Sea Watch, una pagliacciata inumana lunga 12 giorni

A bordo della Sea Watch 3 ci sono ancora 42 persone che adesso minacciano di buttarsi in mare. Matteo Salvini lascia intendere di voler “tirare dritto” anche a fronte dell’intervento della Corte di Strasburgo a cui si è appellata la Ong tedesca. Pietro Bartolo sulle violazioni dei diritti umani: “il ministro le violazioni le ha messe nero su bianco con dei decreti legge”

di Mauro Seminara

Quello della nave con bandiera olandese Sea Watch 3, della Ong tedesca Sea Watch, è un caso che bisogna chiarire in premessa a beneficio di tutti. La nave ha soccorso, il 12 giugno, 53 profughi che a bordo di un natante oltremodo precario aveva finalmente lasciato la Libia, terra di maltrattamenti e di conflitto militare. Il soccorso, obbligatorio in caso di natante sovraccarico, in alto mare e privo di qualunque requisito di sicurezza previsto dalle leggi internazionali e da quelle nazionali di ogni Paese, è stato effettuato in acque internazionali nel bel mezzo del Mediterraneo centrale. Sul natante a rischio non si stava recando alcuna barca, o nave, di autorità preposta al soccorso in mare. La cosiddetta guardia costiera libica è giunta sul posto solo dopo il soccorso ed è poi andata via. La nave Ong ha quindi chiesto agli MRCC, le Centrali di Coordinamento Soccorso Marittimo, che coordinano soccorsi in area SAR di salvataggio e limitrofe, indicazioni su immediato Place of Safety – “porto sicuro” – in cui sbarcare le persone soccorse. L’area SAR in cui è stato prestato soccorso è di competenza della Libia. Un mistero, ancora oggi, l’affidamento da parte dell’IMO, l’Organizzazione Internazionale Marittima, di un’area SAR così sconfinata ad uno Stato diviso in due principali fazioni, con due diversi Governi antagonisti, e privo di dotazione tecnica e professionale.

La cosiddetta “guardia costiera” della Libia è infatti un insieme di brigate locali, slegate fra esse, con una Centrale operativa il cui telefono non sempre risponde ed il cui operatore solitamente non parla inglese, la lingua universale in mare. La Sea Watch 3 si è rivolta alla Centrale della Libia, dell’Olanda, dell’Italia e di Malta. Ha risposto alla richiesta di Place of Safety la Libia. Questa, per inciso, avrebbe dovuto fornire la seguente risposta in ottemperanza alle vigenti leggi internazionali: “Non abbiamo porti sicuri in Libia a causa delle ripetute violazioni dei diritti umani che i migranti subiscono sul nostro territorio ed a causa della guerra civile in corso; contatteremo i Paesi sicuri più vicini per indicarvi un loro Place of Safety”. Così non è stato, e la Libia ha indicato alla Sea Watch 3 il ponto non sicuro di Tripoli. La Sea Watch 3, nave di una Ong che opera per salvare vite umane e non per condannarle a malversazioni e stupri, ha legittimamente rifiutato il porto di Tripoli ed è rimasta un intero giorno in attesa dell’indicazione di un vero Place of Safety da parte degli altri MRCC contattati. Circa 24 ore dopo, in assenza di riscontro, la nave ha fatto rotta verso il porto sicuro più vicino. Non la Tunisia, ma l’Italia. Lampedusa. La Tunisia stava, nel frattempo, negando un porto sicuro alla nave Maridive 601 davanti Zarzis. La nave mercantile che aveva soccorso 75 persone è rimasta 18 giorni davanti il porto tunisino in attesa di autorizzazione all’approdo. Autorizzazione che è pervenuta a bordo del mercantile solo quando i 75 profughi a bordo hanno accettato di rinunciare a tutti i diritti che le leggi internazionali garantivano loro. Solo quando hanno accettato un rimpatrio, che le autorità tunisine hanno spacciato per “volontario”, la Maridive 601 ha potuto sbarcare i 75 malcapitati che aveva soccorso. Escluso quindi un qualunque porto tunisino, la Sea Watch 3 si è diretta verso il porto sicuro europeo più vicino, che è appunto Lampedusa.

Nei giorni scorsi, al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sono saltati i nervi per una domanda che una giornalista – colpevole di essere preparata e di fare domande invece di limitarsi a raccogliere slogan – gli aveva posto sul caso della Sea Watch 3 e dell’obbligo che secondo il titolare del Viminale questa aveva di rispettare l’indicazione libica. La giornalista aveva provato a ricordare al ministro che rivolgersi al MRCC della Libia non impone automatica conseguenza di sbarcare in un porto libico i naufraghi soccorsi. Salvini si è trovato davanti un rischio enorme: una domanda a cui non poteva rispondere ed altri giornalisti che avrebbero potuto capire la “false institutional information”, cioè la bufala istituzionale del ministro. Quindi il ministro di tutto e sempre in campagna elettorale ha aggredito la giornalista con il solito motivetto secondo cui, per fare domande – come è dovere per un giornalista – sensate al ministro si sarebbe dovuta candidare e fare politica. Il video dell’Agenzia di stampa Vista immortala il bassissimo momento del “capitano” propagandista impreparato.

Genova, 16 giugno 2019 (Vista Agenzia Televisiva Nazionale)

Nel frattempo, dall’arrivo al confine con le acque territoriali italiane di Lampedusa ad oggi, dalla Sea Watch 3 sono sbarcate 11 persone di cui 10 in una prima tranche ed una la notte tra sabato e domenica. Uno stillicidio a bordo, che culmina con le disperate minacce dei 42 naufraghi rimasti sulla Sea Watch 3 dopo il soccorso che segue una lunga e bruttissima esperienza in Libia. Esperienza raccapricciante, raccontata da testimoni ancora ospiti della nave Ong, in cui trovano spazio anche le fosse scavate per seppellire i compagni deceduti nei lager libici. Queste persone, adesso, come appena annunciato dai volontari a bordo, sono disposte a buttarsi in mare e tentare di raggiungere la costa a nuoto. Ma la costa dista 15 miglia, circa 25 chilometri, ed il tuffo, per persone non abili nuotatrici e ormai esauste, equivale ad un suicidio. Ciò che moltissimi profughi hanno dichiarato di preferire di gran lunga ad un ritorno nei lager della Libia.

Evacuazione medica effettuata dalla Guardia Costiera la notte tra sabato 22 e domenica 23 giugno verso Lampedusa

Ai profughi soccorsi dalla Sea Watch 3 è giunta la disponibilità all’accoglienza da circa 50 città tedesche. Non Palermo o Napoli, ma dalla Germania che offriva anche il pullman a proprie spese per venire a prendere i disperati da accogliere. L’impuntatura di Salvini, con la complicità di tutto il Governo, nega però lo sbarco anche a fronte di un proposto immediato ricollocamento. Il caso, “vergogna dell’Europa”, come definito da Emma Bonino ieri – che ha proposto a +Europa di andare tutti a dormire sul sagrato della Parrocchia di Lampedusa insieme al parroco ed al Forum Lampedusa Solidale – è quindi passato all’attenzione della Corte di Strasburgo che ha chiesto chiarimenti all’Italia. Già da altre fonti erano giunti i richiami da quello che un tempo veniva definito il Bel Paese. Le Nazioni Unite come la Commissione europea si erano già pronunciate sulle violazioni che l’Italia stava mettendo in opera con questa condotta.

“Soltanto nell’ultima settimana a Lampedusa sono sbarcate oltre 100 persone, nel silenzio del governo e senza clamori, mentre a bordo della Sea Watch 3 si è scelto di creare delle condizioni di paura e di incertezza francamente ingiustificabili”, precisa oggi il medico europarlamentare che a Lampedusa ha lavorato per trent’anni e che il fenomeno migratorio lo conosce fin troppo bene. Pietro Bartolo ha posto questa premessa per giungere ad una puntuale presa di posizione sul caso Sea Watch: “Ci appelliamo con forza alla Corte di Strasburgo, affinché si metta al più presto la parola fine al limbo in cui sono state relegate le persone a bordo della nave della Ong. Non fatico a immaginare che anche la Corte di Strasburgo possa riscontrare le tante violazioni dei diritti umani che si stanno commettendo in queste ore. Da un ministro che quelle violazioni le ha messe nero su bianco in un decreto legge, purtroppo, non ci aspettiamo niente di diverso. Da Strasburgo, invece, sì.”

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*