Bufale in alto mare

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Uno dei principali problemi italiani continua ad essere l’ignoranza. Condita con arroganza, supponenza, ostentazione di falsa cultura, cattiveria, razzismo, xenofobia ed altro. Ma alla base sempre orribile ignoranza. Così, in virtù di questo dilagante fenomeno che rende il popolo italiano il più ignorante dell’Unione europea, e forse anche il più idiota, si leggono commenti, post ed “articoli” di sedicenti quotidiani che inneggiano all’arresto dell’equipaggio della Sea Watch 3, all’affondamento della nave o al sequestro permanente, insieme ad altre assurde idiozie che non stanno in cielo né in terra.

Ovviamente, sorvolando su post e commenti di persone che, qualora dovessero perdere la cittadinanza italiana gioverebbero all’Italia intera, quello che più preoccupa è leggere sulle pagine di testate giornalistiche iscritte al registro di questo o quell’altro Tribunale, invettive prive di alcun fondamento che pertanto esulano dal principio di informazione e passano al ruolo più confacente di disinformazione collettiva. Sono “testate giornalistiche” di partito. Va da sé che non sono vere testate giornalistiche – il giornalismo è corretta informazione, regolata da una precisa deontologia, garantito dall’articolo 21 della Costituzione e come tale neutrale ed indipendente – cartaccia sprecata per fare propaganda al partito politico di riferimento. Se qualcuno dovesse nutrire dubbi su quanto fin qui affermato, pensando magari ad una esagerazione volta al rafforzamento degli argomenti da proporre di seguito, gli basta leggere “Sea Watch, ci vuole una ruspa marina. Fate scendere tutti e affondate quella nave”. Si tratta di un taglio editoriale firmato da tale Francesco Storace, noto politico italiano ultra moderato, che oggi dirige il suo bel “quotidiano” sul quale pubblicare cotanta becera falsa informazione.

“Anche se la nave tedesca batte bandiera olandese, ce li dobbiamo prendere noi. E perché non se ne fa carico la Germania? O l’Olanda?”, scrive Storace arringando gli estremisti, i razzisti ed i fascisti del suo Secolo d’Italia. Un ragionamento, se così per ridere lo si può definire, in perfetta linea con le quotidiane affermazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini che confonde a favor di microfoni – poverelli, possono solo raccogliere la dichiarazione del ministro per le loro agenzie ma senza replicare – il coordinamento della Libia con il porto di sbarco in un Place of Safety. Così, grazie a questa deriva culturale, gli italiani di cui ci si dovrebbe vergognare trovano spunti per scrivere e condividere proposte di affondamento della Sea Watch 3, oppure sulla presunta opulenza di donne a bordo della nave Ong che avrebbero potuto prendere un aereo “con pochi spiccioli” invece di affidare ingenti risorse di cui quindi disporrebbero ai trafficanti.

Questo accade nell’era di internet, quando tutti hanno in tasca uno smartphone e tutti possono facilmente avere accesso alla cultura. Basta, ad esempio, cercare informazioni sui visti. Ma è chiaro che ritwittare una enorme idiozia a cui piace credere attiva meno neuroni atrofizzati rispetto ad una rapida ricerca in rete di informazioni dalle quali si rischierebbe la gravissima conseguenza di una idea propria. E su questo fenomeno sembra giocare tutta la sua partita il ministro dell’Interno che, come accennato, asserisce la malafede della Ong tedesca, rea di aver chiesto alla Libia un “porto sicuro” per poi rifiutare il porto di Tripoli indicato dalla Libia. Gioco facile, tanto chi lo ascolta è talmente ignorante – ed in questa definizione ci si includono le sopracitate arroganza, supponenza, ostentazione di falsa cultura, cattiveria, razzismo, xenofobia – da non poter capire che la Centrale di Coordinamento Soccorso Marittimo deve indicare un Place of Safety a fine salvataggio e che questo non deve obbligatoriamente essere della stessa Nazione ma deve obbligatoriamente essere un “porto sicuro” (quindi non libico) nelle immediate vicinanze. In poche parole, in modo pratico, la Libia, dopo aver “coordinato” il soccorso operato dalla Sea Watch 3 in favore di un gommone sovraccarico e privo di requisiti di sicurezza – caratteristiche sufficienti perché sia un evento SAR – doveva contattare i Place of Safety più vicini per chiedere la disponibilità allo sbarco. La Libia doveva chiedere all’Italia di far sbarcare la Sea Watch 3, e non poteva indicare il porto della propria capitale come “porto sicuro”. Ma spiegarlo a chi è pronto a credere che il pianeta Terra è piatto se a dirlo è il suo “capitano” è sicuramente tempo sprecato.

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