Il “popolo sovrano” ubriaco

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Oggi è il giorno in cui ha inizio la richiesta di fiducia al Parlamento da parte del nuovo esecutivo, guidato ancora, o per la prima volta davvero, da Giuseppe Conte. Fuori, non proprio in Piazza Montecitorio perché altrimenti avrebbero fatto i conti con la legge “Sicurezza bis” di Matteo Salvini, c’erano proprio Matteo Salvini accodato a Giorgia Meloni ed in compagnia di Giovanni Toti. Ma non sono gli unici, malgrado piuttosto pochi per inneggiare ad un presunto “popolo sovrano” che pretende elezioni. Intorno si intravedono infatti anche quei nostalgici del saluto fascista, con i Fiore e dintorni. Sono i sovranisti che urlano per rendere ai propri elettori, con maggiore forza di convincimento, una menzogna politica fondata su un’altra menzogna politica. I nazionalsovranisti guidati da Giorgia Meloni insistono infatti col raccontare ai loro elettori la storiella dell’inciucio di palazzo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico quale sovversione del diritto democratico degli italiani di votare la propria rappresentanza legislativa e di conseguenza anche esecutiva. Tutti però si guardano bene dal pronunciare esplicite accuse di sovversione o mancato rispetto della Costituzione all’indirizzo del Quirinale.

La sintesi del periodo che va dal fatidico 8 agosto alla manifestazione di estrema destra odierna è breve e priva di margini d’interpretazione. Quel giorno di inizio crisi, Matteo Salvini, con il sondaggio che dava la Lega al 38% fresco fresco in tasca, ha aperto la crisi di Governo anticipando la mozione di sfiducia al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ubriacato dai numeri consegnati dall’istituto demoscopito sulle statistiche intenzioni di voto degli italiani, Salvini dimentica di contare i numeri reali, quelli in Parlamento. Qualcuno dirà poi che l’ubriacatura era da mojito e che aveva aggravato la situazione una insolazione da giornate in spiaggia al Papeete. Certo è che il sedicente grande leader politico, il patriottico “capitano”, l’unico presuntuoso salvatore della Patria, contando la percentuale degli intenzionati – quel giorno – a votare per lui, ha dimenticato che in Parlamento aveva comunque il 34% il Movimento 5 Stelle e che il Partito Democratico aveva preso tre punti percentuali in più rispetto al già notevole 17% della Lega. Inoltre, la felice idea di Salvini vedeva una crisi di Governo ferragostana, quindi alla vigilia della nuova legge di bilancio di uno Stato che versa in gravi condizioni sul piano economico interno e nei rapporti con economia e finanza dell’Unione europea.

Il sogno idilliaco dei “pieni poteri” di Matteo Salvini e quello di Giorgia Meloni che già si vedeva “lady di ferro” italiana al fianco dell’alleato indossatore di uniformi, si è infranto il giorno in cui, dopo aver studiato – a differenza dei due leader oggi in piazza – la Costituzione e le prassi del Quirinale nella storia della Repubblica, Giuseppe Conte ha rassegnato le proprie dimissioni al presidente della Repubblica prima che lo si sfiduciasse. Il sogno si infrange e quel giorno, 20 agosto, Salvini scopre tutti i propri limiti, quale politico e quale stratega. Mattarella ha affidato l’incarico di trovare una nuova maggioranza ed il Partito Democratico, in Parlamento più forte della Lega, questa volta non si è lasciato sfuggire – insieme a Liberi e Uguali – l’occasione di far fuori l’estremista padano accettando l’inevitabile proposta del Movimento 5 Stelle. Legittima ed in assoluta conformità con quanto prescritto dalla Costituzione, l’espressione esecutiva della nuova maggioranza affronta adesso il vaglio della fiducia parlamentare mentre la forza che adesso si trova più coesa, ed offesa, si unisce all’opposizione. Lo fa, consapevolmente, perché la presunzione gli è costata errori fatali e consenso elettorale. Eppure, di questi grandi leader politici, “statisti” incapaci di contarsi e ribaltare le cose in Parlamento per mero arrivismo da poltronisti di professione, una nutrita percentuale di italiani si fida e gli avrebbe affidato le proprie sorti. Magari con il conferimento di pieni poteri. Speriamo che le ubriacature siano ormai passate. Sia quelle da mojito che quelle da grande condottiero – senza pallottoliere e senza cultura – a cui affidare la vita. Glielo ha ricordato oggi Giuseppe Conte da dentro l’aula della Camera dei deputati: si chiama “democrazia parlamentare!”

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