Attacco ai velivoli Ong, dai falsi scoop ai cavilli burocratici

Il Colibrì, uno dei due velivoli Ong che fanno base a Lampedusa, è fermo da quattro giorni per un timbro che il Ministero dei Trasporti aveva "dimenticato" di apporre autorizzandone l'attività per tacito assenso. I velivoli Ong avevano appena risolto l'ostruzionismo con cui gli si impediva il rifornimento di carburante a Lampedusa

di Mauro Seminara

La guerra alle Ong che tutelano la vita dei migranti non si limita alle navi che solcano il Mediterraneo centrale in missione SAR. Ci sono anche altre missioni, sempre attrezzate da Organizzazioni non governative, che risultano fondamentali per ricerca e soccorso ma anche per la documentata testimonianza di quanto avviene nelle acque della morte, quelle che separano la Libia dalla costa sud dell’Europa. Soprattutto da quando gli uffici relazioni esterne dei corpi dello Stato italiano, attraverso i quali transita l’assoluta maggioranza delle informazioni relative ad avvistamenti di barconi in difficoltà e richieste di soccorso, tacciono in un pericoloso silenzio stampa che assume i contorni di complicità nei confronti di quella volontà politica che predilige la strage in mare al soccorso. Negli ultimi due anni è infatti tutto civile l’assetto di soccorso nel Mediterraneo. Società civile è quella che gestisce la più efficace sala operativa telefonica per tutto il Mediterraneo, dalla quale vengono poi diramate alle autorità competenti richieste ed informazioni sulla localizzazione, come encomiabile opera della società civile sono i piccoli velivoli da ricognizione che verificano le coordinate avvistando i natanti spesso poi soccorsi dalle civili navi Ong. Una società Civile, con la C di civiltà maiuscola.

Moonbird

Dopo il caso Sea Watch, conclusosi a Lampedusa con l’arresto poi non convalidato della comandante Carola Rackete, la battaglia contro le Ong sembrava vinta al nemico del salvataggio di vite umane. Le altre navi erano fuori gioco e chi cantava vittoria non poteva immaginare che nel giro di poche settimane la flotta civile sarebbe stata riarmata. La spagnola Open Arms, se bene ammonita dal governo di Spagna con una sanzione promessa da 900mila euro, è tornata in area SAR libica per affiancare la resiliente Alan Kurdi. A queste si è aggiunta, nuovamente, la Ong SOS Mediterranee che è riuscita ad armare una nuova nave – la Ocean Viking – dopo che denunciati accordi politici avevano fatto perdere alla storica Aquarius la possibilità di ottenere una bandiera con l’iscrizione al registro navale di un qualunque Stato. Infine, notizia di ieri, la Mare Jonio, della Ong italiana Mediterranea Saving Humans, è stata dissequestrata e tornerà in missione nel giro di un paio di settimane. Il diritto internazionale sta avendo la meglio sui “decreti sicurezza” italiani, garantendo quindi maggiore sicurezza alle persone che si trovano in difficoltà nel Mediterraneo centrale.

Colibrì

Nel periodo in cui le navi Ong erano ferme in porto, per sequestri – tre a Licata ed una ancora a Trapani da due anni – e le autorità marittime avevano lo sguardo rivolto altrove, le partenze di profughi dalla Libia non erano diminuite ma le morti erano drasticamente aumentate con un simultaneo doppio naufragio costato agli omissori di soccorso la vita di circa 150 persone. In questo contesto, fatto di stragi e silenzi ributtanti, i velivoli Ong sono dei testimoni scomodissimi. Forse addirittura pericolosi, visto che grazie a loro sappiamo anche quando la Marina Militare italiana evitava l’intervento SAR pur essendo la nave più vicina. Intervento di soccorso poi scattato quando da bordo natante qualcuno ha affermato che una bambina era morta. E nell’immediata euforia da arresto della Capitana Carola Rackete con sequestro della nave Sea Watch 3, una testata molto vicina all’ala leghista del Governo italiano aveva già intavolato la campagna di demonizzazione dei velivoli Ong con un titolo da fake scoop come “Tutti i voli segreti degli aerei ong: così da Lampedusa portano in Italia le navi dei migranti”. Niente di più falso, dato che oltre all’impossibilità di rendere segreti i voli, i piani di volo con le aree di ricognizione coperte e le basi di partenza, come previsto dall’Enac, l’ente nazionale per la sicurezza aerea, sono proprio le Ong a diffondere informazioni ed immagini delle loro ricognizioni attraverso i pubblicissimi social network. Immagini e notizie spesso pubblicate dalla stampa nazionale, solo ed unicamente grazie ai suddetti “voli segreti”.

L’attacco preventivo, a mezzo stampa, faceva presumere un prossimo casuale inizio di ricerche cavilli per fermare i due piccoli aerei Moonbird e Colibrì. Il primo, il Moonbird, è stato impiegato già nel 2016 grazie ad una intuizione della Ong tedesca Sea Watch. Il secondo, il francese Colibrì, è “entrato in servizio” in un secondo momento: quando al ministero dell’Interno c’era già Marco Minniti, l’uomo “di sinistra” che spianò la strada alla Lega nella lotta all’umanità residua della società civile e grazie al quale il successore Matteo Salvini ha potuto campare di rendita per circa un anno senza fare praticamente nulla di concreto. Il Colibrì, che come il Moonbird fa base nell’aeroporto di Lampedusa, vicinissimo all’area SAR malamente coperta dai libici, ha avuto negli ultimi tempi problemi per il rifornimento di carburante come il “collega” della Ong tedesca. Il servizio “Avgas” a Lampedusa non è previsto in modo strutturato e, come per altri aeroporti in analoga situazione, il rifornimento era stato accordato in deroga con taniche di carburante versate nei serbatoi sotto la tutela del distaccamento aeroportuale dei Vigili del Fuoco previo procedura autorizzata. Procedura che, d’un tratto, a qualcuno è parsa pratica da stoppare; fermando in questo modo anche i due velivoli.

Ma la pratica è risultata in regola con tutte le norme sulla sicurezza, cristallina, ed i velivoli hanno ripreso a scandagliare il Mediterraneo fino a quando un nuovo cavillo non è emerso per poter fermare almeno uno dei due testimoni aerei. Il Colibrì è infatti fermo da quattro giorni a causa di un timbro di nullaosta che il Ministero dei Trasporti non aveva apposto sulla documentazione trasmessa per conoscenza sul tipo di attività aerea che si intendeva svolgere. Una autorizzazione che, trascorsi i termini, veniva comunque superata per tacito assenso. Esattamente come molte altre in altri settori per i casi in cui la pubblica amministrazione dimentica o perde una pratica rispettando la tempistica da calende greche tipica italiana. Da quattro giorni, grazie ad una contestazione che, verificata, ci si palesa quale mero ostruzionismo, uno dei due velivoli rimane fermo in pista malgrado il sensibile aumento delle partenze di barche della morte dalla Libia e di vittime nel Mediterraneo centrale. L’origine del contestato timbro assente dovrebbe essere di matrice Ministero dei Trasporti, ma sorge il dubbio che l’iniziativa da cui scaturisce tutta l’azione ispettiva possa giungere da altro Ministero. La guerra alle Ong, in fondo, non si fa solo in mare se queste hanno anche le ali.

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