Migranti imbarcano acqua, nessun soccorso. Maridive 601 ancora bloccata

Cinquanta persone imbarcano acqua e due sono svenute a bordo. Guardia Costiera e Guardia di Finanza impegnate in una esercitazione. La barca si trova ancora in SAR libica ma nessuno interviene in soccorso. La Maridive 601 si trova ancora in rada a largo di Zarzis con 75 persone soccorse il 31 maggio

Barca soccorsa da Maridive 601 il 31 maggio 2019

di Mauro Seminara

È il Mar Mediterraneo assassino dei porti chiusi e delle intimidazioni ai soccorritori, dei nazionalsovranisti xenofobi e della “fortezza europea” che si sgretola come un castello di sabbia, quello che vede ancora morti in mare e soccorritori sequestrati con le persone soccorse ancora a bordo dopo cinque giorni. Alarm Phone oggi ha lanciato l’allarme per un’altra barca in imminente pericolo. La centrale – ormai unica affidabile – a cui chiedere aiuto, organizzata dalla società civile mediante l’organizzazione non governativa Watch the Med, ha ricevuto questa mattina una richiesta di soccorso da una trappola mortale che sta imbarcando acqua. A bordo ci sarebbero, stando alle informazioni raccolte da Alarm Phone che ne ha anche individuato la esatta posizione, circa 50 persone. Di queste, mentre in natante sta affondando, due sarebbero svenute. La centrale di allarme telefonico ha diramato l’allerta chiedendo il soccorso a tutte le sale operative di Coordinamento Soccorso Marittimo. Alle 12:46, Alarm Phone twitta l’aver informato le autorità alle 11:12 e che al momento in cui scrive nessun soccorritore sembra essersi mosso.

Dove sono i soccorritori?

Malgrado il tentativo di attacco alla trasparenza ed alla corretta informazione di servizio pubblico, che rischia di essere ben riuscito, in Radio Radicale c’è ancora chi lavora costantemente per informare gli italiani su tutto quello che le istituzioni non raccontano. Tra questi stimatissimi colleghi c’è Sergio Scandura. È cosi che si scopre di una grande esercitazione a largo di Siracusa, nel Mar Ionio. A circa quindici miglia da Siracusa ci sono infatti, tracciate da Scandura, la CP-940 (nave Dattilo) e la CP-404, entrambe della Guardia Costiera, insieme alla grande e nuova nave Monte Cimone della Guardia di Finanza e la piccola della Fiamme Gialle V804. Dalla più grande Dattilo, pari classe della ormai più nota Diciotti, alla grande e veloce Monte Cimone, le esercitazioni in corso sembrano soddisfare i motivi d’esistenza del prestigioso assetto navale italiano. Le 50 persone che stanno naufragando si trovano invece in acque internazionali, a circa 25 miglia dalla fine dell’area SAR affidata alla Libia. In acque internazionali quindi, ma di competenza ricerca e soccorso libica. E dei libici, come ormai dimostrati dai giorni successivi alle elezioni europee, non se ne vede più traccia.

Dove sono le navi mercantili ed i pescatori?

Circa cinquanta miglia nord di Sabrata c’è un natante che imbarca acqua con cinquanta persone a bordo, due delle quali svenute. L’imbarcazione si trova non lontana dalla trafficatissima area delle piattaforme petrolifere, dove quotidianamente si registra un viavai di rimorchiatori, oltre che essere questa ricca zona di pesca. Nessuno però pare raccogliere l’alert. Nessuno mette mano al timone per andare incontro ai naufraghi. La risposta alle “ragioni” di questa omissione di soccorso risiede nelle due opposte sponde del Mediterraneo. In Italia si rischia il blocco a largo senza autorizzazione ad un indicato Place of Safety (come già visto con nave Diciotti e le navi delle Ong) ed il successivo sequestro della stessa nave soccorritrice analogamente ai già citati casi. In Tunisia si rischia lo stesso “sequestro” per analoga chiusura dei porti. La Maridive 601, nave battente bandiera egiziana ma in servizio con una compagnia tunisina che offre servizi di supporto logistico alle piattaforme offshore, aveva soccorso 75 persone il 31 maggio. Un soccorso-salvataggio, inevitabile, e dopo aver ricevuto la constatata assenza della sedicente guardia costiera libica in SAR libico e le spallucce delle Centrali di Coordinamento delle più vicine aree SAR italiana e maltese, si era diretta verso lo Stato di bandiera della compagnia. Da quel giorno è ferma in rada, a largo di Zarzis, senza scorte sufficienti per sfamare gli ospiti e per offrire loro adeguati servizi igienico-sanitari. Le conseguenze che sta adesso pagando la compagnia di shipping tunisina ed il suo equipaggio, con costi elevati e mancato guadagno cui far fronte, sono un deterrente più che efficace per chiunque voglia intraprendere una dovuta ed obbligatoria missione si soccorso in mare.

Cimitero saturo

Sul fondo del Mar Mediterraneo ci sono i corpi, ormai abbondantemente profanati dai pesci e dalle paranze dei pescatori, di oltre 34mila persone che tentarono di lasciarsi alle spalle gli orrori della patria da cui fuggivano. Il cimitero liquido più grande e colmo della storia del genere umano. Un cimitero che continua ad ingrossarsi. Gli ultimi corpi sono stati risucchiati dagli abissi del Mediterraneo centrale due giorni addietro, quando l’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite, ha dato notizia del soccorso di 73 superstiti di un naufragio. Una tragedia, questa di domenica appena trascorsa, che ha visto il recupero di due soli corpi ed un bilancio di oltre venti dispersi. Alla partenza, secondo quanto testimoniato dai sopravvissuti, a bordo della barca erano in 95. Il tratto di mare in cui continuano a morire persone è ormai soltanto sorvolato dalla missione europea Sophia. Le navi infatti sono state ritirate ed a disposizione dei disperati ci sono soltanto velivoli che fino ad ora si sono limitati a segnalare la posizione delle carrette del mare gremite di profughi alla cosiddetta guardia costiera libica. Quella dei lanciatori di patate che trascina le persone sotto lo scafo e le percuote a bordo. Alla missione di complicità negli orrori messa in piedi dalla grande e potente Unione europea, si affiancano i due velivoli civili Moonbird e Colibrì della Ong Sea Watch. Ma le navi delle Ong non possono dare supporto in mare, perché ogni volta che soccorrono persone in difficoltà, ottemperando al diritto e dovere di non ricondurli nel porto non sicuro e zona di conflitto libico, vengono sequestrate a fini probatori e viene loro impedito di soccorrere altre persone.

Il “capitano” e gli ammiragli

Il Mediterraneo centrale, nel tratto che separa la Tripolitania dalla Sicilia, in prossimità della posizione di quest’ultima barca che sta naufragando, è sempre presidiato da navi delle Marine militari di mezzo mondo. Inclusa la Marina Militare italiana. Ma quest’ultima, negli ultimi episodi in cui è stata coinvolta, sembra sentire il peso e la pressione della politica nazionale, o nazionalsovranista. Così si è visto un intervento della nave Cigala Fulgosi in cui la Marina Militare italiana si è anche dovuta “giustificare” per la decisione di soccorrere. La Cigala Fulgosi ha poi dovuto effettuare un trasbordo sulla Stromboli per mantenere il presidio nella missione armata che stava svolgendo. Successivamente, la Ong Sea Watch ha documentato con uno dei suoi velivoli il mancato intervento da parte di nave Bettica ad un natante in difficoltà sul quale si è limitata a far sorvolare – con evidente ritardo – un elicottero. Ancora dopo, di nuovo la Cigala Fulgosi, è intervenuta su un gommone che stava per affondare. Un intervento che lasciava immaginare il freddo sudore dei vertici della Marina, visto che per 24 ore la nave non si è mossa pur trovandosi a brevissima distanza dalla barca in grave difficoltà. L’operazione di soccorso è scattata soltanto quando da bordo hanno comunicato che una bambina di cinque anni era morta.

L’intervento della nave della Marina Militare italiana Cigala Fulgosi era stato seguito da un quasi identico comunicato stampa di pubblica giustificazione per il soccorso. Ma il prezzo, allo Stato Maggiore della Difesa, lo hanno comunque pagato con disposizioni che mirano ad oltre l’assurdo. La nave Cigala Fulgosi, che tra gli obiettivi sensibili da difendere aveva anche la nave Capri ormeggiata nel porto di Tripoli, ha dovuto interrompere la missione sostituita da altra unità che le ha dato il cambio anticipatamente. Poi, lasciato il punto di operazione Mare Sicuro, ha dovuto circumnavigare l’intera Italia per sbarcare i profughi salvati da naufragio direttamente nel porto di Genova. Una nave della Marina Militare in assetto operativo costa, ed anche parecchio. Ed una crociera in giro per l’Italia difficilmente verrebbe ordinata da un ammiraglio al comando. Sarebbe stato più semplice e molto meno costoso far sbarcare, magari con un trasbordo su Guardia Costiera, i naufraghi in Sicilia e da li condurli in pullman in centro Italia; così come poi di fatto trasferiti dopo lo sbarco in Liguria. Ma il porto di destinazione lo decide il Ministero dei Trasporti di concerto con il Viminale, e nessuno dei due ministeri ha offerto l’alternativa al Ministero della Difesa o alla Marina Militare. Anche tra i profughi soccorsi dalla Cigala Fulgosi ci sono state testimonianze di compagni di sventura che non sono sopravvissuti alla traversata. Altri corpi nel Mediterraneo.

Aggiornamento

Nel pomeriggio, “dopo ore di attesa e paura”, come scrive Alarm Phone, la cosiddetta guardia costiera libica è giunta sul posto ed ha soccorso la barca. Nessun dettaglio sullo stato delle persone soccorse e su eventuali vittime. La motovedetta libica ha ricondotto i naufraghi nel porto di Tripoli.

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