La sfida italiana: 2,4%

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Ci sono due opposte correnti di pensiero in merito alla politica economica italiana che ieri sera è stata variata con l’approvazione in Consiglio dei ministri di un Documento di Economia e Finanza che prevede un rapporto deficit/pil pari al 2,4%. Secondo una delle due correnti, la lenta agonia a cui era stata costretta l’Italia si può interrompere solo aumentando il debito per far ripartire l’economia e poi, con questa in ripresa ed il conseguente maggiore gettito fiscale, rimettere mano al debito più facilmente ridimensionabile. A patto che poi non ripartano anche super mangiatoia e supersprechi in realtà mai tagliati. L’altra era quella che aveva costretto l’economia italiana all’asfissia per il risanamento del rapporto deficit/pil fino a pareggio di bilancio. Sfatando subito, in premessa, che questa iniziativa sia un inedito del Governo M5S-Lega, visto cosa aveva fatto anche il Governo Renzi con il Def triennale da cui erano usciti i famosi 80 euro pre-elettorali a debito, bisogna precisare che il clamore che adesso accompagna il Def giallo-verde è dovuto soltanto ad avversità nei confronti degli autori e non della politica che stanno mettendo in atto. La stessa UE era stata più clemente, disposta a “flessibilità”, con altri politici italiani e con altre politiche migratorie che l’Italia metteva in atto senza incomodare Francia, Germania ed altri Stati membri.

Il ministro Tria, titolare di Economia e Finanza, aveva previsto una manovra in continuità di rigore con un rapporto deficit/pil all’1,6%. Legge di bilancio che avrebbe contribuito a far avvicinare l’Italia ai rapporti finanziari di altri Stati membri dell’Unione. Come quello della Francia, che sta al di sotto del 100%, a differenza dell’Italia che ha una spesa pari al 130% delle entrate. Manovra che avrebbe quindi consolidato l’affidabilità dei conti italiani come anche dei titoli di Stato di questo Paese fortemente indebitato e pertanto obbligato a pagare interessi salati a quanti rischiano con i titoli tricolore. In modo estremamente semplificato si può dire che chi presta soldi a colui che, pieno di debiti, offre scarse garanzie di rientro debito, a fronte di tale azzardato prestito pretende legittimamente di guadagnare molto di più in interessi proprio perché il prestito rappresenta un evidente azzardo. Ma questa linea d’azione era a sua volta piuttosto azzardata, perché l’economia del Paese poteva anche non sopravvivere al risanamento finanziario che non sarebbe comunque arrivato nel giro di pochi anni. L’Italia era in necrosi ed alcuni arti erano già stati metaforicamente amputati. A questo punto è però doveroso puntualizzare che a scegliere tra le due correnti di pensiero in materia di economia e finanza non sono stati Di Maio e Salvini ma gli italiani che alle scorse elezioni politiche hanno deciso di dare fiducia a chi aveva promesso di allentare un buco dalla cintura della classe meno abbiente a discapito di sicurezza banche, Ue e del resto di quella finanza astratta, virtuale, che le famiglie alla fame non riuscivano a comprendere.

Il ragionamento, anche qui estremamente semplificato, della fascia italiana più ampia, era di non poter morire di fame, disoccupati o costretti ad emigrare perché i mercati finanziari e lo spread – questo incomprensibile sconosciuto – impongono la povertà. D’altro canto, come dare torto al popolo se questo s’incazza quando viene chiamato a ripagare debiti che non ha prodotto in modo diretto e in virtù di regole finanziarie che non conosce e che nulla hanno a che fare con il millenario rapporto lavoro/guadagno. Che il popolo sia però fautore del debito con lo sconsiderato voto concesso per decenni a quanti hanno lasciato in mutande l’Italia è un discorso più complesso da lasciare, almeno per il momento. da parte. Voti venduti per ottenere diritti che spettavano senza “interessamenti” clientelari della politica che si rivendeva ciò che avrebbe dovuto distribuire per dovere e non per favore. Ma per questo non si può incolpare più di tanto il cosiddetto popolino che, dalla sua ignoranza sui diritti acquisiti, si limitava a concludere per sé e per la propria famiglia il migliore affare: io ti voto, tu mi assicuri un posto di lavoro, io mantengo la mia famiglia. Ma così facendo l’Italia è divenuta la valle degli sprechi che l’ha condotta al fantastiliardario debito che oggi vanta.

Gli italiani hanno scelto quelli che hanno promesso di obbedire meno all’Unione per redistribuire al popolo. E non possiamo determinare oggi se la corrente di pensiero in questione sia o meno quella giusta. Tra i Paesi più indebitati al mondo ci sono gli Stati Uniti ed il Giappone. Entrambi rappresentano oggi le economie con la crescita maggiore. Di contro, l’Italia stava partecipando alla scelta che aveva deciso l’Unione europea di cui è membro fondatore, e questa politica prevedeva l’azzeramento del debito in favore di una valuta inaffondabile e capace di mettere in ginocchio anche il dollaro. In ogni caso, il Def M5S-Lega non sfora il 3% ma si limita a risalire e neanche tanto rispetto ai più rigorosi – a parole – precedenti Governi. Il timore adesso si fa però concreto, e qui gli italiani rischiano, consapevolmente, di giocarsi tutto. Anche le briciole faticosamente salvate dalla crisi che dieci anni addietro ha colpito il Paese. Da cosa dipende la buona riuscita è presto detto: se il Governo intende andare fino in fondo, qualche possibilità di riuscita c’è e vedremo se la scelta sarà stata una di quelle che pagano.

Al netto dello spaurcchio spread odierno, delle borse che oggi hanno chiuso in negativo e dei miliardi già bruciati in un solo giorno e che fanno parte del gioco d’azzardo degli scommettitori che fisiologicamente comprano e vendono in virtù delle impressioni che possono avere appena varata in Cdm la manovra finanziaria, rimane che tra una settimana o un mese potremmo anche apparire intelligentemente impegnati a far ripartire l’economia e quindi lo spread potrebbe scendere come anche le borse potrebbero iniziare a segnare risalite record. Esattamente come è avvenuto, e sta avvenendo a Wall Street con la politica economico-finanziaria di Trump. Un dubbio è purtroppo legittimo ed ineludibile: e se dietro non ci fossero capacità tali da far riprendere il flusso di lavoro e reddito in Italia? Se fosse pura propaganda messa in atto da un Governo che fino ad oggi non ha dimostrato di saper risolvere la questione migratoria ma solo di saper prendere per il culo gli italiani combinando disastri su disastri, ne verrebbe fuori che questo Governo farà di tutto per trovare un capro espiatorio che ne costringa la crisi e lascerà i problemi da risolvere – incluso il Def con le sue conseguenze – al Governo tecnico “Monti style” di turno per poi dire: “Avete visto? Volevamo garantirvi sicurezza e ci hanno bocciato il Decreto Salvini e volevamo darvi indietro i soldi ma ci hanno impedito di andare avanti”. Così, senza risolvere nulla, alle prossime elezioni raccoglieranno ancor più del 60% dei voti – tra Lega ed M5S – tra gli italiani ancor più disperati ed incazzati di adesso. Solo che nel frattempo avremo battuto tutti i record della storia per il numero di suicidi su scala nazionale.

Non è per gli avvertimenti o le minacce degli operatori finanziari o dei burocrati europei che ci dobbiamo preoccupare, ma per le intenzioni di chi sta continuando a vivere di pura e semplice propaganda anche mentre sta al Governo. Se di sola propaganda si dovesse trattare, il Governo cadrà prima di metà dicembre. Di questo potete starne certi. Comunque, il reddito minimo garantito – o “reddito di cittadinanza” – è una misura legittima e civile che funziona bene e dà ottimi risultati in una economia a regime, ma non tira fuori un Paese dalla crisi o dalla recessione. Il superamento della riforma Fornero sulle pensioni, con la cosiddetta “quota 100”, non garantisce il turn over con nuovi accessi al mondo del lavoro perché i piani industriali prevedono al momento incentivi al prepensionamento per ridurre i dipendenti senza nuovi accessi; come per Poste Italiane. La flat tax offrirà vantaggio alle grosse imprese prima che alle fasce di reddito medio-basso, e non c’è alcuna garanzia che questa attrarrà subito nuovi investitori stranieri o causerà nuove assunzioni; potrebbe semplicemente rimettere più utili in tasca ad industriali e soci che li investiranno i beni e conti al sicuro da nuovi rischi, magari in un paradiso fiscale in vista di un futuro nuovo condono, scudo o pace fiscale.

La ricetta della nonna, che non era un’esperta bocconiana di economia e finanza, non era consulente delle più prestigiose banche d’investimento mondiali e non aveva la più pallida idea dell’esistenza di una cosa che si chiama spread perché per lei la borsa era solo quella in cui ci si teneva il borsellino e le chiavi di casa, ma sapeva far quadrare i conti e rendere produttivo il lavoro, prevedeva il principio dell’investimento in opere pubbliche per far lavorare con un singolo progetto tantissime categorie professionali e tantissimi operai. In Italia ci sono muratori, carpentieri, elettricisti, idraulici, trasportatori, ingegneri, architetti, fornitori di materiale edile, elettrico, idraulico e trasportatori di merci e specialisti in movimento terra e meccanici per i mezzi da trasporto e movimento terra e un intero universo di lavoratori che orbita intorno al settore edile e che dovrebbe rimettere in piedi un Paese che sta morendo non soltanto per l’economia ferma ma per i ponti, le scuole e le strade che crollano. Questo sì, ha sempre messo in moto l’economia. Poi, è giusto che queste persone non muoiano sul lavoro per infortunio o per vecchiaia, se hanno un periodo di crisi possano usufruire del reddito minimo garantito fino al successivo lavoro, e possano magari anche cambiare la vecchia auto, il vecchio frigorifero e andare perfino a mangiare una pizza fuori con la famiglia per il piacere dell’economia italiana di nuovo a gonfie vele. Speriamo bene!

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*