Dove muore il giornalismo: querele, intimidazioni e paghe da fame

Assolti i giornalisti Cosentino, Mazzeo e Gerina. Sotto scorta anche Paolo Berizzi. Il rischio di revoca della scorta a Sandro Ruotolo è una intimidazione a tutti i giornalisti. Gli schiavi free lance da cinque euro lordi ad articolo e l’inevitabile autocensura delle nuove leve. La crisi della stampa in tre ragioni

di Mauro Seminara

La stampa, non soltanto quella cartacea, è un malato terminale vittima delle scelte politiche in materia ma anche delle scelte fatte negli anni dagli stessi operatori ed editori. Se la stampa cartacea vive la propria agonia con un immotivato accanimento terapeutico che impedisce un più ragionevole staccare la spina, la stampa in generale si è ormai avvitata intorno alla politica aziendale autolesionista che cura e coltiva da parecchio tempo ormai. L’effetto della commistione dei suddetti fattori ha prodotto un esercito di scribacchini addestrati per l’autocastrazione spontanea. Schiavi che nel più dei casi non riconoscerebbero una notizia neanche se questa fosse il treno che sta per travolgerli sui binari, e che anche dovesse di fatto esistere del vero talento verrebbe represso fino all’annullamento della volontà e delle capacità. Quali sono i fattori che hanno devastato la categoria professionale è noto a tutti gli operatori del settore, ma forse non è tanto chiaro per gli utenti, lettori o spettatori che essi siano.

Le minacce e la morte

Una delle primarie cause è probabilmente la minaccia di morte che costringe alcuni giornalisti a vivere sotto scorta e che in molti casi si sono trasformate in esecuzioni di sentenze di morte. La sola Sicilia vanta nella sede dell’Ordine dei Giornalisti tre pareti “arredate” con le icone dei propri martiri. Muri che pretendono il rispetto di tutti gli aspiranti giornalisti ma anche dei già rodati iscritti all’Albo professionale che in quella sala partecipano ai corsi di formazione continua. Mario Francese, Mauro De Mauro, Pippo Fava, Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Beppe Alfano, sono nomi che bastano a far comprende ad ogni “giornalista” la responsabilità e l’importanza del proprio lavoro e le conseguenze nel caso in cui lo si dovesse fare davvero bene. Principio invece poco compreso da quanti nel corso di decenni hanno detenuto il potere legislativo e si sono preoccupati del far tacere i giornalisti scomodi più che di proteggerli proteggendo con essi uno tra i più sacri diritti costituzionali del popolo italiano.

Le intimidazioni mediante revoca della scorta

Recente, a proposito di rischi che un giornalista può correre facendo semplicemente bene il proprio lavoro, è il caso di Sandro Ruotolo. Il giornalista, conosciuto da tutta l’opinione pubblica nazionale per la sua lunga partecipazione al fianco del collega Michele Santoro in anni di programmi televisivi, ha rischiato di rimanere senza scorta malgrado le minacce di morte subite dal clan camorrista dei pericolosissimi Casalesi. La sua revoca della scorta è ancora una mannaia che gli pende sul collo. Una spada di Damocle su cui al Ministero ci si deve ancora pronunciare, come se le condanne a morte della mafia avessero una data di scadenza invece di una esecuzione alla prima utile opportunità. Premiato con un riconoscimento al Premio Giornalistico Mario Francese e cittadino onorario di Palermo, Paolo Borrometi vive sotto scorta per aver “pestato i piedi” alla mafia locale del sudest siciliano con i suoi articoli. Scorta definitiva dei Carabinieri anche per il cronista anche Paolo Berizzi, colpevole d’aver fiutato la rinascita neonazista e neofascista in Italia ed averne scritto troppo per i gusti di chi non concepisce la democrazia.

Le querele intimidatorie

Ma le intimidazioni non sono soltanto quelle che criminali mafiosi o di estrema destra. Una forma di minaccia, gravissima, che è ormai divenuta facile consuetudine, è quella della querela. Le cosiddette cause temerarie che nel più dei casi vedono gli onorari degli avvocati pagati da enti pubblici o aziende milionarie, intentate per intimidire giornalisti che nel più dei casi sono free lance che non arrivano a fine mese, sono una forma di bavaglio psicologico continuato ai danni della stampa e di cui gli editori fingono per convenienza di non comprendere. Da inizio mese si registrano tre assoluzioni di giornalisti che avevano anticipato la giustizia con i loro servizi giornalistici.

Il caso di Maria Cosentino

Il primo febbraio si è festeggiata l’archiviazione dell’allora free lance Raffaella Maria Cosentino, rea di aver realizzato un’inchiesta pubblicata nel 2015 da l’Espresso sul centro di accoglienza per migranti calabrese di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone. La giornalista aveva documentato una irregolare gestione del centro di S. Anna a scapito del trattamento degli ospiti ed a vantaggio economico della Quadrifoglio s.r.l. Raffaella Maria Cosentino aveva redatto “A Isola Capo Rizzuto l’accoglienza è un affare ai danni dello Stato e dei diritti umani”, ed aveva documentato i numeri gonfiati dall’ente gestore, gli indebiti e voluminosi profitti sulle prestazioni pagate dallo Stato ed anche le gravi condizioni in cui i migranti venivano costretti a vivere. Quattro anni di apprensione per il rischio di condanna di una giornalista precaria, nel corso dei quali l’ente gestore del centro di Isola Capo Rizzuto è passato agli onori della cronaca nazionale per arresti, connivenze con la ‘ndrangheta, la truffa ai danni dello Stato e tanto altro, per giungere ad inizio 2019 al proscioglimento da parte del giudice. Raffaella Maria Cosentino si era difesa grazie a “Ossigeno per l’Informazione” e con il finanziamento della Ong londinese “Media Legal Defence Initiative”.

Il caso di Antonio Mazzeo

Il 7 febbraio è stato assolto perché “il fatto non costituisce reato” il giornalista Antonio Mazzeo, di cui Mediterraneo Cronaca pubblica articoli. Mazzeo era stato querelato per l’articolo dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”, pubblicato nel 2012 da “Siciliani giovani”. Nell’articolo venivano descritte alcune vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese. Una puntuale redazione su speculazioni immobiliari, dissesti ambientali e paesaggistici, lavori di somma urgenza post alluvione del 2008 ed altre vicende, unite ad una precisa fotografia sulle dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto. Sette anni di processo, scaturito da una querela per diffamazione depositata dall’amministrazione comunale di Falcone dell’epoca, guidata dall’allora sindaco Santi Cirella. Nel corso dei sette anni di calvario, anche in questo caso con un’inchiesta giornalistica che anticipa la macchina della giustizia, la veridicità dei fatti narrati da Antonio Mazzeo, su quel “Siciliani” che segue la creatura fondata da una celebra vittima di mafia come Pippo Fava, è stata accertata e documentata da inchieste giudiziarie sulla criminalità mafiosa operante nell’hinterland di Falcone.

Il caso di Mariagrazia Gerina

Il calvario è durato invece ben dieci anni per Mariagrazia Gerina, giornalista de “l’Unità” appena assolta in sede civile per un’inchiesta relativa alla sanità nel Lazio. In questo caso, la sedicente parte lesa era è tale Antonio Angelucci. Il ben noto imprenditore della sanità e proprietario di cliniche private, nonché editore del quotidiano Libero, già deputato del Popolo delle Libertà e di Forza Italia, aveva citato in giudizio la giornalista Mariagrazia Gerina per sei articoli pubblicati nell’autunno del 2009 sulle vicende dell’allora presidente della Regione Lazio – il giornalista Rai Piero Marrazzo – e delle sue frequentazioni con transessuali e dell’interesse di Antonio Angelucci in qualità di editore per la vicenda che travolgeva il governatore che stava tagliando i fondi della Regione per la sanità. Per il presunto danno da diffamazione, Antonio Angelucci aveva chiesto un risarcimento quantificato in venti milioni di euro. L’imprenditore dovrà pagarne invece sborsarne settantamila di spese processuali perché in appello il giudice ha riconosciuto ala giornalista l’esercizio del diritto di cronaca e di critica.

Nel dubbio si querela, tanto pagano i cittadini

Il meccanismo, ormai prassi, prevede che appena un giornalista mette il naso in affari che possono, direttamente o indirettamente, danneggiare un politico, anche solo un sindaco di un microscopico comune di provincia, parte la querela intimidatoria. Intimidazione che risulta ancor più facile ed incoraggiante se a pagare le spese è magari il Comune e il giornalista è un free lance privo delle tutele offerte da un contratto da lavoratore dipendente di una redazione. Accade, ad esempio, a Tagliacozzo, in provincia di L’Aquila, che tre testate diano notizia di una presunta inchiesta giudiziaria su un appalto per la realizzazione di un campus scolastico e per questo la Giunta comunale l’8 gennaio 2019, ha approvato una delibera con la quale autorizza il sindaco a “conferire specifica procura finalizzata a intraprendere azioni legali a tutela dell’immagine dell’amministrazione e della struttura burocratica dell’Ente”. Le testate, che avevano riferito ai propri lettori che i carabinieri si erano recati negli uffici comunali di Tagliacozzo e avevano acquisito degli atti, sono Il Cento, Terre Marsicane e Marsicalive. Decisamente non Corsera o altri “big” in declino della stampa nazionale. Realtà editoriali che per difendersi in Tribunale, nel caso in cui la controversia dovesse approdare in aula, sostengono grandi sacrifici spesso a discapito del compenso dei propri cronisti. L’ente locale, tra l’altro, non ha alcuna certezza di una inchiesta giudiziaria a proprio carico, perché potrebbero essere in corso le indagini e fino alla loro chiusura non verranno notificati gli avvisi di garanzia. Nel dubbio, il sindaco di Tagliacozzo, Vincenzo Giovagnorio, deve aver pensato che in fondo qualche migliaio di euro dalle casse del Comune potevano anche uscire per il primo compenso dell’avvocato.

Come si producono i giornalisti schiavi

La piccola realtà editoriale che per sostenere le spese legali pregiudica il rapporto economico con i propri collaboratori non è l’unico caso in Italia. Anzi, in molti casi, la piccola testata corrisponde compensi in proporzione più equi dei grossi e storici giornali. Ha indignato, giusto per 24 ore e forse meno, la puntata di Report in cui sono stati messi a nudo i “contratti di solidarietà” e le retribuzioni dei precari a meno di cinque euro ad articolo. Per inciso, cinque euro lordi corrispondono ad un caffè, al giornale in edicola e ad un paio di telefonate; al massimo ci può stare dentro anche un biglietto per il bus, ma solo andata. La Carta di Firenze, protocollo sull’equo compenso dei giornalisti, è rimasta una barzelletta mentre una leggenda appare oggi il tariffario nazionale dei compensi minimi. Secondo il mitologico tariffario, ultimo aggiornamento datato 2006 per l’anno successivo, un quotidiano nazionale con tiratura inferiore a 250mila copie – ormai tutte – avrebbe dovuto pagare una semplice notizia 30 euro ed un articolo 159 euro. Nel caso di stampa regionale o locale, l’articolo scende a 93 euro e la notizia a 28 euro. Tra 93 euro, nell’immaginario tariffario del 2007, e i reali 3 o 4 euro la differenza è proporzionale a quella che passa tra un borghese ed uno schiavo.

Lo schiavo che si autocensura

Lo schiavo, cioè il free lance retribuito meno di cinque euro per andare a procacciare una notizia, verificarla con scrupolosa osservanza della deontologia professionale, redigerla ed inviarla alla testata che pagherà solo in caso di pubblicazione, è per sua natura un finto giornalista autocensurato. Nessuno schiavo infatti propone articoli delicati o che toccano autorità che potrebbero querelare, e questo per due semplici ragioni: un articolo delicato, la redazione non lo farebbe trattare ad un collaboratore esterno e quindi non viene proposto perché sarebbe lavoro inutile non retribuito; il rischio di ricevere una querela non è accollabile a fronte di tre o quattro euro ricevuti per l’articolo. Il giornalista, che inoltre deve sostenere la quota annua di associazione all’Ordine dei Giornalisti, viene pertanto condizionato nella scelta delle notizie su cui lavorare e da proporre alle testate con cui collabora. Viene in altri termini disincentivato il lavoro, la vocazione reale e naturale, del giornalista che in questo meccanismo viene ridotto a redattore di futilità.

Tutte le notizie sono ormai politiche

A determinare la crisi della stampa, in ogni sua forma, c’è quindi un insieme di fattori che vengono opportunamente utilizzati da potentati e politici di ogni misura. Querele, “minacce” di revoca della scorta, intimidazioni fisiche – come quella subita nuovamente da Daniele Piervincenzi ieri – e minacce di morte, paga da schiavi e precariato che per antonomasia è la fabbrica dei ruffiani, sono un insieme virale che ha fortemente minato la credibilità della stampa e finirà per distruggerla. In apertura di articolo è stato ventilato il dubbio che gli editori fingano di non comprendere quanto il precariato e la mancata tutela dei collaboratori-schiavi pregiudichi la qualità del giornale. Di fatto, il collaboratore-schiavo è più gestibile, è più facile negargli la pubblicazione di articoli che possano danneggiare gli “amici”, costa meno e non interferisce sull’unico reale motivo per cui alcuni giornali continuano ad esistere: la pagina politica. Ed oggi, purtroppo, nel corso della spettacolarizzazione della politica, tutto è politica. Tanto che anche il Festival di Sanremo, dove si celebra la canzone italiana, si deve preoccupare di non mandare involontari messaggi politici. Una notizia di cronaca può quindi essere politica anche se apparentemente solo cronaca nera. Ragion per cui un naufragio nel Mediterraneo può essere di gradita censura da parte di una forza politica ed un omicidio diventa da prima pagina o da breve in fondo al giornale in funzione al colore della pelle dell’assassino.

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