Politica, corruzione e guerra: l’affare Sarkozy-Gheddafi

Confermato il finanziamento di 7 milioni di euro da Gheddafi a Sarkozy nel 2007. I giudici francesi in Libia per interrogare testimoni sul caso dell’ex presidente. Pesanti le informazioni rivelate dall’ex spia e cognato del leader libico. La guerra francese in Libia aveva obiettivi precisi per eliminare prove dei rapporti. Senussi: “Sarkozy aveva ordinato attacchi aerei sulle sue case per distruggere le prove”

di Mauro Seminara

Una storia torbida, con protagonisti capi di Stato e loro uomini di fiducia ma anche vittime innocenti di stragi e guerre. È il caso del rapporto tra l’ex presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, e l’ex leader della Libia, Muammar Gheddafi. Intorno a loro ci sono altri personaggi dai contorni oscuri, come la spia di massima fiducia del rais libico, Abdullah Senussi, e l’avvocato del presidente francese, la potente eminenza grigia alla corte dell’Eliseo Thierry Herzog. Sul caso, pare che la magistratura francese abbia intenzione di chiudere le indagini e determinare cosa sia realmente accaduto tra Gheddafi e Sarkozy e quali fossero quindi i loro veri rapporti prima che il presidente francese decidesse di intraprendere una guerra contro il leader libico e radere al suolo – questi i sospetti emersi a seguito delle ultime rivelazioni – ogni possibile prova a colpi di bombe.

Tra il 4 ed il 6 febbraio, in Libia si sono recati direttamente le toghe francesi per interrogare in prima persona alcuni tra i principali attori dell’inchiesta su cui stanno lavorando ormai da lungo tempo. Tra le persone che i giudici francesi hanno ascoltato ce n’è una decisamente di grande peso e le cui dichiarazioni potrebbero devastare l’attuale scenario politico del Mediterraneo. Si chiama Abdullah Senussi, ed era l’agente segreto numero uno al servizio del cognato e leader indiscusso della Libia Muammar Gheddafi. Senussi si trova in un carcere libico dal settembre del 2012, sei mesi dopo l’estradizione a seguito dell’arresto in Mauritania del 17 marzo dello stesso anno.

Il generale sudanese Abd Allah al-Sanussi

Il legame di parentela tra Sanussi e Gheddafi è quello delle rispettive mogli, tra esse sorelle. Abdullah Senussi (in foto, credits AFP) è uomo in cui Gheddafi ha riposto la massima fiducia per 42 anni e fino alla propria morte, affidandogli compiti di estrema delicatezza ed anche estremamente “sporchi”. Il generale sudanese, naturalizzato libico, è stato condannato in contumacia nel 1999 per l’attentato al DC-10 UTA diretto da Brazzaville a Parigi ed esploso sui cieli del Niger il 19 settembre del 1989. L’attentato costò la vita di 170 passeggeri, 50 dei quali francesi. Gheddafi non ammise mai la responsabilità della Libia, ma nel 2004 decise di riconoscere un risarcimento di 170 milioni di dollari di risarcimento ai familiari delle vittime. Stessa decisione era stata presa e messa in atto dal leader libico per la strage di Lockerbie del 1988. Nel caso dell’attentato al volo Pan Am, il Boeing 747 venne distrutto dall’esplosione causando la morte di 270 persone. Sul capo di Senussi pende una richiesta di estradizione in Francia ed una condanna a morte in Libia. Quest’ultima sospesa dall’appello presentato dal condannato.

Le rivelazioni di Mediapart

Sul caso del rapporto tra Nicolas Sarkozy e Muammar Gheddafi sta svolgendo un eccellente lavoro d’inchiesta giornalistica il francese Mediapart. Sul sito sono infatti state pubblicate anche parti rilevanti delle dichiarazioni rese da Abdullah Senussi ai giudici d’oltralpe, e le informazioni risultano confermate da prove già raccolte nell’inchiesta per certi aspetti e raccapriccianti per altri. Come l’affermazione dell’ex spia di Gheddafi sugli ordini impartiti da Sarkozy per attacchi aerei mirati sulle proprietà di Senussi finalizzati alla completa distruzione di tutte le prove. Con questa chiave di lettura riemerge con maggiore forza l’ipotesi che la morte di Gheddafi, nel 2011, non sia stato il barbaro epilogo di una guerra ma una esecuzione orchestrata e forse anche direttamente eseguita dalla Francia del presidente Sarkozy.

Milioni di euro libici per la campagna elettorale francese

Ai giudici francesi, l’ex generale sudanese Abdullah Senussi ha detto – secondo il resoconto pubblicato da Mediapart e non ancora smentito dalla magistratura – di aver personalmente supervisionato il pagamento di 7 milioni di euro per la campagna elettorale del 2007 di Nicolas Sarkozy su preciso ordine del cognato Muammar Gheddafi. Il dettaglio narrato da Senussi, che trova oggettivo riscontro in quanto già raccolto dagli inquirenti, riguarda la modalità di finanziamento e gli importi delle due separate rate. L’ex spia ha infatti precisato: un trasferimento bancario di 2 milioni il 20 novembre 2006 sul conto di Ziyad Taqi Al-Deen e poi 5 milioni trasferiti sempre dall’affarista Taqi Al-Deen al ministro dell’Interno che l’ha consegnato a Sarkozy in contanti. Il riscontro con le dichiarazioni dello stesso uomo d’affari e corriere del finanziamento che aveva raccontato di tre borse con cinque milioni di euro, tra novembre 2006 e inizio dell’anno successivo, trasferite con voli di linea da Tripoli a Parigi. Senussi ha anche raccontato ai giudici francesi di un concluso accordo per l’acquisto dispositivi di spionaggio e che “il mediatore Ziyad Taqi Al-Deen ha ottenuto 4 milioni di euro, poi l’avvocato di Sarkozy mi ha fatto visita con alcune famiglie delle vittime dell’attentato (del 1989), dopo di che Sarkozy stesso mi assicurò che in Francia il mio caso sarebbe stato risolto dopo 10 mesi”.

L’avvocato di Sarkozy, il mercante d’armi e l’accordo con Gheddafi per la spia sudanese

Ziyad Taqi Al-Deen (o Ziad Takieddine, in foto) è un affarista libanese, figlio e nipote di ambasciatori (lo zio fu ambasciatore del Libano a Londra), e anche un “facilitatore” ben introdotto in Medio Oriente ed in Libia al soldo di facoltosi Paesi europei. Tra questi Paesi e queste facilitazioni c’è anche il commercio di armi tra Francia e Paesi del Medio Oriente, tra cui Arabia Saudita, Pakistan e Siria, ma anche in quella Libia sottoposta ad embargo sulle armi. Proprio l’affarista libanese è colui che ha realizzato la famosa visita in Francia del leader libico Muammar Gheddafi nel 2007. Poi, qualcosa nei rapporti con Nicolas Sarkozy deve essersi rotto anche per Ziyad Taqi Al-Deen che iniziò ad accusare il presidente francese di aver ricevuto milioni di euro da Gheddafi.

Thierry Herzog (in foto), facoltoso avvocato francese, è uomo di fiducia di Nicolas Sarkozy fin dagli anni ’80, quando l’allora futuro presidente della Francia vinceva le sue prime campagne elettorali locali. Nicolas Sarkozy, ufficialmente indagato dal 16 febbraio del 2016 per finanziamenti illeciti della campagna elettorale presidenziale del 2012. Già al tempo in cui l’attenzione della magistratura francese era rivolta alle elezioni del 2012, l’avvocato risultava pienamente coinvolto in affari illeciti dalle intercettazioni con l’amico politico Sarkozy. In una delle intercettazioni tra Sarkozy e Herzog, il leader politico si premurava di chiedere se il legale fosse riuscito ad ottenere informazioni coperte da segreto istruttorio, mediante un giudice, sull’indagine riguardante i finanziamenti illeciti della miliardaria Bettencourt. In cambio della gravissima rivelazione del segreto istruttorio, al giudice Herzog avrebbe potuto promettere il personale intervento di Nicolas Sarkozy per un prestigioso incarico nel Principato di Monaco.

Muammar Gheddafi teneva molto al cognato e capo della sua intelligence personale Abdullah Senussi. Lo confermano le trattative tra il leader libico ed il presidente francese già a partire dal 2005. E per dimostrare il proprio interessamento al caso, Nicolas Sarkozy aveva delegato della difesa del sudanese parente di Gheddafi addirittura l’avvocato Thierry Herzog. Una concessione, quella di Sarkozy, che rispondeva ad esplicita richiesta formulata dal colonnello Gheddafi il quale chiedeva al francese la difesa dei suoi interessi sul caso del DC-10 esploso in Niger per cui il cognato era stato condannato in contumacia dal Tribunale della Francia. Secondo un documento di cui sono in possesso i giudici francesi e risalente al 2008, l’avvocato Herzog aveva incontrato Senussi nel novembre del 2005: appena un mese prima della storica prima visita ufficiale di Gheddafi in Francia. Sarkozy si era – stando alle prove raccolte dagli inquirenti – di fatto speso per far cambiare la sentenza emessa dal Tribunale nei confronti di Senussi. L’interessamento viene poi confermato dall’affarista, e mediatore tra Francia e Libia, Ziyad Taqi Al-Deen. Note firmate dal mercante d’armi e mediatore politico confermano il tentativo di Sarkozy di ottenere l’annullamento della sentenza a carico di Senussi e la comunicazione che intercorreva tra il libanese e l’avvocato francese sul caso dell’uomo per cui il libico Gheddafi si interessava con tanta costosa intraprendenza.

La guerra del 2011 e l’esecuzione di Gheddafi

Nell’anno che in Europa si ricorda come “Primavera Araba”, la Libia cirenaica era stata armata per ribellarsi contro il leader – che tutta la stampa occidentale definiva unanimemente “dittatore” – o quantomeno fingere di poterlo fare. L’avanzata delle tribù ribelli di Bengasi veniva infatti spianata da forze militarmente superiori a quelle di Tripoli, sia sul piano tattico che per dotazione di armamenti. Nelle immagini di repertorio con i quotidiani festeggiamenti dei ribelli ad ogni chilometro conquistato verso Tripoli, si ricordano ancora quei grandi numeri adesivi stampati ed appiccicati sui calci delle armi in mano ai sedicenti combattenti. Il metodo messo in atto fu sempre lo stesso cliché cui abbiamo assistito in altri Paesi, Siria inclusa. Legittimata la guerra contro il terribile tiranno libico agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, da una No Fly Zone deliberata alle Nazioni Unite si passò in un attimo ai raid aerei francesi che devastavano la Libia a suon di bombardamenti quotidiani.

Quando la Francia diede il via alla guerra attiva – dalla teorica passiva No Fly Zone a tutela dei civili – partì la gara a chi si accaparrava più vantaggi nel post conflitto. Celebre il rifiuto dell’allora premier italiano di partecipare alla guerra in Libia, costretto nel corso di una riunione in teatro dall’allora titolare del Quirinale a prendervi comunque parte attiva. Anche l’Italia quindi divenne, all’indomani dell’amicizia ufficializzata al cospetto del mondo con la Libia ed il suo leader, una delle forze che partecipò alla distruzione del Paese nordafricano. La sentenza di morte nei confronti di Gheddafi era già stata emessa ed era in corso di esecuzione. Troppo tardi per attuare politiche alternative, Gheddafi doveva morire ed insieme a lui dovevano sparire le prove di rapporti illeciti con il presidente francese, anche a costo di sganciare bombe per milioni di euro sulle case del cognato del rais, Abdullah Senussi. (In foto, gli ultimi secondi di vita di Muammar Gheddafi)

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