Obiettivo salute

Rubrica su salute, qualità della vita e benessere a cura di Franca Regina Parizzi

di Franca Regina Parizzi

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito “salute” “lo stato di benessere fisico, psichico e sociale della persona”. Salute non è dunque semplicemente assenza di malattia o disabilità, ma la percezione soggettiva dell’individuo di “stare bene” con se stesso e con gli altri, nel proprio ambiente. Viene subito da obiettare che difficilmente una persona può definirsi – autodefinirsi – “sana” in questo senso e che un concetto così ampio di salute sia di fatto un’utopia o comunque uno stato temporaneo nella dinamica della vita. Più realisticamente, dovremmo parlare di salute come raggiungimento da parte dell’individuo di un equilibrio, pur temporaneo, di una consapevolezza di stare bene compatibilmente con i fattori contingenti che condizionano la sua vita. Fattori che non riguardano solo lo stile di vita, l’assenza di malattia o infermità, ma anche – e in maniera determinante – la qualità dell’ambiente di vita, la serenità economica, le opportunità di integrazione sociale e lavorativa, l’accessibilità alle cure.

La salute è un bene individuale e collettivo e un diritto umano fondamentale, sancito dall’art.32 della nostra Costituzione. Esistono tuttavia molte disuguaglianze nel campo della salute sia all’interno che tra i diversi Paesi del mondo, legate a fattori socio-economici, politici, demografici, giuridici e ambientali.

Il rapporto con l’ambiente ha un peso determinante sullo stato di salute del singolo e della collettività. L’inquinamento ambientale e acustico, la perdita del contatto con la natura, l’incertezza del presente e del futuro rappresentano importanti fattori di stress fisico e psicologico. La vita nelle grandi città, ma anche in piccoli centri, è causa di maggiori stimoli ansiogeni, che riducono sensibilmente la qualità della vita e incidono profondamente sul tono dell’umore.

Il diritto alla salute non può prescindere da politiche ambientali volte alla conversione ecologica dell’industria, dell’agricoltura e della distribuzione commerciale, alla produzione energetica da fonti rinnovabili, alla cura della salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro, alla riqualificazione urbanistica di aree di degrado. Ma il diritto alla salute è strettamente legato anche alle politiche di welfare.

A partire dal secondo dopoguerra, l’Italia ha puntato a rafforzare l’economia delle sue Regioni più deboli a vantaggio della crescita dell’intero Paese, e a garantire una maggiore uguaglianza tra i suoi cittadini nella fruizione dei servizi fondamentali, primi fra tutti la scuola e la sanità.

Nell’ultimo decennio la progressiva crisi economica e la morsa sempre più stretta della tassazione hanno determinato un taglio progressivo e costante dei servizi e la nascita di egoismi regionali e spinte autonomiste, che tuttavia non sono che il risultato di un percorso già iniziato verso la fine degli anni ’90 con l’attribuzione alle Regioni del compito di autofinanziare il proprio Sistema Sanitario. La Sanità è stato il primo e più importante ambito di sperimentazione del federalismo.

Gli italiani oggi hanno una crescente sfiducia nel futuro e la conseguenza immediata è la tendenza a salvaguardare l’interesse individuale e del proprio piccolo gruppo, senza rendersi conto che l’affermazione e la sicurezza dei propri diritti non possono prescindere dal rispetto dei diritti di tutti e che l’equità e la solidarietà, principi basilari del nostro Servizio Sanitario Nazionale, rischiano di venire seriamente compromesse da politiche autonomiste.

La spesa sanitaria italiana ha toccato il livello più basso degli ultimi 10 anni (6,6% del PIL) andando a collocarsi su valori analoghi ai Paesi dell’Est Europa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato il limite del 6,5% del PIL per la spesa sanitaria: al di sotto di questa soglia non è più possibile garantire un’assistenza sanitaria di qualità e l’accesso alle cure per tutti. Una prevedibile conseguenza è l’abbassamento dell’aspettativa di vita. Attualmente l’aspettativa di vita in Italia è 81 anni per gli uomini e 85 anni per le donne (ISTAT 2018). Si tratta di livelli eccellenti, che collocano l’Italia ai primi posti in Europa e nel mondo (ci superano solo i giapponesi), ma sarà così anche nei prossimi anni? Aspettativa di vita non significa tuttavia speranza di vita in buona salute per la quale l’Italia si colloca ai livelli più bassi rispetto agli altri Paesi.

I costi dei ticket, le liste di attesa inaccettabili nelle strutture sanitarie pubbliche, la sempre maggiore disattenzione ai bisogni degli anziani e delle fasce più deboli della popolazione danno ragione del crescente numero di persone che rinunciano alle analisi, alla prevenzione e alle cure.

Stiamo assistendo inerti ad un progressivo disfacimento del nostro Sistema Sanitario Nazionale, un processo strisciante, silenzioso, del quale gran parte degli italiani non ha nemmeno consapevolezza.

Un processo le cui origini possiamo far risalire ai primi anni ’90, con l’introduzione di criteri di efficienza economica e produttività nella gestione degli ospedali e delle strutture sanitarie pubbliche (le Unità Sanitarie Locali sono diventate Aziende Sanitarie Locali e gli Ospedali Aziende Ospedaliere) e con l’accreditamento di strutture sanitarie private (la cui ragione d’essere è e rimane il profitto). Lo sviluppo di un sistema sanitario “parallelo” privato, la concorrenzialità tra le sue strutture e le strutture pubbliche in termini di costi e liste di attesa, l’insufficiente e inadeguato sistema di controllo di qualità delle prestazioni erogate dal privato sono realtà quanto mai attuali.

In questo scenario ci stiamo avviando a grandi passi verso una privatizzazione della sanità. Chi può permetterselo economicamente si cura pagando le prestazioni sanitarie o assicurazioni private, e chi non può rinuncia a curarsi.

Ma ancora non ci rendiamo conto che i principi basilari di equità e solidarietà in un campo così importante come la salute sono messi oggi in concreto, serio e grave pericolo dalle proposte di regionalismo differenziato e dalle spinte verso una privatizzazione dell’assistenza sanitaria.

Ancora non ci rendiamo conto che la salute non è, non deve essere e non può essere un privilegio, un bene individuale, ma è un bene collettivo, che deve essere partecipato, condiviso perché è un diritto di tutti.

Da queste riflessioni intendiamo partire per dar vita a una rubrica che si occupi di salute nel senso più vasto e completo del termine, affrontando temi di interesse socio-politico e ambientale determinanti per il benessere dell’individuo e della collettività, analizzando criticità ed esempi virtuosi e problematiche di carattere etico ed economico.

Non ci occuperemo, come la maggior parte dei mass media, dei benefici di una certa dieta o di certi integratori, e neppure degli ultimi “strabilianti” risultati della ricerca. Messaggi troppo spesso incautamente diffusi alimentando false speranze.

La ricerca è oggi pesantemente penalizzata dalla scarsità (assenza?) di investimenti, e i suoi risultati, pur se importanti, hanno un basso impatto concreto nella pratica clinica.

In parole povere, chi oggi ne potrebbe -forse- trarre dei benefici deve attendere il compimento delle diverse fasi di una sperimentazione ampia e libera da conflitti di interessi.

La sperimentazione è una tappa fondamentale della ricerca e ha dei costi, necessita di investimenti. I risultati sono incerti e inevitabilmente prevedibili a medio o a lungo termine, il più delle volte troppo tardi per coloro che vivono un problema di salute oggi e che hanno il diritto di essere informati, ma non illusi.

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