Coronaraptus

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di Vittorio Alessandro

La libertà di stampa è preziosa, ma sul modo di fare informazione qualche dubbio è lecito. Una volta si usava “sbattere il mostro in prima pagina”, oggi – oltre a questo – lo si sbatte anche nelle altre venti, e non rimane nient’altro da dire o a cui pensare. La diretta dal coronavirus ci aggiorna sul numero e il luogo dei contagi; il direttore del telegiornale si collega dappertutto ma non sa più come riempire il proprio spazio; i talk show si dilungano in applausi sull’argomento; i cronisti descrivono strade deserte e banchi vuoti dei supermercati, e il vuoto raccontato si propaga.

Bene ha fatto l’Italia a svolgere più controlli di Francia o Inghilterra: probabilmente siamo il terzo paese al mondo non tanto per malati contagiati quanto invece per persone controllate, vedremo. Nel frattempo, converrà riportare i fatti dando ad essi la giusta proporzione, rispettando i morti, i malati, le loro famiglie, le comunità. Non è il momento di “Tutto il virus minuto per minuto”, è (ancora una volta) il momento di ragionare.

“Ho preso un bancale d’acqua, uno di passata, uno di pasta, uno di carta igienica…”. Tra i banchi sguarniti del supermercato un signore sciorinava l’elenco all’amico che confermava: “Ah, la carta igienica, certo…”. Se domani finissero le scorte nazionali di carta igienica, quel signore avrebbe ancora quindici giorni di rotoli ma, nel frattempo, il banco della carta igienica è rimasto vuoto.

Sono anch’io preoccupato, non mi sento affatto il don Ferrante dei Promessi Sposi per il quale, non essendo sostanza né accidente, il contagio non esiste. Questa corsa all’accaparramento, però, è un accidente vero: quello che, per i medici, consiste nella complicazione di una malattia.

Il virus esiste, risparmiamoci almeno la psicosi di massa.

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