Coronavirus, l’ora del contagio

Editoriale di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

È l’ora del contagio. L’ora del contagio delle idee. Non l’ora dell’epidemia di coronavirus contornata da psicosi e deliri vari. Questa è l’ora in cui anche gli italiani devono davvero mettersi alla prova sul ragionamento che per secoli si è creduto razionale e primaria distinzione tra l’uomo e la bestia. Bisogna distinguere le idee utili da quelle che adesso non servono a nulla. Distinguere la logica dall’esasperazione irrazionale. Comprendere che l’uomo è uomo in tutto il mondo ed iniziare finalmente a parlare di specie invece che di razza. Capire che il virus 2019-nCoV si trasmette alla specie umana e non distingue il colore della pelle o la lingua che si parla e nemmeno la fede religiosa. Soprattutto, bisogna smettere di pensare che se il virus si è diffuso in Cina, con un timido “mi dispiace per i cinesi” di accompagnamento, si possa esultare del “meglio a loro che a noi”. Una volta per tutte, sarebbe finalmente ora di accettare che su questo piccolo pianeta, gremito da miliardi di esseri umani, ed al contempo mostri disumani che fagocitano l’ecosistema, tutti condividiamo le stesse risorse e respiriamo la stessa aria. E non sono né mai saranno barriere invisibili come i confini a proteggere i popoli. Al massimo, queste barriere, possono causare guerre e sterminarne di popoli. Di certo non fermare un virus che, per sua natura, viaggia nell’atmosfera e raggiunge distanze enormi.

Una paio di anni addietro, grazie ad uno studio pubblicato sull’International Society for Microbial Ecology Journal (ISME), abbiamo compreso che nella nostra atmosfera circolano oltre 800 milioni di virus. Una pioggia, inevitabile, che nei periodi invernali, con la pressione atmosferica o la vera e propria pioggia, raggiunge “quota uomo” agevolando ad esempio la diffusione dei virus influenzali invernali. Cosa pensano di fare i grandi condottieri non è chiaro comprendere. Quello che però si palesa, in un momento in cui un altro virus si diffonde alla velocità del suono – dei media – è il virus della paura. Psicosi da coronavirus che stende il tappeto rosso a chi la paura è abituato a cavalcare per raggiungere i propri scopi. E sulla paura è dovuta una breve divagazione. Perché necessario è ricordare come la paura, momentanea, passa ma le contromisure rimangono e così anche le privazioni delle libertà personali sacrificate con plauso per riceverne in cambio una presunta sicurezza. Bisogna ricordare che dal celebre caso delle Torri Gemelle è precipitato un aereo e sono morti tutti i passeggeri, ma la causa è stata proprio la porta anti-dirottamento che ha impedito al secondo pilota di intervenire sul desiderio di morte che colpiva chi era al momento al comando del velivolo. Eppure, da allora, interminabili sono i poco utili controlli all’imbarco e grande è il business aeroportuale di ciò che si può acquistare “sicuro” solo dopo essersi spogliati di orologio, cintura, oggetti metallici in genere ed aver gettato nei rifiuti una bottiglietta d’acqua da riacquistare a prezzi da benzina dieci metri più avanti.

Molti ricorderanno il panico da piazze affollate, quando i capodanni in piazza erano un pericolo per la collettività e non bastavano gli agenti di pubblica sicurezza a garantire l’incolumità dei più coraggiosi. Paura. Paura che si è poi dissolta con le campagne elettorali che hanno affollato le piazze dimenticando il rischio del terrorista solitario armato di camion o furgone rubato da lanciare sulla folla. Sicurezza. Paura e sicurezza. Adesso la paura è diffusa e spontanea – almeno fino a quando non verrà scientificamente accertato da dove è venuto fuori questo nuovo coronavirus – e, come già scritto in altro editoriale, i nazionalsovranisti si sfregano le mani. Ed è proprio questa la ragione per cui è il momento di ragionare come mai si è fatto prima. Magari cominciando a porsi quesiti. Semplici interrogativi, come quello sull’utilità di far cadere un governo in piena emergenza sulla salute pubblica. Oppure sull’utilità di fare violenta opposizione invece di offrire piena collaborazione da parte delle Regioni, che secondo l’attuale sistema sanitario nazionale hanno autonomia e potrebbero rappresentare ostacolo o rallentamento nell’attuazione di adeguate contromisure e dell’opportuno monitoraggio.

Non si può escludere che possano essere state commesse leggerezze oppure che siano stati ascoltati gli esperti sbagliati. Che gli studi condotti anche all’estero sul contagio – logico – anche tra pazienti asintomatici, ritenuti attendibili da virologi come Roberto Burioni e Ilaria Capua, fossero più fondati di quelli dei referenti del Ministero della Salute che sostenevano il contrario. Ma non è un dato da escludere che anche l’Italia ha adesso un focolaio interno come lo hanno già da settimane altri Paesi del mondo. Perché, anche se non è ancora ufficialmente tale, il nuovo coronavirus è pandemico. Cioè, si è diffuso in quasi tutti i continenti e su una percentuale piuttosto elevata di popolazione. La causa italiana parrebbe essere un cosiddetto “paziente zero” che, tornato dalla Cina in pieno esplodere della diffusione virale, si è accontentato di non avere sintomi ed ha frequentato tutto ciò che poteva per veicolare il coronavirus che portava con se. Anzi, pare che abbia anche sottovalutato una lieve febbre durata un giorno o poco più e si è poi rimesso a fare vita mondana. Un portatore di virus in valigia 24ore che viaggiava in aereo e che, non avendo febbre all’arrivo, è stato controllato e trattato con i guanti bianchi. Perché veniva dalla Cina in piena emergenza cinese, mica con un barcone attraverso il Mediterraneo insieme ad un altro centinaio di disgraziati. Quindi niente isolamento, niente monitoraggio, nessun disturbo per un rispettabile cittadino del mondo.

Ribadendo l’invito a pensare con il proprio cervello e non ripetendo le vuote parole di chi adesso vuole giocare d’azzardo con la paura che si sta diffondendo, ci si dovrebbe chiedere cosa cambia se il virus arriva dal mare o dal cielo, da un volo in business class o da un gommone stracarico di passeggeri poveri? Le contromisure da prendere sono le stesse. La cooperazione ineludibile tra Stati rimane invariata. L’unione di forze internazionali per trovare cura e vaccino permangono come imperativo e pretendono l’immediata condivisione dell’eventuale rimedio senza business aggiunto, perché tutta la popolazione mondiale ne possa usufruire senza discriminazione sociale. Questo è il momento in cui bisogna aprire le porte al mondo e non quello in cui arroccarsi in inutili ed invisibili nazionalismi. Il momento in cui comprendere che se si ammala un cinese bisogna aiutarlo perché esso rappresenta un esemplare della specie umana con le stesse caratteristiche biologiche che consentono al virus di trasmettersi in altri esseri umani. Il momento storico in cui bisogna comprendere che se in Africa non esiste un diffuso adeguato sistema sanitario, perché il continente dello sfruttamento umano va tenuto disgregato dalle “potenze occidentali”, questo non è un ragionevole modo di fare politica internazionale ma una quotidiana costruzione di bomba ad orologeria. Questa sarebbe l’ora – condizionale obbligato visto il diffuso difetto di analisi nella popolazione mondiale – di comprendere una popolazione di uno Stato sovrano non può stare bene se vicino ce n’é una che sta molto male. Ma noi siamo i geni che vendono auto “nuove” che dovrebbero inquinare meno – per impalpabile percentuale – al fine di rispettare il pianeta (mica per indebitare ancora i consumatori!) mentre rivendiamo le nostre “vecchie” auto in Africa oppure in Albania come se quei Paesi non respirano e non inquinano la nostra stessa aria. I virus non hanno il passaporto. I virus non si fermano alla frontiera. I brevetti sui vaccini invece si, a volte lo fanno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 Commento

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*