Migrazioni, finiscono in Sicilia le crociere delle ONG

La nave Alan Kurdi, della ONG tedesca Sea Eye, nel porto di Messina - 4 dicembre 2019 - Ph: Alessio Tricani

di Mauro Seminara

In perfetto stile Salvini, anche con il ministro Lamorgese si impongono le crociere ai naufraghi soccorsi dalle navi ONG. La Alan Kurdi, battente bandiera tedesca, ha avuto modo di fare il giro del Mediterraneo centrale, avvicinarsi al Mar Ionio, fare una puntatina nel Mar Tirreno ed infine approdare, questa mattina, nel porto di Messina. Sei giorni di navigazione in cui la nave della Organizzazione non governativa ha atteso un porto sicuro vicino Lampedusa, place of safety più vicino, si è avvicinata a Malta ed al termine del calvario si è vista assegnare il porto siciliano dello Stretto raggiunto dopo una manovra con cui ha appunto messo perfino la prua nel Tirreno meridionale. Crociera ridotta invece per gli ospiti della Ocean Viking. A loro è stato assegnato il porto di Pozzallo, sulla costa sudest della Sicilia.

A bordo della Ocean Viking c’erano, fino a questa mattina, ancora 60 persone soccorse giovedì 28 novembre a nord di Khoms, in acque internazionali, da una piccola e pre4caria barca in legno. La Alan Kurdi ha ormeggiato a Messina con 61 persone a bordo, risultato delle varie evacuazioni mediche dovute ad emergenze sanitarie riconosciute ed autorizzate dalle autorità italiane. Sette erano stati trasbordati a Lampedusa, poi altri due ed ancora altri otto sono stati evacuati tra la Sicilia e Malta nel corso di una navigazione interminabile in cui nessuno Stato europeo assumeva il coordinamento per l’assegnazione di un obbligatorio “immediato porto sicuro di sbarco”.

Il Ministero dell’Interno, guidato dal ministro Luciana Lamorgese ma con ancora alti dirigenti interni che furono già alfieri dell’ex ministro Matteo Salvini, continua ad autorizzare l’approdo soltanto dopo che è stato raggiunto un accordo di redistribuzione con altri Stati membri. Una procedura che, come la grottesca motivazione di archiviazione del Tribunale dei ministri di Roma sul “caso Salvini ed Alan Kurdi”, non segue neanche alla lontana quanto dettato dalla Convenzione di Amburgo. Questa, anche conosciuta come “Convenzione SAR”, prevede che nell’immediata assegnazione del porto sicuro più vicino, da parte dell’autorità marittima di competenza SAR più vicina all’area di soccorso o di presenza nave, nessuna distinzione venga fatta sullo stato giuridico e sulla nazionalità dei naufraghi.

La prassi, ormai tristemente consolidata, della “crociera” obbligata alle navi ONG che salvano persone viene attuata in un vuoto giudiziario internazionale. La “pacchia”, come la definiva il leader della Lega, appare in perfetta continuità con la politica che veniva attuata quando egli dirigeva il Viminale. Per stessa ammissione del Governo Conte bis, l’accordo di Malta del 4 novembre, che non ha avuto alcun seguito in sede europea con ratifica degli Stati membri, non sta dando frutti e le previste redistribuzioni non procedono come vorrebbe l’esecutivo. Il ministro Lamorgese non ha alcun problema nel dichiarare pubblicamente che per assegnare un porto sicuro alle ONG si attende la chiusura degli accordi con altri Paesi che si facciano carico di parte dei naufraghi a bordo delle navi tenute alla larga dalle bitte di un sicuro ormeggio. Il periodo di “sequestro” si è sicuramente ridotto, dalla media di due settimane con Salvini a quella di una settimana con Lamorgese, ma il risultato non cambia: viene impedito di accedere ad un place of safety in cui poter chiedere protezione internazionale fino a quando non è stata ottenuta da altri Stati membri la condivisione.

Stesse ragioni, tecnicamente, per cui continuano ad arrivare fascicoli al Tribunale dei ministri a carico dell’ex ministro che soleva sequestrare le persone a bordo con il fine della coercizione. Cioè, impediva lo sbarco fino a quando altri Stati non cedevano al “ricatto” ed accordavano l’accoglienza per una quota dei naufraghi a cui l’Italia era comunque tenuta per obblighi internazionali a concedere immediatamente un porto sicuro prima dell’identificazione che può essere effettuata soltanto a terra e magari in uno di quegli “hotspot” che proprio l’Unione europea aveva preteso in Italia ed in Grecia per agevolare la procedura al tempo definita come “ricollocamento in Unione europea”. In ogni caso, sembra che nessuno stia prendendo in considerazione la cantonata giuridica presa dal Tribunale dei ministri di Roma, la cui interpretazione della Convenzione di Amburgo dovrebbe imporre allo Stato di bandiera – nel caso della Alan Kurdi la Germania – di assumere il coordinamento per l’assegnazione del place of safety, che rimane comunque sempre un porto italiano la cui assegnazione può essere concordata soltanto con l’Italia. L’unica differenza, tra il Viminale di Salvini e quello di Lamorgese, risulta essere il mancato ausilio dei decreti ministeriali di interdizione del mare territoriale italiano che furono prerogativa dell’ex ministro mediante il decreto legge – poi convertito in legge ordinaria dello Stato – “Sicurezza bis”.

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