La riserva di Conte e la farsa di Di Maio

Il Movimento 5 Stelle continua a tentare la rottura degli accordi con il Partito Democratico ancor prima che Giuseppe Conte sciolga la riserva di fine consultazioni. Plaude Matteo Salvini che nel frattempo si avvantaggia come Giorgia Meloni del pasticcio pentastellato ed invoca scontate nuove elezioni

di Mauro Seminara

Il presidente del Consiglio incaricato da Mattarella aveva accettato con riserva. Una prassi, in questi casi. Ma sembra adesso che la riserva di Giuseppe Conte fosse motivata più formale. Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti avevano concordato il nome del presidente del Consiglio dei ministri, appunto Giuseppe Conte, nelle more di procedere ad accordo quadro su ministeri, sottosegretari e finalizzazione programma condiviso. Conte, indicato da M5S e PD, convocato dal presidente della Repubblica, ha dato il via alle consultazioni che procederanno ancora lunedì. Nel frattempo però il sedicente capo politico del Movimento 5 Stelle ha deciso – sempre che sia stato sua l’idea – di iniziare a minare l’accordo con il Partito Democratico. I dieci punti si sono moltiplicati per due e tra questi è nata la puntualizzazione sulla continuità con il lavoro di Matteo Salvini. I decreti sicurezza non si toccano. Di contro si procede con l’autonomia differenziata per le Regioni. Un mantenimento di programma leghista che in “discontinuità” di governo, il Movimento di Casaleggio e Grillo vorrebbe imporre al Partito Democratico.

Luigi Di Maio, mentre l’onere di mettere d’accordo le parti per ottenere una maggioranza di Governo è sulle spalle di Giuseppe Conte, si mette quindi a fare i capricci alzando l’asticella ben oltre il punto ammissibile per Nicola Zingaretti. Il Movimento 5 Stelle parrebbe quindi non volere il Governo. Piuttosto, sembra un meschino tentativo per farlo cadere ancor prima di nascere. D’altro canto, risulta palese che ad entrambe le parti, Lega e M5S, non conveniva arrivare alla legge di bilancio responsabili delle decisioni obbligate dallo stato dell’arte. Di Maio quindi direbbe al popolo “followers” d’essere responsabile, a differenza di quel tale Matteo Salvini che ha aperto la crisi, ma che di fatto non è possibile fare il Governo con il PD perché chi dovrebbe intervenire in salvataggio non accetta di concedere carta bianca al M5S che pretende tutto e non concede nulla. Una pagliacciata che adesso, dopo una prima disgregazione interna al PD, potrebbe far lasciare il tavolo ai dem e far rimanere i pentastellati con in mano il fallimento dell’unica opportunità di Governo rappresentativo con percentuali – uscite dalle elezioni di marzo 2018 – in linea con la Costituzione e decisamente contrarie a quanto asserito dagli esuli già in campagna elettorale.

I commenti sono adesso surreali e, a tratti, grotteschi. Matteo Orfini, già presidente del Partito Democratico al tempo in cui con Marco Minniti agli Interni il Governo Gentiloni iniziava la caccia alle Ong ed ai migranti di ogni genere, twitta che i pentastellati non possono difendere i DL Sicurezza della Lega: “Visto che dal m5s si dicono stupiti per le reazioni alle parole di Di Maio, la spiego più semplice: un governo che difende la ratio del dl sicurezza è un governo al quale vota la fiducia Salvini. Non il Pd. Discontinuità sui temi significa questo”. Carlo Cottarelli, che forse non sa se preparare il trolley per salire al Quirinale e forse non aveva inteso che l’accordo tra M5S e PD aveva basi d’argilla sin dal primo momento, dopo l’uscita di Di Maio con i venti punti si interroga ed interroga la rete: “A questo punto mi sento un po’ confuso … e voi?”. Venti punti, sfoderati dalla manica di Di Maio, a cui Zingaretti aveva risposto caustico: “Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà per dare un nuovo Governo all’Italia, per una svolta europeista, sociale e verde. Ma basta con gli ultimatum inaccettabili o non si va da nessuna parte”. E mentre il pentastellato Sibilia difende il dovere di Di Maio di imporre la volontà degli undici milioni di italiani che avevano votato M5S, dimenticando che ce ne sono altri 6 milioni che avevano votato PD ed anche loro hanno diritti di rappresentanza, arriva lo spin doctor di Matteo Salvini, l’ormai noto Luca Morisi, che twitta un canzonatorio “I grillini col Pd per la ‘svolta EUROPEISTA’. Fate ridere i polli!”. Anche la Ong spagnola Open Arms si pronuncia sull’affare M5S-PD: “Non abbiamo ancora sentito una parola su immigrazione, soccorso in mare, convenzioni internazionali violate. Ci sorprende che il #PD non abbia messo al primo punto del suo programma il ritorno al rispetto dei diritti umani e della Costituzione. Attendiamo fiduciosi.”

Infine, si fanno notare, tra le tante opinioni di soggetti dalla spiccata visibilità, quelli dal tono pungente e quelli letteralmente esilaranti. Per quest’ultima categoria pare classificarsi primo indiscusso tale Claudio Borghi che, dimentico della ferocia fascista con cui la Lega di Salvini ha sempre massacrato sui social ogni possibile detrattore, anche inviando minacciosi bacioni da ministro a persone sotto scorta, scrive la seguente sconcertata frase: “L’attacco social a Di Maio #dimaioBASTA è di grande violenza, orchestrato come la propaganda social di Renzi sa fare e dovrebbe far capire molte cose a chi pensa che questo governucolo, se mai partisse, possa durare”. E mentre i social ridono per il candore con cui Borghi denuncia cotanta violenza social, Cecilia Strada, da bordo nave Ong Mare Jonio bloccata fuori acque territoriali con ancora 34 profughi a bordo, scrive il suo pungente tweet: “Sono andata in prua a guardare con il binocolo se per caso sta arrivando un po’ di #discontinuità, ma da qui non si vede ancora nulla…Noi restiamo in fiduciosa attesa, eh. Siamo sempre qui.” Al netto di tweet e affermazioni da propaganda in piena campagna elettorale, rimangono soltanto fatti; ed in questi, la volontà di formare un Governo, all’orizzonte, non c’è.

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