Breve storia mediterranea

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Breve storia numero 1

Sulla banchina del porto di Lampedusa c’è un camion, con la cabina rossa e la cella frigorifera bianca. Si trova parcheggiato, solitario, la dove è normale vederlo. Non sosta tra i rimorchi pronti all’imbarco, perché di solito questo camion non parte con la nave diretta a Porto Empedocle. Per chi passa dal porto, già nel tardo pomeriggio, l’impressione che può dare è che stiano per arrivare pescherecci con tante cassette piene di pescato da scaricare. Dietro, sui portelloni sigillati, campeggia una scritta adesiva diagonale: “la mediterranea”. Forse un marchio di distribuzione o qualcosa del genere. Una coincidenza, per la prima breve storia mediterranea. Dentro ci sono tredici bare. Dentro le bare ci sono dodici donne ed una bambina. Il camion sta li, chiuso, da solo.

Il piccolo traghetto dalla forma a banana arriva tardi, perché sostituto del traghetto che ha avuto una avaria durante la corsa verso le Pelagie. Il camion sta però sulla banchina ad attendere solitario da molte ore. L’odore che emanavano le bare, saldate solo per modo di dire, era già incontenibile la dove sono state composte. Di tanto in tanto qualcuno accende il motore del camion per alimentare la cella frigorifera, ma poco potrà servire con una traversata da nove ore che il mezzo da trasporto alimenti dovrà affrontare nel caldo ed asfissiante garage del traghetto, categoricamente a motore spento. Alle 03:30 di venerdì 10 ottobre viene finalmente il turno dell’imbarco di questo anonimo camion. Un autista lo guida a bordo come ultimo della fila, così che possa scendere per primo una volta a destinazione. E nel porto di destinazione la scena ricomincia con un carrello elevatore che scarica le bare come merce appena consegnata in uno scalo commerciale. Sulla banchina viene “improvvisata” una strana cerimonia, con le bare allineate sul nudo cemento e le autorità provinciali presenti ed allineate anch’esse davanti alle uniche vittime, fino ad oggi, recuperate dal naufragio che la notte tra il 6 ed il 7 ottobre si è verificato davanti il porto di Lampedusa.

Finito il suo straordinario servizio, il camion con la scritta adesiva “la mediterranea” torna a Lampedusa dove riprenderà il suo consueto ruolo. Probabilmente dopo un severo lavaggio e giorni e notti a portelloni spalancati. Probabilmente fino a quando nuovi trasporti speciali, ad esempio dei 35 dispersi dello stesso naufragio, che potrebbero essere ripescati dal fondo del mare, non richiederanno nuovamente l’impiego di questo altro pezzo storico della quotidianità lampedusana adibito al trasporto alimenti non confezionati. Come se i morti fossero solo unità di scarso valore numerico e le comunità locali soltanto cittadini utili quando c’è da prendere quel poco che hanno e mai considerati quando c’è da dare loro qualcosa.

Ieri, giorno in cui le 13 bare venivano allineate a terra, sulla banchina del porto agrigentino di Porto Empedocle per il massimo sforzo istituzionale che lo Stato italiano ha saputo concedere, si celebrava l’anniversario del naufragio del 11 ottobre 2013. Quella volta le vittime furono 268, di cui 60 bambini, ed ancora oggi un Tribunale cerca di sapere chi furono i responsabili dell’omissione di soccorso in acque internazionali che causò la strage. Ieri, i potenti leader europei hanno iniziato ad interrogarsi su come lasciare che il presidente turco Erdogan compia la sua strage di curdi senza che l’Unione europea venga coinvolta con il conseguente rischio di doversi poi fare carico dei rifugiati che la Turchia si era impegnata a “contenere” dietro compenso di 6 miliardi di euro.

Breve storia numero 2

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un articolo dal titolo “Svelati i rapporti tra Ong e trafficanti libici“. Il titolo è stato discusso, ma alla fine mantenuto. Parlava delle rivelazioni emerse grazie all’inchiesta del quotidiano Avvenire sui viaggi del trafficante Bija, accolto in Italia nelle sedi istituzionali come un rappresentante del governo straniero alleato invece che come un criminale. Il titolo, come personalmente difeso, poteva apparire provocatorio ma non ingannevole come poi molti lettori lo hanno definito. Gli aggettivi utilizzati sono stati in effetti vari, da “fuorviante” a “depistante”, ma in realtà il titolo rispecchiava il contenuto riguardante i rapporti tra le navi Ong ed i trafficanti libici: rapporti di reciproca intolleranza. E per questi rapporti, veniva spiegato nel corpo dell’articolo, le Ong sono state criminalizzate dalle istituzioni italiane in modo da poterle allontanare dagli affari e dai crimini che i trafficanti e mafiosi libici dovevano condurre anche per procura italiana.

Una storia mediterranea che ha involontariamente rivelato anche un’altra raccapricciante realtà sul livello culturale medio dei facinorosi di destra e degli odiatori seriali di migranti e stranieri in generale. L’articolo è stato infatti condiviso mediante il social Facebook su bacheche di utenti che non hanno assolutamente nulla in comune con i nostri affezionati lettori. Bacheche di soggetti che invece condividono quasi unicamente quelle notizie in cui c’è sempre una vittima italiana ed un mostro straniero, possibilmente – precisato già nel titolo – giunto nel nostro Paese con un barcone. Vere o false che siano le notizie che questi soggetti condividono, si può chiaramente intuire che tra le condivisioni degli utenti in questione potrebbero esserci anche notizie del tipo “I migranti sono in realtà alieni con il volto di rettile venuti sul nostro pianeta per divorarci”. Tanto, questo tipo di soggetti, utenti, elettori e, che si offendano pure, ignoranti a vario titolo, condividono solo i titoli senza leggere o comprendere il contenuto degli articoli. E quello di Mediterraneo Cronaca che hanno condiviso, che parla dei rapporti non ufficiali tra i governi italiani ed i trafficanti libici, si intitola “Svelati i rapporti tra Ong e trafficanti libici“.

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