Sono Stato io

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Tutti noi, chi più chi meno, portiamo dentro una serie di ferite che non si cicatrizzano anche se ci illudiamo che non abbiano lasciato alcun segno. Sono quelle che non si vedono ma che hanno spesso influenzato la nostra natura. Che in molti casi hanno indurito gli animi e spazzato via la spensieratezza ed anche la fiducia nel prossimo. Sono eventi che hanno lasciato un solco profondo, non sempre con la nostra consapevolezza o con il ricordo esatto della data in cui la profonda ferita ci è stata inflitta. C’è chi ha perso persone care per casi di mala sanità, chi per degli errori o per impotenza si è visto portare via i sacrifici di un’intera vita e chi ha assistito a fatti che non credeva possibili ma che non può più smettere di rivivere in sogno. In altri casi sono eventi meno drammatici, ma stratificati nel corso di una vita fino all’indurimento emotivo.

Pensare cosa prova chi, nel risvegliarsi da una notte felice in barca, scopre di essere Dio ed al contempo il grande mietitore, costretto a scegliere chi salvare e chi lasciar morire in un delirio di urla e braccia che scompaiono tra i flutti, è difficile se non impossibile. Allo stesso modo risulta impossibile comprendere chi ha perso la persona che più amava, magari a causa di una leggerezza di un medico oppure per l’errore di valutazione di un medico troppo stanco e sotto pressione. E cosa dire di chi sconta vent’anni di carcere, che lo cambiano a vita e lo estromettono dalla società per sempre, a causa di un errore giudiziario. Poi ci sono quegli eventi che in apparenza causano una ferita profonda ed indelebile in chi sopravvive, e poi si scopre che il danno è stato causato anche in milioni di persone senza che esse se ne rendessero conto.

In Italia esiste un doppio calendario. Uno è quello della Chiesa Cristiana Cattolica, con i suoi Santi, martiri e beati vari. Nomi di un tempo lontano secoli e storie che mai potranno vedere riscontro scientifico. L’altro è quello con l’altrettanto lungo elenco di martiri, che non sono santi né beati, ed appartengono ai giorni nostri. Se pensassimo alla memoria civile invece che agli onomastici, forse potremmo migliorare la società che siamo. Il 12 dicembre è l’anniversario della strage di Piazza Fontana di cui giovedì ricorreva il cinquantenario. Ma la notte tra il 12 ed il 13 dicembre ricorre anche l’anniversario di un martire che il Paese non conosce o non ricorda come i celebri eroi moderni della Patria che si commemorano il 23 maggio ed il 19 luglio in una farsa in cui “eroi” e martiri sono soltanto in due a discapito di chi, quasi anonimo, è morto per proteggerli quale integerrimo servitore della Patria.

Il calendario laico dei martiri d’Italia è fitto di nomi e date. Una sequenza quasi giornaliera che spesso vede anche sovrapposizioni. La Banca Popolare dell’Agricoltura di Milano, con le sue 17 vittime cui seguirono altre in tempi diversi ma conseguenza dello stesso attentato, ricorre a ridosso di Natale De Grazia, ucciso forse quando era già passata la mezzanotte per un anniversario il 13 dicembre. Aldo Moro invece condivide la data, in questo caso anche l’anno, con Peppino Impastato. Un 9 maggio del 1978 in cui una delle più grandi e drammatiche farse della storia ha reso evento di risonanza poco più che locale un omicidio di mafia eseguito un migliaio di chilometri più a sud ma nella medesima Repubblica. Sono soltanto alcuni esempi, ma già bastano a tracciare una linea che li rende tutti in qualche modo simili o comunque caratterizzati da un elemento comune. Elemento che ferisce milioni di persone senza che se ne rendano conto, oltre che i loro inguaribili familiari.

Piazza Fontana fu una strage, subito depistata per una indagine rivolta ad ambienti di ideologia comunista. Poi si rivelò messa in atto da ambienti di estrema destra con l’appoggio di Servizi Segreti dello Stato italiano. Pino Pinelli venne ingiustamente arrestato, illegalmente privato della libertà personale e sottoposto ad un “interrogatorio” che si concluse con un malore. Schiantarsi sul selciato dalla finestra del quarto piano della Questura è difficile da definire “malore”, eppure accadde. Ed è assurdo che 26 anni più tardi venne certificato il decesso a causa di un malore anche per il capitano Natale De Grazia, giunto privo di vita e tumefatto, in volto e su tutto il corpo, all’ospedale di Nocera Inferiore, in Calabria. Era l’uomo del Corpo delle Capitanerie di Porto che indagava sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi che venivano inabissati nel mare della Calabria con le intere navi che ne trasportavano i fusti.

Ferdinando Imposimato trascorse la vita ad indagare su un caso che non era più il suo, e che al tempo in cui lo fu, ufficialmente, trattò con il pregiudizio di chi doveva solo trovare le prove che a rapire ed uccidere Aldo Moro fossero semplicemente dei brigatisti rossi. Comunisti criminali. Morì, Imposimato, dopo aver pubblicato due libri sul caso Moro in cui documenti e testimonianze dimostravano – ormai invano – che la figura più illustre della Democrazia Cristiana era vittima di Servizi Segreti nazionali ed esteri, tutti d’accordo nel togliere di mezzo un uomo che pretese di guardare oltre la Guerra Fredda e di pensare al superamento del rigido Patto Atlantico. Peppino Impastato venne invece ucciso dalla mafia, da Cosa Nostra su ordine del capo mandamento Tano Badalamenti, ma a depistare le indagini perseguendo una impossibile pista terrorista – in cui il presunto terrorista era la vittima – furono ancora uomini dello Stato. Come uomini dello Stato erano quelli che diedero il via alla strategia della tensione degli anni ’90, con le stragi di Capaci e via D’Amelio, utilizzando mafiosi locali senza scrupoli, ma anche poco intelligenti, per poi depistare le indagini su ogni singola prova già nel momento stesso in cui venne commesso il crimine. Producendo falsi esecutori, facendo sparire agende e rovistando negli uffici e sui computer delle vittime mentre tutto il mondo assisteva in diretta al fumo che ancora era alto sul luogo delle stragi.

Di casi che possono determinare una distorsione sociale ce ne sono un tanto al chilo, e non è il caso di perdersi in questo momento nell’interminabile elenco che va dalla strage di Portella della Ginestra alle torture della Diaz, dall’omicidio di Mauro Rostagno al pestaggio di Stefano Cucchi, dall’esecuzione di Ilaria Alpi a quella del maresciallo dei carabinieri e funzionario dei Servizi Segreti dell’operazione Stand Behind – operazione dei Servizi Segreti che probabilmente determinò la morte di Rostagno in Sicilia – e che si trovava in Somalia quando vennero uccisi la giornalista Rai, il suo cameraman e pochi giorni dopo anche lo stesso uomo dello Stato e dei Servizi Segreti. Ci si dilungherebbe all’infinito nell’annoverarli tutti, ci si perderebbe nelle trame degne delle più sofisticate spy story e ci si allontanerebbe dal filo del discorso che riguarda lo Stato ed i cittadini. Perché ogni volta che un servitore dello Stato viene ucciso per mano dello Stato che serviva, che un servitore della verità viene ucciso per mano dello Stato che pone subito sul caso il Segreto di Stato quale lapide per la verità, ogni volta che lo Stato agisce in modo repressivo nei confronti di quanti rappresentano una minaccia allo status quo a causa degli ideali perseguiti, nella popolazione si rompe qualcosa e la fiducia verso le istituzioni fa un passo indietro. Così, il cittadino diventa nemico della società a cui appartiene a seguito di revoca della fiducia verso lo Stato di cui è parte.

Quello che conosciamo, e che anche oggi continua a manifestarsi, è un potere conferito dal popolo a quanti lo usano per sottomettere il popolo. Ad ogni costo e con qualsiasi mezzo. Proprio ieri, nel suo bellissimo editoriale, Domenico Gallo ricordava un fatto conseguente la strage di Piazza Fontana che sfugge alla consueta storia da commemorazione del 12 dicembre. Nel suo “La verità del 12 dicembre“, che merita attenta lettura, Domenico Gallo sottolinea quanto segue: “Per contrastare questa domanda di cambiamento, cosa ci poteva essere di meglio per il potere occulto che non organizzare una serie di stragi (lo stesso giorno di piazza Fontana ci furono fra Roma e Milano cinque attentati), facendone ricadere la colpa sulle frange estreme del movimento di contestazione? Sarebbe stato un ottimo pretesto per sospendere le garanzie della Costituzione e scatenare una dura repressione contro i movimenti sociali. Astrattamente esisteva la possibilità di proclamare quello stato di emergenza previsto dal Testo unico di pubblica sicurezza, che consente ai prefetti di «ordinare l’arresto o la detenzione di qualsiasi persona qualora ciò si ritenga necessario per ristabilire o conservare l’ordine pubblico» (art. 215).

Ciò non accadde perché l’allora presidente del Consiglio Mariano Rumor, contrariamente a quanto i neofascisti e i loro alleati si attendevano, non proclamò lo “stato d’emergenza”, atto essenziale per l’instaurazione di un regime autoritario. E per questo fu punito. Il 17 maggio 1973 quando si recò nella Questura di Milano per l’inaugurazione di un busto in onore del commissario Calabresi, Gianfranco Bertoli, un sedicente anarchico, uomo dei servizi segreti, gettò una bomba a mano dinanzi all’ingresso della Questura. Rumor ne uscì indenne ma morirono 4 persone e rimasero ferite 45. Ad evitare che la situazione precipitasse, contribuì l’azione indipendente della magistratura.” Quindi il sedicente anarchico e uomo dei Servizi Segreti italiani, Gianfranco Bertoli, avrebbe tentato di uccidere il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana con una granata perché questi si rifiutava di proclamare lo “stato d’emergenza” e quindi di consegnare il Paese ad uno Stato ombra, parallelo e totalitarista. Per questo andava eliminato e, possibilmente, sostituito con un nuovo presidente del Consiglio che sulla scia della tragica esecuzione del predecessore avrebbe certamente dichiarato lo stato d’emergenza necessario ad instaurare uno stato di polizia prima ed uno di dittatura dopo.

Potrà sembrare adesso un parallelismo impraticabile quello odierno con la brama di fascismo di una ampia frazione di italiani, ed ancor di più con il lento ma perseverante lavoro per il raggiungimento di una società capace di ambire a simile follia. Eppure, se si vuol tentare, con un piccolo sforzo, di comprendere meglio i fatti, ciò cui assistiamo oggi è niente più che una diffusa ignoranza sulla reale condizione dello Stato italiano e sulle conseguenze per il popolo nel caso in cui si affidasse la guida del Paese, magari con “pieni poteri”, a chi, come primo concreto atto di governo, ha privato il popolo del diritto di manifestare. Ed è proprio la chiusura verso chi si rifiuta di ascoltare o di leggere poco più di un titolo, verso chi firma una petizione per fede e verso chi la fede crede sia sgranare un rosario davanti un Tribunale, che condurrà l’Italia nelle tenebre della dittatura. Quindici milioni di italiani, cocciutamente determinati nel votare i fautori di questa deriva fascista, sono una percentuale enorme, anche se minoranza del Paese. Sono l’esercito delle esecuzioni sommarie accompagnate da delirante applauso. Sono quelli che non comprendono il futuro tanto desiderato solo perché nella vita hanno avuto negato lo studio del passato. Ed a far sì che tale diritto gli venisse negato sono stati gli stessi che ancora oggi, dopo decenni, siedono nei palazzi delle istituzioni.

Assetati di sangue, questi seguaci dell’uomo forte ad ogni costo, plaudono quando uno straniero viene privato di inalienabili diritti umani; ma nel frattempo non si avvedono di come loro viene sottratto il diritto allo studio, il diritto alla salute, il diritto al lavoro ed il diritto a salari dignitosi, il diritto a manifestare, il diritto alla giustizia ed il sacrosanto diritto alla dignità personale. Addirittura, e sarebbe difficile offrire questo fenomeno antropologico ai libri di storia futuri, questi milioni di persone rifiutano la cultura come fosse un frutto avvelenato e prediligono la meno impegnativa ignoranza volontaria. Convinti che loro, che non sanno, sono migliori di chi prova a spiegargli che la Terra non è piatta e che il fascismo è veleno. Come si è giunti a questo punto potrebbe anche essere sotto gli occhi di tutti. In fondo, basta guardarsi intorno per vedere che a scuola non si studia più educazione civica – quella vera – ma all’asilo pubblico si sottopongono i bambini che non sanno ancora leggere a “lezioni di religione”. Che le classi sono dei pollai ed il gallo è in prevalenza un precario sottopagato, minacciato da genitori bulli che crescono giovani delinquenti. Che le tasse, tributi e contributi, sono alte ma non producono i servizi al cittadino per cui vengono versate. Ed in questo quotidiano calvario, che è la vita dell’italiano medio, è facile incutere timore perché il cittadino chieda protezione al suo carnefice, che sia lo spauracchio usato a tal fine lo straniero invasore, il terrorista oppure l’Unione europea. Confusione, ignoranza ed infondata paura che offrono il popolo al potere che finge di offrire sicurezza. Una messa in scena che sottomette il popolo, così come deve essere perché quello Stato ombra di cui sopra non torni a farsi sentire con una nuova strategia della tensione. Con nuove stragi che destabilizzino il Paese per garantire la stabilità del potere nel Paese.

Forse bisogna investire un po’ più tempo nella cultura. Nella propria ed in quella del vicino. In certi casi anche armati di tanta pazienza!

1 Commento

  1. Caro Mauro, sembra che la mia “Coscienza abbia imparato a scrivere”! Grazie per la tua onestà in ciò che fai, che fate e che proponete su Mediterraneo Cronaca! Grazie veramente!!!!!!!!!

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