La Sea Watch 3 è libera, decisione storica del Tribunale di Palermo

La Sea Watch 3 è libera anche dal sequestro amministrativo imposto dal Prefetto di Agrigento in ottemperanza al cosiddetto "decreto sicurezza bis" di Matteo Salvini. L'ex ministro intanto vede avvicinarsi la possibilità che un processo lo condanni a 15 anni di carcere per sequestro di persona aggravato

di Mauro Seminara

La decisione del Tribunale civile di Palermo è una pietra tombale sul cosiddetto “decreto sicurezza” dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini e forse anche sulla guerra che l’Italia ha condotto contro le navi delle Organizzazioni non governative. La Sea Watch 3 è libera, anche per il Tribunale di Palermo che ha accolto il ricorso dei legali della Ong tedesca contro il sequestro amministrativo imposto dal decreto poi convertito in legge nel corso dello stesso 2018. La nave era stata sequestrata, con disposizione di sequestro preventivo, dalla Guardia di Finanza a seguito della forzatura nel porto di Lampedusa che causò anche l’arresto della ormai celebre capitana Carola Rackete. Il sequestro era conseguenza della “violazione” commessa dalla comandante che, dopo innumerevoli richieste di accesso in area sicura e dichiarazione di stato di emergenza a bordo, era stata abbandonata in mare in virtù del “decreto sicurezza”.

L’ingresso in porto aveva inoltre visto un contatto, dalla propaganda ancora oggi impropriamente definito “speronamento”, tra la nave umanitaria ed una motovedetta della Guardia di Finanza che aveva manovrato pericolosamente per ostruire la banchina alla capitana Rackete (in foto). Il Tribunale di Agrigento, competente su Lampedusa, non aveva convalidato il sequestro preventivo – convertito in sequestro probatorio, quindi finalizzato al solo accertamento dei fatti – e neanche l’arresto del comandante Carola Rackete, offesa con insulti sessisti da alcuni facinorosi al momento dello sbarco e poi anche pubblicamente sui social. Aggressione, quella subita da Carola Rackete, che portò ad una denuncia per diffamazione dell’allora ministro dell’Interno adesso indagato anche per incitamento all’odio.

La nave era stata liberata dal Tribunale di Agrigento, ma era stata sottoposta a sequestro amministrativo dalla Prefettura in ottemperanza al “decreto sicurezza”. Una circostanza che dal punto di vista giuridico aveva fatto parecchio discutere. Se la nave era oggetto di intervento della magistratura, organo dello Stato che ha priorità sull’accertamento di eventuali crimini rispetto a qualunque azione civile come quella del sequestro amministrativo ordinato dalla Prefettura, e se la condotta di nave e capitana non facevano rilevare violazioni alle leggi per legittimità di comportamento, la Sea Watch 3 poteva essere esentata dall’applicazione del decreto legge del ministro perché legittimata dai fatti come già accertati da Procura della Repubblica e Tribunale di Agrigento.

Il Tribunale civile di Palermo, mentre la Giunta per le autorizzazioni a procedere si riunisce per la richiesta di rinvio a giudizio dell’ex ministro, ha stabilito che la Sea Watch 3 è libera di riprendere il mare. Dopo quasi sei mesi agli ormeggi del porto agrigentino di Licata, la nave che fu oggetto del più acceso e feroce dibattito nazionale in materia di migranti ed Ong riprenderà le proprie missioni di soccorso nel Mediterraneo centrale. Uno schiaffo, violento se pur morale, a chi aveva creduto di poter attuare il potere solo per consenso popolare ma in violazione delle leggi nazionali, della Costituzione e dei Trattati internazionali. Il risultato è infatti la richiesta di autorizzazione a procedere, presentata dal Tribunale dei ministri di Catania, contro l’ex ministro dell’Interno per il caso della nave della Guardia Costiera “CP 920 Gregoretti”. Stessa procedura era stata avviata per analoghe ipotesi di reato sul caso della nave Diciotti, sempre della Guardia Costiera, ma anche le navi delle Organizzazioni non governative avevano prodotto identiche conclusioni da parte delle Procure della Repubblica competenti.

La Ong tedesca Sea Watch ha annunciato ieri, appena appresa la notizia del ricorso accolto dal Tribunale di Palermo, che si è subito messa all’opera per preparare la nave a nuove missioni nel Mediterraneo centrale. Nel frattempo, in quelle stesse acque in cui, come fa notare Sea Watch, nel periodo di sequestro della nave sono morte almeno 400 persone che nessuno ha soccorso, altre navi umanitarie resistono ed operano in soccorso al largo della Libia. La Ocean Viking era appena arrivata in “zona SAR della morte”, e questa mattina ha soccorso 112 persone che si trovavano su un gommone la cui prua era già completamente sgonfia. Anche la Open Arms aveva ripreso il mare per spostarsi nel Mediterraneo centrale, ma di stazza ben inferiore alla Ocean Viking si è dovuta fermare a Siracusa per le condizioni meteo. La Alan Kurdi è anch’essa ferma in porto e dalle navi della Marina Militare che operano al largo della Libia non giungono notizie di segnalazioni o soccorsi a migranti messi in mare da assassini – che in certi casi corrispondono agli stessi sedicenti guardacoste libici – in questo periodo dell’anno.

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