Genova, l’ultimo saluto a Prince Jerry

Venticinquenne della Nigeria, Prince Jerry si è tolto la vita dopo aver perso il permesso di soggiorno a causa del decreto Salvini. L’omelia di monsignor Giacomo Martino al funerale: “Tutti siamo stranieri, tutti abbiamo sperimentato la fatica di essere messi da parte”

Genova, la bara di Prince Jerry in chiesa per il funerale (Ph: Agenzia Dire)

di Simone D’Ambrosio

C’è davvero tanta Genova che si è raccolta per dare l’ultimo saluto a Prince Jerry Igbinosa, il 25enne nigeriano, laureato in chimica con un titolo di studio non riconosciuto in Italia, morto a inizio settimana gettandosi sotto un treno a Tortona, nell’alessandrino. La basilica dell’Annunziata è strapiena per le esequie con rito cattolico celebrate da monsignor Giacomo Martino, sacerdote responsabile dell’ufficio Migrantes della Caritas diocesana e amico di Prince Jerry. Una messa in parte in inglese per consentire la massima partecipazione a una sorella di Prince e ad alcuni amici, arrivati questa mattina a Genova.

Nessuno è voluto mancare per testimoniare la propria profonda tristezza, il proprio sgomento e la propria rabbia per la vita spezzata di un ragazzo in attesa dell’esame del ricorso contro il permesso di soggiorno per motivi umanitari negato. Un ricorso possibile perchè arrivato prima di quel decreto sicurezza che, ieri, la Camera del lavoro di Genova non ha esitato a definire “inumano”. I contorni della tragedia non sono ancora tutti definiti, ma il 25enne è già diventato un simbolo di chi lotta per veder riconosciuto un proprio posto nel mondo. Sbarcato in Sicilia nel 2016, Prince Jerry era stato accolto a Genova, nel centro di Multedo che tante polemiche aveva sollevato nella cittadinanza, e aveva frequentato i corsi di formazione e di avviamento al lavoro nel campus di Coronata, dove verrà seppellito al termine dei funerali. Nelle prime panche, il consigliere Mario Baroni, con fascia tricolore in rappresentanza del sindaco, Marco Bucci. In chiesa anche l’ex primo cittadino Marco Doria, oltre a molti rappresentanti politici e della società civile. Per salutare Prince, don Giacomo sceglie la parabola del buon samaritano.

“Gesù ha toccato la vita di Prince, ha guardato da vicino le sue ferite. Bisogna avere il coraggio di contagiarsi, di imparare a non lanciare le monetine ai mendicanti ma di stringergli la mano. Lo straniero nella parola di Dio è il vero prossimo: deve essere trattato come tutti gli altri, deve essere amato. Perchè tutti siamo stranieri, tutti abbiamo sperimentato la fatica di essere messi da parte, al lavoro, in un gruppo di amici, qualcuno ci ha allontanato dal suo cuore”. È diretto e netto il messaggio che monsignor Giacomo Martino, sacerdote responsabile dell’ufficio Migrantes della Caritas diocesana, lancia nell’omelia della messa per l’ultimo saluto a Prince Jerry Igbinosa, il 25enne nigeriano morto a inizio settimana gettandosi sotto un treno a Tortona.

Di fronte a una basilica dell’Annunziata strapiena per le esequie con rito cattolico, il celebrante incalza: “Per prendermi cura di te, ti devo guardare da vicino. Mi inginocchio per guardare le tue ferite e mi prendo cura. Come Gesù, dobbiamo stabilire una relazione di amicizia”. E ammonisce i fedeli e i genovesi. “Spesso facciamo le domande sbagliate – dice il sacerdote – ‘perchè non te lo porti a casa tua?’. Spesso ci viene voglia di gridare, forse per coprire la voce della nostra coscienza di usare lo stesso linguaggio dei briganti. Gesù ci insegna a non rispondere”. Don Giacomo aveva il timore che il suicidio del giovane 25enne diventasse “un fenomeno. Ma Prince era una persona amata, totalmente diversa e totalmente uguale nella dignità e nell’amore a tutti gli altri. Abbiamo imparato il suo nome ma questo non basta perchè un amico si prende cura di te, ti chiede come stai. Abbiamo voluto bene a Prince – dice il sacerdote con la voce rotta dal pianto – ma forse non abbastanza”.


Prince Jerry Igbinosa

Simone D’Ambrosio – Agenzia DIRE

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