La guerra “civile” della Libia ed il fallimento gialloverde

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Quella di “guerra civile”, per quanto tecnicamente corretta, è probabilmente una definizione ingannevole nel caso della Libia. Oltre al fatto che accostare il concetto di “civiltà” alla guerra è già di per se assurdo, a trarre in inganno l’opinione pubblica c’è anche la tipologia di guerra che si combatte a qualche centinaio di chilometri a sud dell’Italia. In Libia non è in corso una guerriglia tra fazioni rivali della stessa nazione, ma una vera e propria guerra tra Forze Armate di due fazioni con ognuna un proprio governo. Queste non usano mitragliatrici ed armi bianche ma missili ed aerei. La definizione di “guerra civile”, là dove i raid aerei di una fazione aggrediscono la capitale dell’altra, risulta un’applicazione quantomeno forzata. Quanto sta accadendo in Libia è di fatto una guerra, analoga a quella che i dizionari definiscono come combattimento militare tra due Stati. I due Stati in questione, Tripolitania e Cirenaica, sono il frutto della guerra che i civilissimi Paesi “occidentali” hanno felicemente fatto nel 2011, quando l’allora leader della Grande Jamahiriya – Muammar Gheddafi – aveva deciso di far alzare la testa all’Unione africana con una valuta ed un mercato borsistico proprio. Velleità inaccettabile per la “civiltà” occidentale che, in caso di successo africano, avrebbe dovuto pagare le materie prime – petrolio, gas, pietre dure, coltan, ecc – a prezzi di mercato e non più a tariffe da padrone che ne decide il prezzo. In quella circostanza di infiltrazioni militari europee coperte dalla confusione mediatica che accompagnò la vera “Primavera araba”, quella tunisina, con un rovesciamento degli equilibri libici armando le tribù della Cirenaica contro Gheddafi, ci fu lo storico attacco francese con cui il presidente Sarkozy – unendo i puntini della cronaca giudiziaria di Parigi – si suppone abbia ordinato l’esecuzione del rais per cancellare le tracce del finanziamento alla campagna elettorale per l’Eliseo.

La guerra, detta “civile”, che il generale Khalifa Haftar ha avviato con l’intenzione di conquistare Tripoli sta causando problemi in ordine economico e migratorio in Europa ed in particolare in Italia. Il Governo esastellato aveva basato tutta la propria propaganda sul contenimento dei flussi migratori, attribuendosi come proprio merito i meschini accordi siglati dal ministro dell’Interno “di sinistra” del precedente Governo. La guerra in corso non si limita adesso a cambiare le carte in tavola rendendo doverosamente profughi quanti salpano dalla costa della Libia per mettersi in salvo dai combattimenti, ma mina ancora di più anche la politica economica tricolore che vede già il personale degli insediamenti ENI evacuato per ragioni di sicurezza. Se l’Italia riporta a casa, di fretta e furia, il proprio personale civile dalla Libia, è chiaro che non può neanche più provare a definire i migranti un problema libico di cui non doversi far carico. Un fallimento quindi, sul piano propagandistico dei flussi migratori, cui segue un problema sul fronte dell’approvvigionamento petrolifero. E quest’ultimo mette ancora più in ginocchio un’economia che non trova la quadra a causa di una crescita del Pil stimata intorno allo zero. Premesso che ci si attende ancora il – più volte promesso in campagna elettorale – taglio delle accise sul carburante. In mezzo, tra l’incapacità italiana di governare un Paese fermo alle griglie di partenza dal 2008 e un fenomeno migratorio che non trova soluzione per volontà europea e soprattutto italiana, c’è una nave con 64 migranti soccorsi mercoledì a largo della Libia.

La nave Alan Kurdi, con i suoi 64 migranti salvati nelle acque internazionali a largo della Libia, rappresenta l’epilogo dell’incapacità e dell’ipocrisia europea – oltre che italiana – perché, a differenza dei precedenti casi Aquarius, Diciotti e Diciotti bis, Sea Watch e Sea Watch bis, Mare Jonio, la nave della Ong tedesca attende un porto sicuro mentre l’Unione europea cerca di capire come comportarsi in materia di prevedibili flussi migratori conseguenti alla guerra in atto. Se l’Ue trova un Place of Safety per i migranti della Alan Kurdi, dovrà trovarlo anche domani per tutti gli altri migranti che riusciranno a lasciarsi la Libia alle spalle. E questo non piace a nessuno Stato membro europeo, a meno di due mesi dalle elezioni per il rinnovamento dell’Europarlamento. Inoltre, in ottemperanza alle convenzioni di Ginevra e di Amburgo, il POS doveva indicarlo l’Italia, e su questo l’Ue non cederà di certo. Il rischio che nel Mediterraneo centrale possano riversarsi flotte di gommoni carichi di profughi è un’occasione troppo ghiotta per chi, appellandosi agli accordi internazionali vigenti, assisterà senza sforzo alcuno al fallimento dei governi populisti del sud Europa: cioè al fallimento del governo italiano a trazione leghista. Ultima nota la merita quella recidiva pretesa di “donare” motovedette della Guardia di Finanza italiana a milizie che nulla hanno in comune con una Guardia Costiera appartenente ad un vero Stato e che adesso, per la seconda volta, finiranno in mano a chissà chi per essere utilizzate chissà contro chi. Oppure, nella migliore delle ipotesi, finiranno in fondo al mare. Ma che importa, tanto pagano gli italiani.

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