La rigenerazione a base di pop corn del defunto PD

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Un’immagine, su tutte, fa apparire le primarie del PD che si sono tenute ieri prossime al pietoso: quella dei colonnelli di partito che esultano per un’affluenza ai gazebo di cui non avevano certezza e che è merito dei partiti di governo più che del Partito Democratico. Un’affluenza quasi raddoppiata rispetto a quei miseri 800mila del 2017, ma che ha in comune con quelle nefaste primarie l’assenza di ideologia politica. A questo giro si sono sfidati Zingaretti, dato per vincente già alla candidatura, e gli agguerriti contendenti Martina e Giachetti. Uno è stato la controfigura di un segretario che non c’era, e non poteva esserci vista la condivisione di idee da lunghi coltelli che c’era nel partito. L’altro era la controfigura di un candidato alla guida del partito. Il risultato è stato infatti schiacciante ed i candidati Martina e Giachetti insieme hanno raccolto il 30% dei voti. Tutto il resto è andato al presidente della Regione Lazio.

Il neo segretario del Partito Democratico ha subito parlato di rigenerazione del partito, di ricostituzione dei circoli locali e di dialogo con gli elettori. Il tutto condito da un’ammiccata alla Chiesa ed una pacca sulle spalle ai leader delle correnti che hanno governato il PD ed anche il Paese. Un bel proposito di ritorno sul territorio, di rinascita della partecipazione politica di centrosinistra, ma vuoto perché privo di fondamento ideologico. I tre candidati si sono infatti contesi il ruolo di leader del partito nell’ennesima campagna elettorale interna al partito stesso. Quello che però non si è ben compreso, al di là delle alleanze e degli accordi interni, è cosa sarà del PD con leader Zingaretti e cosa ne sarebbe stato se fossero stati eletti alla segreteria altri aspiranti oltre ai soliti noti sconfitti dal presidente di Regione. Certo non basta sfilare ad un corteo, sabato a Milano, per chiarire il proprio programma. Perché, al massimo, la presenza alla manifestazione può aver provocato un quesito: quando il Partito Democratico attuava con il suo ministro dell’Interno la politica anti-Ong ed anti-immigrazione nel Mediterraneo, siglando accordi con i carnefici libici, voi dove eravate?

Il terrore da affluenza sotto gli 800mila del 2017 si leggeva dalle espressioni e dalle parole dei candidati alle primarie. Erano tutti concentrati sull’evidenziare che Di Maio è stato eletto con poco più di 30mila click e simili paragoni in versione Salvini. Ma sulle aspettative nessuno sbilanciamento. Forse bastava superare le 35mila presenze per dichiarare il successo. Poco importa se Francesco Guccini come il più anonimo degli elettori dichiarano che non è il candidato alla segreteria del PD che votano ma contro i candidati alla guida del totalitarismo, tali Salvini e Di Maio. Per i piddini è comunque un successo. La politica dei pop corn, secondo la quale non è necessario essere migliori ma basta essere i meno peggio. Anche questa volta, pare che il suggerimento di Romano Prodi sul non votare contro (l’attuale governo) ma pro, per una politica propria, non sia stato ascoltato. Di fatto, l’ex premier e leader dell’Ulivo non viene ascoltato da tempo immemore. Tanto che il disfacimento del PD si è consumato proprio mentre si attuavano politiche di destra e si parlava degli altri senza mai proporre nulla di se stessi. La picchiata senza paracadute renziana, per intenderci. Una cabrata a testa in giù in cui tutti assistevano, nella direzione nazionale, e nessuno – eccetto gli esuli – dissentiva. Tanto che la direzione nazionale del PD si è pacificamente, coltellate interne a parte e congresso dopo congresso, concessa di giungere alle primarie meno di novanta giorni prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento.

Una strategia politica da pop corn sul divano anche questa. Forse il PD intende aspettare che i sovranisti raggiungano la maggioranza alle europee, distruggano quel che c’è di Unione europea, e poi, finiti i pop corn, per la disperazione degli elettori di sinistra ma anche di destra (pentiti) e di centro, ritornerà a vincere facendo man bassa ad ogni tornata elettorale. Se così fosse, e così sembra, abbiamo appena assistito alle primarie del partito che ha scambiato per anni poltrone con Berlusconi, e che con il suo segretario Renzi lo ha anche resuscitato, e che su questa linea intende procedere. Partito che infatti, tutto sommato fa una opposizione parecchio moderata, al punto che al programma di Floris su La7 si presenta l’ex ministra per la fallita riforma costituzionale di Renzi, ormai nota con il nomignolo di “Maria Etruria Boschi” per via di quel conflitto di interessi con gli affari del “povero babbo”. Partito che poco si oppone mentre condivide il ruolo parlamentare di opposizione con i partiti alleati del partito di governo del “capitano” Salvini. Che solo a dirlo, il neurone dell’elettore medio si avvita su se stesso e fa harakiri. Un contesto che lascia quindi poco spazio all’ottimismo, malgrado i super sorrisi del nuovo segretario Nicola Zingaretti al termine della giornata di ieri, quando il Partito Democratico ha incassato tre milioni e quattrocentomila euro per finanziare le sue primarie interne facendo votare chiunque. C’è dunque da attendere e vedere questa rigenerazione promessa da Zingaretti, magari mangiando pop corn sul divano. Tanto, anche questo rischia di essere solo puro intrattenimento; affatto diverso dalle finte liti di governo di Salvini e Di Maio e le votazioni su Rousseau del M5S il salvataggio in Giunta del leader del Carroccio e ministro dell’Interno.

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