Un Bordin in più, un Bordin in meno…

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Della rassegna stampa di Massimo Bordin mancano perfino i continui colpi di tosse degli ultimi tempi. Massimo Bordin si è spento ieri, a 68 anni e dopo un lungo periodo in cui ha lottato contro quella malattia, ai polmoni, che aveva caratterizzato il respiro davanti al microfono oltre che la tosse. Massimo Bordin se ne è andato ieri, mentre la radio di cui era stato direttore ed alla quale aveva dato la vita con tutta la sua passione per il giornalismo libero lotta per la sopravvivenza. D’un tratto, come per incanto, il Bordin al quale si voleva chiudere la radio negando la concessione dello Stato diventa il Bordin della seguitissima rassegna stampa mattutina di Radio Radicale. E, sempre per incanto, anche Radio Radicale diventa qualcosa da tutelare (ad ex direttore e simbolo ormai morto). Il Parlamento italiano finge commozione, Emma Bonino si commuove e basta. Sulla radio non c’era più nulla da fare: il Governo aveva ormai deciso. Ma l’Italia è quel Paese in cui si piangono eroi morti e non si aiutano persone vive. Massimo Bordin è quindi adesso un eroe del giornalismo, ma solo perché è morto. Un nome in più da citare quale esempio che non c’è più. L’Italia è straordinaria su questa insolita pratica.

La decisione di porre fine a Radio Radicale era stata presa, con estrema determinazione, dal Movimento 5 Stelle. Per quanto potrà sembrare assurdo agli elettori italiani, in particolar modo ai “grillini” della prima ora, a voler chiudere la radio tagliandole la concessione erano proprio quelli che il Parlamento lo volevano aprire come una scatoletta e che ogni riunione politica, sia essa di Commissione che di partito, promettevano di condividerla con tutti gli italiani in diretta streaming. Ma poi il Movimento 5 Stelle è diventato l’attuale Movimento 6 Stelle e perfino l’unica radio che già di suo apriva il Parlamento e le aule dei Tribunali come scatolette è diventata una realtà da far sparire. Meglio continuare a spendere 600 milioni extra per i due vicepremier in più a Palazzo Chigi che lasciar trasmettere ed archiviare la storia d’Italia ad una radio privata che forniva il servizio pubblico che neanche Rai ha mai offerto. Tranne che, con un inatteso colpo di scena, un Massimo Bordin lascia questa terra prima di veder chiudere Radio Radicale e tutto cambia improvvisamente anche in quel del Consiglio dei ministri giallo e verde. Il vicepremier verde, il leghista ministro dell’Interno, spezza una lancia a favore della concessione rinnovabile a Radio Radicale. Il Movimento 6 Stelle incassa il colpo, forse valuta il rapporto sul piano della comunicazione nel caso di chiusura dei Radio Radicale con il neoeletto eroe del giornalismo appena deceduto. Stand by.

In Radio Radicale c’è stupore. Qualcuno azzarda una cinica battuta, umorismo nero, chiedendosi se dovrà morire un giornalista della radio ogni volta che sarà in scadenza la concessione. La politica di maggioranza si ferma, quella di opposizione avanza. Parte anche la staffetta per la rassegna stampa che fu di Bordin, in simbolica difesa dell’istituzionalizzata Radio Radicale. D’un tratto Radio Radicale diventa il caso che doveva essere già quando in casa esastellata avevano deciso di tagliarle i viveri perché “camminasse con le proprie gambe”. Qualcuno, anche a sinistra, ricorda perfino il valore ed il ruolo che Radio Radicale ha per la scuola della politica ed ha avuto per chi oggi fa politica. Non certo per quella della Lega, il cui responsabile è oggi indagato per una presunta tangente e che già in passato aveva patteggiato una pena malgrado il leader del Carroccio lo definisca persona specchiata. La scuola di politica della Lega non si sa con esattezza cosa insegni, se scienze politiche o marketing e propaganda. Radio Radicale insegnava ad ascoltare i dibattiti in aula già prima che nascesse internet con il suo YouTube e conseguenti canali di diretta streaming del Parlamento italiano. Radio Radicale trasmetteva la politica, in ogni sua sede, in ogni sua forma. Poi, dopo vari tentativi, era giunto il governo gialloverde con la sua componente “della trasparenza” targata M5S, ed aveva deciso che era ora di chiudere questa esperienza di servizio pubblico di origine privata. Finchè…

Doveva essere un Bordin in meno, con la chiusura cui era destinata la radio. Adesso c’è un Bordin in più, tra i simboli di questa Italia che onora solo chi non c’è più e distrugge invece tutto ciò che esiste e funziona.

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