Sei giorni in mare dal soccorso, la vergogna del caso Alan Kurdi

Ancora nessun “porto sicuro” per i 64 migranti della Alan Kurdi mentre l’Unione europea dovrebbe aver già deciso come comportarsi con i possibili profughi della guerra in Libia. La nave della Ong a largo di Malta

Migranti sul ponte della Alan Kurdi - Credit Sea Eye/Alan Kurdi

La nave della Ong tedesca Sea Eye ha soccorso mercoledì mattina 64 migranti in pericolo, in acque internazionali, a largo delle coste libiche. Da quella mattina sono trascorsi sei giorni e la nave Alan Kurdi non ha ancora un porto sicuro in cui far sbarcare i migranti, tra i quali anche 12 donne e due bambini. Alle madri dei due piccoli profughi ed ai loro bimbi di sei anni e di undici mesi era stato offerto di sbarcare a Lampedusa, ma la stessa concessione era stata negata ai padri dei bambini. Le donne, ed i bambini, hanno quindi rifiutato il trasbordo per il porto dell’isola pelagica italiana. Il sopraggiungere di una nuova perturbazione meteo e l’ostinata chiusura del porto isolano alla nave, hanno costretto la Alan Kurdi verso Malta. Al premier maltese, Joseph Muscat intanto la Ong reiterava richieste di intervento; anche in questo caso senza alcun riscontro. L’autorità tedesca, di cui la nave batte bandiera, è ancora in trattativa con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo centrale per trovare un sicuro approdo alla nave che adesso si trova in balìa delle onde sempre più alte e di condizioni meteo decisamente avverse a persone soccorse quasi una settimana addietro ed oggi a corto di viveri.

La Alan Kurdi naviga al confine con le acque territoriali di Malta, ma al momento nessuna soluzione è stata trovata per lo sbarco. L’emblema sulla falsa civiltà dell’Unione europea – oltre 500 milioni di abitanti – si manifesta ancora una volta con un piccolo gruppo di persone in fuga dalla Libia, soccorse da una Ong europea mentre la sedicente guardia costiera libica latitava e con una guerra in corso che adesso mette a rischio la vita di tutti i migranti e di tutti i civili presenti nel Paese nordafricano. L’Unione europea dovrebbe aver già deciso come comportarsi con i prevedibili prossimi profughi libici e su come mettere in sicurezza i civili incastrati nelle aree di guerra, eppure non riesce ancora a decidere dove far sbarcare gli unici 64 migranti che da quell’inferno erano riusciti ad andar via. La nave Alan Kurdi attende disposizioni, a bordo i viveri scarseggiano e vengono razionati, il confine con le acque maltesi viene lambito e poi il comandante inverte la rotta e vi si allontana. La vergogna del caso Alan Kurdi è l’emblema della civiltà che l’Europa pretende e dichiara di aver conquistato dal dopoguerra.

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