Attacco alle NU mentre continua la politica dell’abbandono in mare

Mentre aumenta l’arroganza di chi si ritiene ormai padrone del governo e di tutte le istituzioni, nel Mediterraneo centrale si continua a morire. Le politiche di abbandono in mare, imposte da chi vuole sfruttare ancora la falsa propaganda sui “porti chiusi”, costringe la Marina militare a ritardare i suoi interventi di soccorso in acque internazionali, al punto da dovere fornire giustificazioni per le vite che salva

di Fulvio Vassallo Paleologo

I risultati elettorali danno alla testa, ed avvicinano il rischio di una involuzione autoritaria della democrazia italiana. Mentre aumenta l’arroganza di chi si ritiene ormai padrone del governo e di tutte le istituzioni, nel Mediterraneo centrale si continua a morire. Si arriva al punto di attaccare anche sul piano personale gli esperti delle Nazioni Unite che hanno criticato le politiche dei “porti chiusi” e dell’abbandono in mare, praticate dal governo italiano a partire dal mese di giugno dello scorso anno. E si pone ancora sul tavolo del ricatto post-elettorale un decreto sicurezza bis che costituisce un gravissimo attacco al diritto al soccorso in mare, rimettendo al ministro dell’interno tutti i poteri di interdizione dell’accesso nelle acque territoriali, equiparando al “trasporto di clandestini”, il trasferimento a terra dei naufraghi soccorsi in alto mare.

Le politiche di abbandono in mare, imposte da chi vuole sfruttare ancora la falsa propaganda sui “porti chiusi”, costringe la Marina militare a ritardare i suoi interventi di soccorso in acque internazionali, al punto da dovere fornire giustificazioni per le vite che salva. Dopo anni che le imbarcazioni della Marina militare italiana (quando si poteva usare la maiuscola) e della Guardia costiera, in piena sinergia con le ONG, avevano soccorso decine di migliaia di persone, sottratte a morte certa ed anche alle intercettazioni della sedicente “guardia costiera libica”, che riportava i naufraghi nelle mani dei torturatori dai quali erano fuggiti.

Già una settimana fa una strage, che forse poteva essere evitata, è costata la vita di decine di persone in fuga dalla Libia. Adesso si ripete un intervento di soccorso che appare alla prima evidenza tardivo, a ventiquattro ore dalle prime segnalazioni. Si dovrà fare chiarezza con indagini giudiziarie e con inchieste indipendenti a livello internazionale. Vedremo se le minacce del ministro dell’interno riusciranno ad impedire ancora una volta l’accertamento dei fatti e delle conseguenti responsabilità. Il ministro della difesa deve giustificare ore ed ore di ritardi, magari sulla base di qualche documento, piuttosto che continuare a fare da sponda alla propaganda del ministro dell’interno. Alla fine delle indagini si vedrà davvero chi racconta sistematicamente bufale.

Nei prossimi mesi estivi si dovrà garantire il soccorso immediato in acque internazionali, come imposto dalle Convenzioni di diritto del mare e dal diritto umanitario (Convenzione di Ginevra), tenendo conto che il Libia è in corso una sanguinosa guerra civile, e che i migranti abbandonati alla sedicente guardia costiera “libica” rischiano tutti di essere riportati in zone nelle quali la loro vita e la loro incolumità sarebbero a rischio. Alla periferia di Tripoli si spara anche sulle ambulanze, ma la situazione di conflitto si aggrava di giorno in giorno in tutte le regioni del paese, la Libia non garantisce nessun porto sicuro di sbarco. Non si può criminalizzare chi effettua soccorsi senza attendere l’arrivo delle motovedette libiche, non si può precludere l’ingresso nelle acque territoriali delle imbarcazioni non governative che hanno effettuato soccorsi in acque internazionali, come si vorrebbe fare con l’ultima versione del decreto sicurezza bis, ancora in violazione delle Convenzioni internazionali e dell’art. 10 della Costituzione italiana.

Tutti gli stati titolari di zone SAR (ricerca e soccorso) confinanti con la fantomatica zona Sar “libica”, inventata a tavolino per potere giustificare la esternalizzazione ai libici dei respingimenti collettivi, sono comunque obbligati ad intervenire con la massima tempestività possibile per rispettare gli obblighi di ricerca e soccorso imposti, oltre che dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, dalle Convenzioni di Montego Bay (UNCLOS), di Amburgo (SAR) e dalla Convenzione SOLAS. Oggi, nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale quegli obblighi inderogabili vengono ancora disattesi, anche se le autorità maltesi hanno ripreso ad effettuare alcuni soccorsi. Ma troppi attendono ancora l’arrivo delle motovedette libiche, e quando queste ritardano, si muore. In assenza di navi umanitarie, molte navi commerciali avvistano i barconi in procinto di affondare e proseguono per la loro rotta. Gli elicotteri, se si vuole, potrebbero pure servire ad effettuare soccorsi, non solo per avvistamenti o per tracciati da trasferire alle autorità libiche.

Le vittime di queste ultime settimane sono conseguenza di una scelta precisa, condivisa purtroppo da un numero sempre più elevato di italiani, abbagliati dai proclami sulla sicurezza, che sarebbe messa a rischio se si soccorrono in acque internazionali, come previsto dal diritto internazionale, poche decine di persone in procinto di morire. Un comunicato della marina italiana, di venti giorni fa (vedi sotto), spiega bene la dinamica programmata di questi soccorsi. Altre conferme vengono dal comunicato odierno. Anche quando non ci sono vittime i ritardi negli interventi di soccorso sono moralmente inaccettabili e giuridicamente in contrasto con le Convenzioni internazionali. Sembra che si debba sempre attendere l’intervento di una motovedetta libica, anche in acque internazionali, anche a 80 chilometri dalla costa più vicina. Viene prima l’interesse nazionale alla difesa dei confini e la “copertura” della missione militare NAURAS, ancora presente nel porto di Tripoli con la funzione di assistenza alle attività di intercettazione delle motovedette tripoline in alto mare, sotto la guida degli assetti aerei italiani ed europei (EUNAVFOR MED) che per primi avvistano le imbarcazioni cariche di migranti in fuga dalla Libia. Poi, quando proprio si è costretti dalle denunce delle ONG, si interviene per soccorrere vite umane. Adesso nel mirino ci saranno ancora una volta le ONG, che malgrado il blocco delle due ultime navi umanitarie ferme nel porto di Licata (la Mare Jonio e la Sea Watch 3), continuano a raccogliere dati sugli avvistamenti, anche con l’attività eroica dei piloti volontari che quotidianamente continuano a monitorare il Mediterraneo centrale.

Non ci fanno paura le minacce, di chi governa, lo sappiano. Basta con il travisamento sistematico dei fatti. Le politiche basate sulla deterrenza e sui porti “chiusi” aumentano la percentuale delle vittime, anche se possono ridurre il numero complessivo delle persone da soccorrere. Ma questo avviene soprattutto per gli scontri armati in corso in Libia, e lì il numero delle vittime tra i migranti, alcuni venduti come schiavi o sottoposti al reclutamento forzato, è incalcolabile.

I governanti della lega si sentono forti del risultato elettorale e sono convinti di potere violare impunemente qualunque Convenzione internazionale, strappando i principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale. Ma i cittadini solidali sono ormai tanti, non si potranno arrestare o fermare come hanno fatto con le navi umanitarie, sottoposte a sequestro probatorio. Continueremo a denunciare tutti i casi di omissione di soccorso, che si verificheranno sempre più numerosi nelle prossime settimane. La nostra libertà di espressione e di denuncia non potrà essere sequestrata. Le prove del genocidio nel Mediterraneo saranno sempre più documentate e implacabili. Un giorno qualcuno ne dovrà rispondere ai propri figli, se non alla giustizia.

Di seguito i comunicati stampa numero 48 e 51 della Marina Militare relativi ai due soccorsi operati dalla nave P490 Cigala Fulgosi

MINISTERO DELLA DIFESA

MARINA MILITARE

Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione

Comunicato stampa n.48 del 9/5/2019

MARINA MILITARE: IL PATTUGLIATORE CIGALA FULGOSI HA SOCCORSO 36 MIGRANTI A BORDO DI UNA IMBARCAZIONE IN PROCINTO DI AFFONDARE

Nave Cigala Fulgosi, unità combattente della Marina militare italiana, facente parte dell’Operazione Mare Sicuro unitamente ad altre unità aeronavali della Difesa, missione assegnata dal Governo e dal Parlamento e finalizzata a proteggere gli interessi nazionali nel Mediterraneo centrale, sta conducendo attività di presenza, sorveglianza e deterrenza, anche in ragione all’attuale situazione di sicurezza presente in Libia.

Tale unità è posta in particolare a protezione distante di nave Capri, anch’essa facente parte dell’Operazione Mare Sicuro, che si trova ormeggiata in porto a Tripoli per fornire assistenza tecnico-logistica ai mezzi della Marina militare e della Guardia Costiera libica.

L’unità è anche a salvaguardia del personale italiano presente a Tripoli nonché delle piattaforme estrattive dell’ENI presenti al largo delle coste libiche.

Nave Cigala Fulgosi questa mattina mentre conduceva la missione assegnata, a circa 75 chilometri dalla costa libica ha incontrato una piccola imbarcazione, con a bordo 36 persone sprovviste di salvagenti, che imbarcava acqua e che quindi era in procinto di affondare e le persone a bordo erano in imminente pericolo di vita.

In aderenza alle stringenti normative nazionali ed internazionali, nave Cigala Fulgosi è intervenuta salvando i 36 occupanti del natante, di cui 2 donne e 8 bambini per i quali è attualmente in atto la verifica delle condizioni di salute e delle relative identità, in stretto coordinamento con le competenti autorità nazionali.

Comunicato stampa n. 51 del 30/5/2019

Questa mattina il Pattugliatore d’altura della Marina Militare Cigala Fulgosi, ha raggiunto un gommone in acque internazionali, a circa 90 miglia a sud di Lampedusa. L’unità della Marina, constatate le condizioni del natante con 100 persone a bordo, di cui solo una decina provvisti di salvagente individuale, motore spento, precarie condizioni di galleggiamento e considerate le condizioni meteorologiche in peggioramento, è intervenuta in soccorso delle persone che erano in imminente pericolo di vita.

A termine del soccorso sono state recuperate le 100 persone, di cui 17 donne e 23 minori, per i quali è attualmente in atto la verifica delle condizioni di salute. Non risulta alcuna persona deceduta a bordo.

Nave Cigala Fulgosi, unità della Marina Militare, è attualmente impegnata nell’Operazione Mare Sicuro, unitamente ad altre unità aeronavali della Difesa, al fine di proteggere gli interessi nazionali nel Mediterraneo centrale, conducendo attività di presenza, sorveglianza e deterrenza, anche in ragione all’attuale situazione di sicurezza presente in Libia.

Tale unità è posta in particolare a protezione distante di nave Capri, anch’essa facente parte dell’Operazione Mare Sicuro, che si trova ormeggiata in porto a Tripoli per fornire assistenza tecnico-logistica ai mezzi della Marina militare e della Guardia Costiera libica.

L’unità è anche a salvaguardia del personale italiano presente a Tripoli nonché delle piattaforme estrattive dell’ENI presenti al largo delle coste libiche.

Articolo del professor Fulvio Vassallo Paleologo

Redatto per l’Associazione Diritti e Frontiere

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