Sea Watch, situazione critica a bordo. L’Ong: “Il No allo sbarco è solo propaganda”

I profughi rimasti a bordo della Sea Watch 3 necessitano di visite psichiatriche a causa di un quadro psicologico compromesso da un apparente discriminazione e uno stress fisico che li sta gravemente debilitando. I volontari della Ong fanno turni giorno e notte per evitare eventuali atti estremi

di Mauro Seminara

La nave della Ong tedesca si trova in alto mare ormai da 13 giorni con 42 profughi soccorsi il 12 giugno in acque internazionali. Undici sono sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi, con uno sbarco disposto per ragioni sanitarie che ha visto scendere sull’isola dieci persone ed una successiva evacuazione medica effettuata nel cuore della notte per un altro degli inizialmente 53 profughi salvati dalla Ong. La situazione a bordo della nave, che dal 13 giugno naviga intorno a Lampedusa alla media di quindici miglia di distanza, è adesso critica. Lo stato fisico dei migranti è molto provato e a questo si aggiunge un quadro psicologico drammatico che diviene ogni giorno che passa sempre più critico. Intorno a Lampedusa, negli ultimi giorni, il caldo torrido ha messo a dura prova chi può trovare conforto in un bagno in mare o con l’ausilio di un climatizzatore. A bordo, come ci spiega Giorgia Linardi, della Ong, la condizione è molto diversa: “Queste persone stanno a friggere sul ponte della nave durante tutto il giorno, la notte invece dormono all’umido”.

Tra le 42 persone rimaste a bordo, insieme all’equipaggio che non può ancora dire conclusa l’operazione SAR, c’è chi si chiede se viene lasciato a bordo, a friggere, per discriminazione razziale e chi chiede ai volontari di Sea Watch quanto bisogna stare male per poter sbarcare. Un contesto di stanchezza, fisica e mentale, la cui conseguenza potrebbe essere quella a cui l’equipaggio si tiene pronto giorno e notte. “L’equipaggio ha raddoppiato i turni sul ponte della nave per essere vigili nel caso qualcuno faccia un atto disperato – spiega Giorgia Linardi – e siamo pronti a calare il gommone nel caso in cui bisogna fare un’operazione di recupero”. Tra i 42 esseri umani abbandonati in acque di nessuno c’è chi minaccia gesti di autolesionismo. Sono ormai tutti letteralmente sfiniti, compreso l’equipaggio, costretto ad un carico di stress interminabile dal giorno del soccorso e che – a distanza di 13 giorni – prevede adesso anche una “turnazione di guardia” per prevenire eventuali gesti estremi. “Per ora la situazione è sotto controllo, ma potrebbe precipitare da un momento all’altro – afferma Giorgia Linardi – ed è una responsabilità tutta sulle spalle del comandante.”

Sfugge alla logica la chiusura nei confronti dei 42 rimasti a bordo della Sea Watch 3 dal 12 giugno.  Ma risulta estremamente chiaro il ragionamento proposto dalla portavoce italiana della Ong: “Noi non abbiamo uno psichiatra sulla nave, ma il fatto che questa situazione di stress a bordo non possa essere accertata per disporre uno sbarco sia paradossale; soprattutto se pensiamo a quella che è stata la situazione che abbiamo testimoniato a Lampedusa negli ultimi giorni con sbarchi continui. Quindi adesso queste persone devono espiare la colpa di essere state soccorse da una nave di una Ong alla quale si dice no all’ingresso anche nel momento in cui sono pronte delle soluzioni di ricollocazione immediata sulla base di una disponibilità della Chiesa Valdese in Italia, della Diocesi di Torino e di alcune città tedesche. Questo dimostra come questo No sia completamente propagandistico ed assolutamente disumano”. Preclusa quindi la possibilità di immediata ricollocazione, dal momento che per avviare la procedura è necessario far sbarcare le persone, e critica la situazione con responsabilità interamente a carico della Ong anche sotto il profilo psicologico dei profughi. Inevitabile ripensare alle responsabilità che il ministro dell’Interno ha dichiarato essere a carico dell’equipaggio della nave, e dell’Olanda di cui batte bandiera, nel caso a bordo dovesse accadere qualcosa a uomini donne e bambini soccorsi tredici giorni addietro. A bordo ci sono infatti ancora dei minori, ed anche a loro viene negato accoglienza e sostegno.

L’unica timida speranza è ormai quella Corte di Strasburgo sui diritti umani che da venerdì, giorno in cui la Ong vi si è appellata, ha ancora e soltanto richiesto chiarimenti sul caso all’Italia. Anche dal TAR, al momento, nessuno spiraglio sembra aprirsi. Tra le Corti, quella del CEDU e quella del TAR, a cui la Ong si è rivolta e lo sbarco c’è quel “decreto sicurezza bis” che il presidente della Repubblica ha deciso di promulgare malgrado le riserve dello stesso Quirinale per assenza di presupposti emergenziali e per probabilissimi spunti di incostituzionalità. Già il precedente decreto sicurezza, vagliato dalla Corte Costituzionale ha visto emergere articoli inapplicabili alle norme vigenti ed all’ordinamento dello Stato. “Abbiamo fatto ricorso in tutte le sedi – racconta Linardi – e ad un certo punto saremo anche costretti ad andare contro questa legge ingiusta che è stata imposta e che dovrebbe preoccuparci tutti perché identifica in una nave umanitaria con dei naufraghi a bordo il più grande pericolo e la più grande minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico di questo Paese. È ridicolo”

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