La “linea dura” di Salvini è una farsa, navi sequestrate ma migranti non ricollocati

La Diaconia valdese restituisce i contributi ad i propri donatori perché il Viminale non ha più tenuto fede agli accordi presi con Malta dopo lo sbarco dei profughi dalle navi delle Ong Sea Watch e Sea Eye del 10 gennaio. Da Ventimiglia sono passati naufraghi soccorsi da nave Diciotti che dopo il “sequestro” non sono stati ricollocati nei Paesi che avevano dato disponibilità

La Sea Watch 3 nel porto di Catania

Sul finire dello scorso anno, il 22 dicembre, le navi delle Ong Sea Watch e Sea Eye avevano soccorso in totale 49 persone nel Mediterraneo centrale. Una parte dell’Italia, quella meno erudita o semplicemente più razzista, esultava per la “linea dura” del ministro dell’Interno contro migranti ed Ong anche mentre le due navi affrontavano il mare in burrasca in attesa di un Place of Safety – il cosiddetto “porto sicuro” – in cui poter sbarcare le persone soccorse. L’odissea di navi e profughi soccorsi si è protratta fino al 9 gennaio del 2019, data in cui l’isola-Stato di Malta ha finalmente concesso l’approdo al termine di un lunghissimo braccio di ferro in sede europea per la garanzia di immediato ricollocamento dei profughi. Una “quota” dei profughi sbarcati a Malta, di cui l’isola-Stato non intendeva farsi carico, sarebbero dovuti arrivare in Italia e per essi si erano mobilitate la Federazione Chiese Evangeliche in Italia e la Diaconia Valdese. L’Italia, nel frattempo, era testimone dei già consumati scontri per la deterrenza del soccorso in mare da parte del Governo di Roma ed a farne le spese erano state la nave Aquarius della Ong SOS Mediterranee come la nave italiana della Guardia Costiera, la Ubaldo Diciotti. In entrambi i casi, come per Sea Watch, Sea Eye e successivamente anche Mediterranea Saving Humans, le navi venivano fermate a largo con disposizioni di “porti chiusi” – twittati e mai dimostrati – e solo ad avvenuto soccorso si dava inizio al braccio di ferro per la ricollocazione delle persone soccorse.

Per la legittimazione dell’ipotesi di sequestro sul caso della nave Diciotti, ad agosto, il ministro dell’Interno ha fornito quale linea difensiva la necessità del Governo di poter trattare la ricollocazione in modo da non doversi far esclusivo carico di tutti i migranti ma condividendo il problema con l’Unione europea. Una linea difensiva che difendeva poco o nulla, visto che l’accusa mossa dal Tribunale dei ministri era di sequestro di persona aggravato dalla finalità della coazione, cioè del ricatto ad altri Stati membri. Finalità confermata dallo stesso ministro che si “difendeva” in Giunta per le immunità al fine di scongiurare un processo che poteva costargli fino a quindici anni di reclusione. Ma sulla “linea dura” con cui si sequestrano navi e profughi-naufraghi, negando loro un porto sicuro fino a quando non si ottiene certezza di ricollocamento, pesa adesso una nuova aggravante: la coazione farsa. In attesa di prossimi passi del Tribunale dei ministri di Catania, che questa volta ipotizza lo stesso crimine ma a carico anche dei ministri Toninelli e Di Maio e del premier Conte oltre che del ministro dell’Interno Salvini, è ineludibile la presa d’atto che i sequestri erano anche superflui perché alla fine i ricollocamenti non avvenivano. Lo testimoniano appunto le 49 persone sbarcate a Malta a gennaio, dopo 19 giorni a bordo delle navi che le hanno soccorse, in balìa del mare in burrasca ed a corto di cibo ed acqua.

A febbraio, dopo circa un mese dallo sbarco dei 49 profughi nel porto di Malta, il premier dell’isola-Stato a sud della Sicilia, Joseph Muscat, dichiarava di non aver ricevuto alcun contatto dal Viminale, il Ministero dell’Interno italiano. “Spero sia solo una questione tecnica da parte del governo italiano, perché gli altri Stati membri che avevano preso l’impegno lo hanno mantenuto”, dichiarava all’agenzia di stampa AGI il premier maltese. Stessa assenza di notizie veniva affermata da Paolo Naso, il coordinatore del progetto Mediterranean Hope, il programma della FCEI. “Comunicazioni ufficiali non ne abbiamo più avute”, spiegava Naso che aggiungeva: “Intuiamo che ci siano stati almeno due problemi”. I problemi a cui faceva riferimento Paolo Naso erano la richiesta maltese di ricollocare, come da accordi, anche altri 200 migranti sbarcati da precedenti missioni e la “dialettica” da propaganda politica che nel frattempo conducevano le parti del Governo italiano sulla questione dei flussi migratori. Dal Viminale però non è giunta alcuna direttiva per il trasferimento delle persone soccorse il 22 dicembre 2018 dalle Ong Sea Watch e Sea Eye, neanche un mese dopo, quando FCEI e Diaconia Valdese hanno esteso la propria disponibilità fino a recarsi direttamente a Malta per procedere con l’accoglienza presso proprie strutture in territorio italiano.

Tre mesi più tardi, ad aprile, in permanente assenza di direttive sul trasferimento in Italia delle persone sbarcate il 10 gennaio a Malta, il presidente della FCEI, pastore Luca Maria Negro, ed il Moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini, sono costretti a prendere atto che la quota di persone sbarcate a Malta non arriverà mai in Italia. Il trasferimento in Italia della quota promessa a Malta era stato garantito dal Governo “senza oneri per lo Stato”. Lo aveva affermato il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, sulla base dell’accordo con FCEI e Diaconia valdese che avevano offerto la propria disponibilità, come in precedenza il Vaticano mediante suoi programmi di assistenza, affinché una parte dei profughi trovasse immediata accoglienza e si risolvesse il sequestro in mare di Ong e persone soccorse. I pastori Luca Maria Negro e Eugenio Bernardini hanno quindi scritto una lettera congiunta, tre mesi esatti dallo sbarco a Malta, al premier Conte per sapere se qualcosa era cambiato negli accordi tra Roma e La Valletta sul ricollocamento delle dieci o quindici persone che FCEI e Diaconia valdese erano pronte ad accogliere. Per la Diaconia valdese, inoltre, l’impegno preso con il Governo italiano era un impegno preso con persone che sostenevano l’idea di accoglienza e per la quale avevano aderito ad una campagna di raccolta fondi. Donazioni private, da cittadini italiani, che permettevano al premier Conte di vantare il “senza oneri per lo Stato”.

“Purtroppo, per l’inedia del Governo e per lo scellerato stallo fra gli Stati europei in relazione alla gestione dei flussi migratori, queste persone non arriveranno in Italia”. Questa la premessa diffusa con una nota stampa il 24 aprile dalla Diaconia valdese con cui si annuncia la disponibilità a restituire il contributo ricevuto dai propri donatori. “La Diaconia Valdese – chiudeva la nota – è amareggiata per come si è sviluppata la vicenda della Sea Watch che vede, ancora una volta, le persone come pedine in giochi politici e diplomatici di bassissimo profilo”. Parte dei contributi ricevuti dalla Diaconia valdese è stata utilizzata, su disponibilità dei donatori, per il progetto “Open Europe” a Ventimiglia. E proprio a Ventimiglia, località italiana di frontiera al confine con la Francia, operatori volontari che offrono assistenza ai migranti – anche li spesso bloccati e rimpallati tra i due Stati – si sono ritrovati ad incontrare persone che erano state soccorse dalla Guardia Costiera italiana e “sequestrate” a bardo della nave Diciotti. Anche nel caso della grande nave da soccorso dell’autorità italiana, probabilmente la migliore Guardia Costiera del Mediterraneo, i profughi erano stati bloccati a bordo fino ad accordi tra Stati membri per il loro ricollocamento. Ricollocamento che dopo un paio di mesi non era stato ancora disposto dall’Italia e che aveva spinto alcune delle persone soccorse da nave Diciotti a far da sé tentando di varcare la frontiera a Ventimiglia per raggiungere parenti in Francia.

La “linea dura” del Ministero dell’Interno italiano pare quindi fine a sé stessa e non risulta grande mobilitazione per il trasferimento dei profughi nei Paesi dell’Ue che hanno offerto la propria disponibilità ad epilogo di lunghi sequestri a bordo, come ipotizzato dal Tribunale dei ministri di Catania che ha chiesto di poter processare il ministro Salvini prima ed i ministri Conte, Salvini, Toninelli e Di Maio adesso. L’unico effetto che quindi riesce a sortire la cosiddetta “linea dura” di Salvini è la deterrenza verso il soccorso in mare che però è normato da trattati internazionali oltre che un obbligo morale di ogni uomo civile. Ma non c’è soltanto il rischio che una nave ometta il soccorso per timore di un lungo sequestro in acque internazionali prima che l’Unione europea disponga un porto sicuro in cui sbarcare; dietro questa politica sembra anche profilarsi sempre più concreta la sciente volontà di togliere di mezzo le Ong che testimoniano, come ieri, pratiche di respingimento collettivo verso un Paese non sicuro ed oggi teatro di un conflitto armato in cui sono coinvolte molte nazioni. Ieri, da Budapest, il ministro dell’Interno ha appunto sottolineato l’analogia tra il Governo dell’Ungheria, che proteggerebbe i confini dell’Unione con il muro di filo spinato che impedisce a profughi e migranti di entrare in Europa, e l’Italia che avrebbe eretto un muro di filo spinato in mare per impedire a chi fugge dalla Libia di raggiungere lo stesso continente: la civilissima Europa.

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