Sea Watch, Zuccaro nega il trionfo a Salvini: tutto in regola per la Ong. Governo gialloverde KO

Riconosciuta legittimità di condotta della Sea Watch 3 dalla Procura della Repubblica di Catania, dal momento del soccorso avvenuto il 19 gennaio e fino allo sbarco. La registrazione quale nave da diporto non è una colpa della Ong tedesca ma di una difficoltà olandese nell’applicazione della nuova normativa

La Sea Watch 3 nel porto di Catania

di Mauro Seminara

La Procura di Catania si è pronunciata sul caso della Sea Watch 3, costretta al porto del capoluogo etneo come ennesimo tratto di navigazione 12 giorni dopo il soccorso dei 47 migranti in attesa di un porto sicuro in cui sbarcare. La nave della Ong tedesca si trovava alla fonda a largo di Siracusa quando da Roma è stato indicato il porto di Catania come Place of Safety di chiusura soccorso. Immediata è stata l’associazione di idee tra la scelta del porto catanese e le campagne anti-Ong condotte dal titolare della Procura della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro. In questo caso però, visti gli esiti investigativi, sembra che perfino per la Procura – che ha in passato tentato richieste di sequestro ed altre azioni di rilievo penale a carico di Ong – non ci sia nessun rilievo penale per la Sea Watch 3. Anche la decisione del comandante della nave di fare rotta verso nord invece che dirigersi verso le coste tunisine è risultata giustificata. Argomento che ha tenuto banco fino a poche ore addietro con i detrattori, giornalisti ed opinionisti oltre che politici, che sulla questione hanno drasticamente condannato la Sea Watch 3 tenendo la linea del ministro degli Interni. Ministro che nell’immediatezza dell’avvicinamento della nave alle coste sudest della Sicilia aveva perfino definito la manovra di sicurezza quale “provocazione” della Ong.

Confermata dalle indagini e dai riscontri coordinati dalla Procura di Catania la ragione della rotta verso nord della Sea Watch 3 invece che in direzione della più vicina Tunisia, quando la nave si è avvicinata a Lampedusa. Lo Stato nordafricano, da sempre subalterno ai desiderata del Governo italiano per ragioni economiche e finanziarie, in precedenza aveva negato l’accesso alla Sea Watch perfino per rifornirsi di carburante. Decisione, quella tunisina, che poneva il governo di Tunisi in netta presa di posizione al riguardo, visto che in passato non erano state le autorità tunisine ma i pescatori a negare l’accesso in porto alla nave della missione di estrema destra anti-Ong poi abbandonata – dai difensori “identitari” della razza – con tutto l’equipaggio filippino a bordo. Contesto, quello del diniego tunisino, già reso pubblico dalla Ong Sea Watch e confermato alla Procura di Catania dall’autorità olandese.

Di estrema importanza quanto asserito dalla Procura di Carmelo Zuccaro circa il centro di coordinamento libico. La Sea Watch 3 risulta infatti aver atteso la risposta dalla sala operativa della Libia che, però, sembra non disporre di personale che conosce la lingua inglese. Idioma internazionale per le comunicazioni di servizio del traffico aereo e navale. La Libia, quindi, non sarebbe in grado neanche sotto questo profilo di coordinare i soccorsi in quella che si continua a voler definire “area SAR libica”. Confermato anche che la Sea Watch 3 si era diretta a Lampedusa per richiesta della Procura di Agrigento che stava indagando sul naufragio in cui persero la vita 117 migranti. La Sea Watch 3, informata sui fatti quale testimone dei ritardi nei soccorsi da parte della Libia, era pronta per essere ascoltata dal sostituto procuratore che si era recato sull’isola pelagica per raccogliere le testimonianze dei tre unici sopravvissuti. Ma alla Sea Watch 3 non è stato concesso di entrare in porto e la convocazione della Procura di Agrigento è stata revocata.

Anche la decisione del comandante della Sea Watch 3 di fare rotta, il 23 gennaio, verso la costa siciliana invece di affrontare pericolosamente la tempesta che si stava abbattendo sul Mediterraneo centrale è stata giudicata legittima dalla Procura di Catania. Decisione resa ancor più legittima dai precedenti silenzi o dinieghi della Tunisia, qualora la Sea Watch 3 ci fosse arrivata senza prima naufragare. Infine, anche la legittimità del dovere di intervento in soccorso del gommone è stata riscontrata dalla Procura retta da Carmelo Zuccaro: i migranti hanno confermato che i tubolari si stavano sgonfiando. Malgrado le discordanze su chi ricordava il motore fuoribordo acceso e funzionante e chi ha asserito che era invece spento, concorde è risultata la resa testimonianza sull’aria che si sentiva fuoriuscire dai tubolari del gommone e sul fatto che alla guida non ci fosse un esperto ma uno degli stessi migrati, privo di particolare competenza marinara. Tutti i punti di condanna mediatica alla Sea Watch 3, e con essa, ancora una volta, alle Ong in generale, sono stati smentiti dalla Procura della Repubblica di Catania. Procura, quella di Carmelo Zuccaro, che le parti costituite da Lega, M5S e Fratelli d’Italia, non potranno neanche additare quale magistratura di sinistra o “nemica” del Governo.

Rimane un’ultima questione aperta, e riguarda il fermo amministrativo applicato alla Sea Watch 3 dalla Capitaneria di Porto per alcune “non conformità” della nave che per il registro navale dell’Olanda è una nave da diporto e niente più. Caratteristica che, nel lunghissimo processo mediatico delle parti anti-Ong, nei salotti televisivi, ha trasformato la Sea Watch 3 in uno yacht per vacanzieri. In proposito, la Procura della Repubblica di Catania scrive in un suo odierno comunicato stampa: “Le autorità olandesi, come risulta da carteggio acquisito in atti, hanno acquisito consapevolezza in ordine alla necessità di introdurre nella loro legislazione dei requisiti ulteriori rispetto a quelli previsti per le imbarcazioni da diporto nel caso di natanti che intendono svolgere in mare un’attività sistematica di soccorso dei migranti e hanno provveduto a modificare la loro normativa, che però non è ancora applicabile ai natanti già registrati”. Cadono così, al momento apparentemente in modo definitivo, tutti le accuse e le illazioni nei confronti di chi ha salvato persone che stavano per annegare e le ha condotte verso un porto sicuro che anche secondo le Nazioni Unite non può essere la Libia.

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