Pubblici ufficiali abbandonano la nave Salvini che affonda

Il quotidiano della CEI rivela una comunicazione che dalla Guardia Costiera di Lampedusa sarebbe partita per gli indirizzi della Procura della Repubblica di Roma e quella di Agrigento con i nomi in chiaro dei responsabili del rifiuto di Place of Safety (porto sicuro) alla nave Ong Mare Jonio

di Mauro Seminara

L’episodio della Sea Watch 3, con sequestro nave ed arresto della comandante, e quello della Open Arms, pare abbiano fatto scuola. Soprattutto in ambiente giudiziario, dove decreti e divieti del ministro Salvini si sono sciolti come neve al sole. Da quando i decreti “sicurezza” del ministro erano entrati in vigore si era però registrata una insostenibile costrizione per alcuni corpi dello Stato. L’uniforme che più era stata macchiata era quella bianca della Guardia Costiera, costretta a negare riparo dal mare alle navi e porti di sbarco sicuri per i naufraghi. L’ultimo episodio giudiziario però, quello della nave Ong spagnola Open Arms, aveva aggiunto un prezioso tassello in più a quanto già chiarito dalla sentenza del Gip di Agrigento che aveva negato la convalida dell’arresto di Carola Rackete. Nel caso Open Arms, vagliato dal Giudice per le Indagini Preliminari Stefano Zammuto, era stato stabilito che il comandante della nave soccorritrice doveva attenersi alle norme internazionali e procedere con la messa in sicurezza, in un porto sicuro, delle persone che si trovavano a rischio sulla propria nave. Ciò in virtù della base normativa internazionale secondo cui il comandante è l’ufficiale più alto in grado, quindi la massima autorità su una nave in acque internazionali e nazionali. Non potendo ottemperare a quanto dettato dal diritto internazionale, perché autorità locali lo impediscono, anche con la forza, come si è verificato con la Sea Watch 3 a Lampedusa, la responsabilità è da ricercare tra i pubblici ufficiali che si sono frapposti. Dal caso Open Arms quindi è partito, dall’ufficio del Gip del Tribunale di Agrigento, l’avallo, per la Procura territorialmente competente, ad una inchiesta che possa accertare chi debba dare conto davanti alla legge tra pubblici ufficiali locali e funzionari ministeriali se non direttamente ministri.

Il quotidiano della CEI, Avvenire, ha oggi pubblicato in anteprima esclusiva un servizio sulla comunicazione che la Guardia Costiera, dall’ufficio circondariale marittimo della Capitaneria di Porto di Lampedusa, avrebbe fatto alle Procure della Repubblica di Roma ed Agrigento. Una comunicazione d’atti con cui, in breve sintesi, la capitaneria al comando del Tenente di Vascello Leandro Tringali, metterebbe in elenco tutti i nomi dei soggetti che hanno impedito al suo Comando di concedere riparo e porto di approdo alla nave Mare Jonio, della Ong italiana Mediterranea Saving Humans. Su Avvenire si legge infatti che: “La nota della capitaneria fornisce direttamente alla magistratura gli elementi per una inchiesta che potrebbe rivelarsi esplosiva. La comunicazione della Guardia costiera, infatti, è stata trasmessa a due procure indicando in chiaro i nomi e gli indirizzi di posta elettronica di quanti nella filiera decisionale sono coinvolti e potrebbero venire indagati per ‘omissione di soccorso’ e ‘trattamento inumano’. Se anche una piccola percentuale dei 39 indicati finisse in una inchiesta, potremmo assistere al più grande maxi processo per violazione dei diritti umani a carico di funzionari pubblici ed esponenti politici.”

La Guardia Costiera aveva infatti risposto picche, in modo anche piuttosto secco, alle reiterate richieste fatte dal comandante della Mare Jonio Giovanni Buscema. La circostanza, motivata dalla nave Ong dalla quale la stessa Guardia Costiera aveva provveduto ad evacuare 64 delle 98 persone soccorse dalla Ong, poneva adesso l’intera filiera delle Capitanerie di Porto in una condizione pericolosa nella quale, ottemperando a quanto imposto dalla volontà politica, ufficiali e sottufficiali avrebbero rischiato di vedersi presto o tardi rinviati a giudizio. Un episodio, non analogo ma simile, si era verificato quando l’unico a pagare davanti la giustizia era stato il maresciallo della Guardia di Finanza che comandava il pattugliatore al quale era stato ordinato di respingere dei migranti da Lampedusa fino al porto di Tripoli. Generali, politici e funzionari vari non avevano assunto la responsabilità di un ordine sbagliato che il maresciallo non avrebbe mai dovuto eseguire. Le vicende giudiziarie di Sea Watch e Open Arms, adesso, hanno aperto una crepa nel muro della volontà salviniana e la responsabilità, da quel che si apprende grazie ad Avvenire, pare non se la vogliano assumere gratuitamente gli ufficiali della Guardia Costiera.

Si legge ancora sul quotidiano della CEI, la Conferenza episcopale italiana: “Ma è la lista dei destinatari, questa volta messa in chiaro e non in ‘copia riservata’, a segnare un punto di svolta nelle decisioni della Guardia costiera. Il rifiuto dell’approdo, attribuito alle ‘autorità nazionali’ e dunque in alcun modo attribuibile agli ufficiali in servizio a Lampedusa, è stato inviato dalla capitaneria siciliana alla procura di Agrigento, a quella di Roma e (in modo che i magistrati possano vedere) al capo di gabinetto del ministro dell’interno, e a una serie di altre figure che rispondono agli ordini politici”. Nelle disposizioni con cui il Tribunale di Agrigento rigettava il sequestro preventivo della Open Arms si poteva infatti leggere che: “il rifiuto di atti d’ufficio nella specie compiuto […] ha comportato, almeno dal 14 agosto 2019, l’illecita e consapevole privazione della libertà personale dei migranti soccorsi”. Il Tribunale concludeva poi la nota posta in evidenza ricordando il “caso Diciotti”, la nave della Guardia Costiera che era stata oggetto di una richiesta a procedere contro il ministro dell’Interno per sequestro di persona da parte del Tribunale dei Ministri di Catania. Permanendo il principio dello “Stato di primo contatto”, l’Italia, anche per la nave Mare Jonio, e rischiando la Guardia Costiera di svolgere il ruolo di aguzzino in violazione di norme ben note dal Comando Generale fino al Circomare di Lampedusa, pare che questa volta la responsabilità si intenda posta nero su bianco con nomi e cognomi che non sono quelli di chi ha spesso comunicato il proprio nullaosta all’assegnazione del Place of Safety che i decreti sicurezza, in barba al diritto internazionale, intendono continuare a negare.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*