone in difficoltà. Nessuno però, tra le autorità marittime europee preposte al soccorso, pare abbia inteso non omettere il soccorso di un’imbarcazione in “distress”. Le persone che avevano chiesto aiuto erano 44 e si trovavano su un gommone mentre la Protezione Civile italiana avvisava il Paese di forte burrasca in arrivo sulla penisola. La situazione in mare, nel Mediterraneo centrale, non era diversa. La richiesta di aiuto è del 26 febbraio e la posizione, rilevata ed inoltrata da Alarm Phone, è stata trasmessa alle autorità nel pomeriggio. Le navi ONG non sono in missione. Per due di esse è stato imposto un pretestuoso isolamento con la scusa dell’emergenza nuovo coronavirus. In mare non ci sono navi umanitarie ed il giorno successivo alla richiesta di soccorso, Alarm Phone si interrogava su che fine avessero fatto quelle 44 persone. L’ultimo contatto, dichiara la centrale d’allarme, risale alle 21:57 di mercoledì. Poi, il nulla. Come la stessa Alarm Phone, le Centrali di Coordinamento Soccorso Marittimo di Italia e Malta hanno negato riscontro sullo stato delle operazioni di soccorso.

Mercoledì sera Alarm Phone perde il contatto con il gommone con 44 persone e di esse non si sa più nulla. Giovedì un a nave mercantile ha soccorso 35 migranti in pericolo nel Mediterraneo centrale. Non è dato sapere, ancora oggi, se si tratta dello stesso gommone bianco con 35 invece che 44 persone. Risulta invece certezza quella di un respingimento verso un porto non sicuro operato da una nave civile. La notizia dello sbarco in Libia dei 35 naufraghi presi a bordo dal mercantile è stata data dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) che opera in territorio libico ed era presente allo sbarco. Salvare vite in mare è un obbligo morale e legale. “È tuttavia inaccettabile che i migranti continuino a essere rimandati in un porto non sicuro”, ha annunciato l’OIM dopo lo sbarco dei naufraghi a Tripoli. Quello che l’OIM non ha reso pubblico è il nome della nave mercantile che ha riportato i naufraghi salvati dal mare nello stesso porto non sicuro e teatro di guerra da cui erano fuggiti. Sull’accaduto non risulta alcuna presa di posizione da parte degli Stati europei che avevano ricevuto la segnalazione dei 44 migranti in pericolo e che potrebbero essere gli stessi, poi risultati 35, soccorsi dal mercantile e respinti a Tripoli.

La questione della complicità tra gli Stati membri dell’Unione europea che da una parte disattendono le indicazioni del Consiglio europeo per i Diritti umani, e quelle delle Nazioni Unite il cui segretario si è rivolto direttamente alla Corte europea per i Diritti Umani, e dall’altra partecipano ai respingimenti fornendo indicazioni ai libici sulle coordinate delle imbarcazioni da recuperare mediante i velivoli della missione europea ha lati oscuri decisamente profondi. Notizia di questi giorni è infatti una anomala richiesta di risarcimento spese che l’agenzia europea per il controllo e la sicurezza delle frontiere Frontex ha presentato, con strana coincidenza, a due giornalisti che avevano osato chiedere informazioni teoricamente di dominio pubblico ma sempre omesse. Ad aver ricevuto la richiesta di pagamento spese pari ad euro 23.700 entro 48 ore sono stati i giornalisti Arne Semsrott e Luisa Izuzquiza. I due, nel 2017, avevano chiesto a Frontex informazioni circa l’assetto navale messo in campo dall’agenzia, ma anche notizie su un incontro tra il capo dell’agenzia europea e rappresentanti dell’Italia e di altri stati membri. Al centro dell’attenzione di entrambi c’era la guerra alle ONG partita dall’Italia, sancita in accordi segreti con la Libia ed avallata dall’Unione europea.

Semsrott e Izuzquiza non ricevettero alcuna risposta da Frontex ed al culmine della reiterata richiesta decisero di rivolgersi ad un Tribunale per ottenere le informazioni che a nessun titolo dovevano essere classificate come “riservate”. Sorpresa, per i due giornalisti, arrivò dal Tribunale in cui le difese dell’agenzia europea vennero prese da un prestigioso studio legale – esterno all’agenzia ed ingaggiato con spese fuori bilancio – di Bruxelles che ottenne il rigetto del ricorso da parte della Corte. Secondo il Tribunale quindi Frontex aveva ragione nel negare le informazioni ai due giornalisti. Semsrott e Izuzquiza però non si danno per vinti e, consapevoli del dovere di trasparenza da parte di un organo pubblico come l’agenzia europea, annunciano ricorso alla decisione del Tribunale. All’annuncio però è seguito un’immediata quanto insolita richiesta da parte dell’agenzia. In sede europea è infatti anomalo che un ente pubblico oppure una istituzione chiedano ai ricorrenti la corrispondenza delle spese legali sostenute. La circostanza, concomitante all’annuncio di ricorso, ha quindi fatto pensare ad una sorta di azione deterrente nei confronti dei due giornalisti.

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