Brividi lungo la schiena

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

C’erano i fedeli della parrocchia di San Gerlando, quelli veri. Quelli che le parole del loro Cristo le hanno forse comprese. Poi c’erano turisti, ancora sull’isola, che hanno deciso di partecipare per rendere anche il loro omaggio. C’era il Forum Lampedusa Solidale. C’erano le Forze dell’ordine e la Capitaneria in uniforme, quelli dell’isola che il naufragio lo hanno vissuto in prima persona. Soprattutto, c’erano alcuni dei superstiti del naufragio, che piangevano. Non tutti però erano presenti. Qualcuno ha un fardello così pesante che non si è sentito di recarsi al funerale. Non c’erano le troupe televisive, tenute fuori perché il momento di cordoglio e preghiera non divenisse uno scalcitante set televisivo. Non c’era il sindaco di Lampedusa, che pare abbia ritenuto errata la cerimonia cristiana per le 13 sconosciute donne chiuse nelle rispettive anonime bare. Anche se l’estremo saluto con cui affidare a Dio le loro anime era stato chiesto proprio dai superstiti. Non c’era nessuna rappresentanza nazionale dello Stato italiano, forse troppo presi dallo spintonarsi alla Camera dei deputati mentre scambiavano eleganti parole come “fatti i cazzi tuoi!” e “venduto!”. Non c’erano rappresentanti della Regione Sicilia e neanche funzionari prefettizi in rappresentanza del Governo. Forse perché la strage in acque territoriali italiane non è costata la vita a 48 italiani, quindi non valeva la pena incomodarsi.

Così è stata celebrata una cerimonia funebre da don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa, per le vittime del naufragio consumato la notte tra il 6 ed il 7 ottobre a sei miglia dal porto dell’isola italiana. Un funerale celebrato presso i locali parrocchiali di Casa della Fraternità, dove sono state poste le bare con dentro le salme e dove sono state anche saldate. Non era possibile trasferirle in chiesa. E poi per cosa, un altro carico multiplo da cinque bare per camion adibito al movimento terra? Perché a Lampedusa non c’è una camera mortuaria, come non c’è un pronto soccorso e nulla che il Governo centrale abbia mai pensato fosse necessario installare su un’isola pelagica che è teatro da oltre venti anni di quella che ancora tutti si ostinano a chiamare “emergenza”, e che continua a causare tragiche condizioni emergenziali conseguenti alle politiche del “cosi va bene”. In fondo, nel 2013 andavano bene i camion con cella frigorifera preposti al trasporto alimenti dei supermercati. Di corpi dentro ce ne stavano parecchi quando dalla banchina, dopo il macabro recupero dal fondale marino, li trasportavano all’hangar blu in cui venivano fatte le ispezioni cadaveriche e poi chiusi nelle casse di legno. 368 casse di legno. E per caricare poi le bare sulle navi militari e portarle via, spargendole per i cimiteri siciliani, andavano bene i grossi camion da movimento terra e le gru con cui sollevare due o tre casse per volta sui bancali come fossero merce in un porto commerciale.

Il funerale, con 13 bare davanti e 35 corpi ancora in mare, si è svolto nel silenzio del raccoglimento e della preghiera, ma anche dell’indifferenza e del fingere che nulla sia accaduto al largo di Lampedusa. Presto o tardi, il Mar Mediterraneo, come ha sempre fatto, inizierà a restituire i corpi che adesso risultano dispersi. Con o senza ricerche sottomarine con il Remotely Operated Vehicle (ROV) “generosamente” messo a disposizione dalle autorità nazionali. Ma allora saranno problemi dei pescatori che li prenderanno nelle reti, o al massimo di qualche spiaggia turistica che ne accoglierà piccole parti tra le alghe e l’immondizia spinta a riva dalle mareggiate. Non riemergeranno certo a Roma i corpi devastati, frollati dal mare e mangiati dai pesci. E poi, i corpi di chi? Del migrante naufragato numero 19, o di quello numero 48? L’uno vale l’altro. Tanto, per i “signori” pronti ad esprimere certe preferenze alle urne sono uguali e ben gli sta. Perché non dovevano partire. Dovevano starsene in Libia, “palestrati” e con i loro “smartphone di ultima generazione”. Chi li aveva avvistati, a chi competeva l’obbligo di soccorso, chi sapeva bene cosa dicevano le previsioni meteo, non importa a nessuno. Molto più importante pubblicare un articolo per sottolineare che l’unico problema lampedusano dell’ex ministro dell’Interno è un signore che inveisce contro chi vuole questo orrore o gode nel contemplarlo. Elettori dell’ex ministro inclusi. Quello si che è importante e meritevole di tweet del “capitano da spiaggia” con annesso video dell’invettiva dell’uomo e contro articolo di uno di quei “giornali” che da anni ce la mettono tutta per aumentare il livello di odio tra gli ultimi.

Mentre la classe politica italiana educa così il proprio elettorato, tra indifferenza, odio e violenza, procede il dibattito sulle spy story politiche. Tutti cercano di capire chi ha venduto per primo ed a chi. C’è la tangente russa su cui l’ex ministro dell’Interno, che non si era degnato di andare a risponderne in Senato, per venti minuti buoni in Tv è riuscito martedì sera a non dare una risposta che fosse una. C’è l’ipotesi di ingerenza dei servizi segreti italiani pro Trump e contro l’alleato di Governo di cui il presidente del Consiglio risponderà al Copasir. C’è, perché riemerge, l’ipotesi che analogo uso dell’intelligence italiana fosse stato fatto contro Trump da precedente presidente del Consiglio. E poi ci sono le poltrone da strappare, come per tutto, in salsa campagna pubblicitaria di un marchio di divani che rottama il vecchio salotto dei suoi clienti. Le poltrone “tagliate” della più meschina campagna populista da sbandierare come un successo. Come teste sulle picche della cinta muraria di quello che è ormai il palazzo fortificato di coloro che erano l’anti-casta e che il palazzo lo dovevano aprire. Di quelli che avevano promesso il taglio degli F-35, i cacciabombardieri-pacco americani che ci costano più dei miliardi della clausola di salvaguardia sull’Iva, ed hanno invece tagliato solo i rappresentanti del popolo riducendo la democrazia e spingendola verso il baratro. Un taglio da 345 parlamentari sui 945 di cui disponeva una popolazione di 60 milioni di persone, e senza un programma di riforma successivo. Meno rappresentanti quindi, in vista di una legge elettorale che potrebbe creare il Parlamento dei pochi “eletti”. Cioè di quelli da lista bloccata per cui all’elettore non rimane nessuna scelta. Solo i capibastone che il popolo lo attraversano solo ed esclusivamente sotto scorta e nessun rappresentante locale preferito dagli elettori. E questo è solo lo scenario più ottimista, perché se la riforma non si dovesse completare ne vedremmo delle belle.

Più morti in mare, più guerre, più spese militari, meno parlamentari, meno diritti, meno cultura. L’odio è stato sdoganato proprio dai rappresentanti della Repubblica italiana, ed all’odio liberalizzato, che si propaga veloce nella società più ignorante e cattiva di questo Paese, segue la violenza. Sempre. Una violenza con cui fanno i conti i nostri ragazzi delle Forze dell’ordine, per lo più ormai non proprio giovani. Nel frattempo la Turchia invade la Siria con l’intento di sterminare i curdi e liberare i tagliagole dell’Isis che tanto preziosi erano stati per provare a rovesciare il governo di Bashar al-Assad. Mentre cinque o sei Stati esteri continuano indisturbati a combattere la “guerra civile” in Libia. Mentre lo Yemen è ormai terra di nessuno su cui sganciare bombe fino all’estinzione del popolo yemenita. Ed in questo scenario, i ministri europei riuniti in Lussemburgo non hanno neanche saputo trovare un punto di incontro per redistribuire nell’Unione europea poche migliaia di migranti senza farli morire in mare. Anzi, poche migliaia meno 48. Di questi, 35 li redistribuirà adesso il Mar Mediterraneo.

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