Guardia Costiera “inoltra” responsabilità naufragio costato oltre cento vite umane

Una nota stampa della Guardia Costiera italiana di ieri sera precisa che in merito al naufragio del primo di settembre rivelato da MSF: “L'IMRCC ha ricevuto una segnalazione relativa all'evento e ha informato l'autorità SAR competente per quel tratto di mare”. Poche stringate parole da leggere con attenzione

In copertina: Gommone sgonfio ed abbandonato in una foto di repertorio di Proactiva Open Arms

di Mauro Seminara

La notizia era stata rivelata da Medici Senza Frontiere che con proprie equipe opera in Libia. L’organizzazione internazionale aveva pubblicato ieri mattina la seguente: “Più di 100 persone sono morte in un naufragio al largo delle coste libiche una settimana fa, secondo le testimonianze di alcuni superstiti raccolte dalle nostre équipe che lavorano in Libia. Un gruppo di 276 persone, tra cui alcuni sopravvissuti al naufragio, è stato riportato indietro nella città portuale di Khoms (120 km a est di Tripoli) dalla guardia costiera libica domenica 2 settembre. Abbiamo fornito assistenza medica urgente dopo lo sbarco.”

La notizia aveva sollevato un polverone politico e mediatico conseguente alle politiche adottate dal Governo gialloverde con i veti di Matteo Salvini e già con il Governo Gentiloni in cui alla guida del Viminale sedeva Marco Minniti. Medici Senza Frontiere aveva anche diffuso una testimonianza di uno dei sopravvissuti al naufragio. Questa, in particolar modo, aveva sollevato indignazione per lo scaricabarile costato la vita ad oltre cento persone: “Mentre il primo gommone si era fermato a causa di un guasto al motore, il nostro ha continuato a navigare fino a quando, verso le 13, ha cominciato a sgonfiarsi. A bordo eravamo 165 adulti e 20 bambini. In quel momento il telefono satellitare mostrava che non eravamo lontani dalla costa maltese. Abbiamo chiamato la guardia costiera italiana e abbiamo inviato le nostre coordinate, chiedendo assistenza mentre la gente iniziava a cadere in acqua. Ci è stato detto che avrebbero mandato qualcuno. Ma la barca ha iniziato ad affondare. Non potevamo nuotare e solo poche persone avevano giubbotti di salvataggio. Quelli tra noi che potevano aggrapparsi alla barca sono rimasti in vita. I soccorritori (europei, ndr.) sono arrivati più tardi in aereo e hanno lanciato zattere di salvataggio, ma tutti erano in acqua e la barca si era già rovesciata. Poche ore dopo, altri soccorsi aerei hanno lanciato altre zattere di salvataggio. Sulla nostra barca sono sopravvissute solo 55 persone. In molti sono morti, comprese famiglie e bambini. Avrebbero potuto essere salvati se i soccorsi fossero arrivati prima. Più di venti bambini sono morti, compresi due gemelli di 17 mesi annegati insieme alla madre e al padre. È arrivata anche la guardia costiera libica, salvando prima i sopravvissuti al naufragio e recuperando poi il secondo barcone. Siamo stati tutti portati qui.”

L’attenzione, e la responsabilità, è finita irrimediabilmente sulle spalle della Guardia Costiera italiana a cui i migranti avevano chiesto soccorso con il loro telefono satellitare. La tempistica di un intervento di quelli che un tempo venivano chiamati “gli angeli del mare”, con i guardacoste di stanza a Lampedusa, avrebbe potuto salvare quelle oltre cento persone. Responsabilità che forse la Guardia Costiera sente pure, e che forse le brucia sulla pelle. L’azione politica “deterrente” verso i flussi migratori che, soccorsi o meno, approdano sulle coste italiane, ha precluso le SAR area non di pertinenza italiana alla Guardia Costiera italiana che adesso può intervenire soltanto in acque internazionali la cui competenza Search and Rescue è appunto di responsabilità italiana. Per meglio comprendere il caso, basti pensare alla vicenda della nave Diciotti, rea di aver preso a bordo migranti in procinto di naufragare ma in acque di competenza SAR maltese. La Guardia Costiera, ed il comandante della CP-941 Ubaldo Diciotti, erano stati posti alla stregua dei favoreggiatori dell’immigrazione clandestina e la nave con equipaggio e naufraghi era stata immobilizzata con il divieto di sbarco costato l’iscrizione nel registro degli indagati al ministro degli Interni con in cima alle ipotesi di reato il sequestro di persona finalizzato alla coazione.

Ieri sera, dopo un’intera giornata di rimbalzo della notizia sul naufragio del primo settembre resa pubblica da Medici Senza Frontiere, la Guardia Costiera italiana ha deciso di rompere il silenzio in cui è stata ormai suo malgrado relegata emettendo una laconica nota stampa: “In merito all’evento riportato da Medici Senza Frontiere accaduto lo scorso 1° settembre, si informa che il soccorso è avvenuto in area SAR libica, sotto il coordinamento dell’Autorità libica, che dopo aver assunto il coordinamento delle operazioni, ha inviato sul posto i propri mezzi. L’IMRCC ha ricevuto una segnalazione relativa all’evento e ha informato l’autorità SAR competente per quel tratto di mare.”

Apparentemente, la nota stampa risulta un fare spallucce ribadendo che l’autorità competente era quella libica. Ma alla luce dell’interdizione imposta alla Guardia Costiera italiana, che deve temere sequestri e gogne se salva vite un metro oltre la SAR area italiana, ed in conseguenza del doppio caso Diciotti (Trapani prima e Catania dopo), “gli angeli del mare hanno dovuto chiudere le ali e smettere di volare la dove qualcuno ha bisogno. In quest’ottica, la stringata nota stampa assume un senso di lettura completamente diverso e si potrebbe anche azzardare una interpretazione letterale che suonerebbe grossomodo così: Se non stessero così le cose, noi un salto ce lo avremmo fatto e quindi li avremmo forse anche salvati; ma ci hanno detto di guardare dall’altra parte e questo è quanto. La nota stampa è stata diramata ieri sera, poco dopo le venti, e sembra essere il frutto concentrato di una intera giornata di travaglio condensato in poche righe per i pochi che intendono leggerle con il loro reale significato. Quasi un messaggio in codice scritto da chi non può scrivere messaggi e dialogare in pubblico. Un inoltro di responsabilità, quindi, tra le poche righe, al reale destinatario della giusta indignazione per l’ennesimo naufragio e per queste ulteriori cento e più vite umane perse.

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