Caso Diciotti, parla Vittorio Alessandro: “Grande dolore”

Intervista all’ammiraglio Vittorio Alessandro, già comandante dell’ufficio relazione esterne della Guardia Costiera, sul caso di nave Diciotti e sul rapporto tra il corpo dello Stato e il Governo. Alessandro: “La mia preoccupazione è che lo Stato ritrovi la propria integrità, che le istituzioni riacquistino la propria credibilità, perché altrimenti è come un mostro che mangia se stesso”

In copertina: Nave Diciotti e nel riquadro l'ammiraglio Vittorio Alessandro

di Mauro Seminara

L’autonomia operativa della Guardia Costiera italiana è sempre più posta sotto stress dal rapporto con il Governo. La nave Diciotti è di nuovo sotto una sorta di sequestro conseguente ad una operazione di soccorso in mare, prerogativa propria del corpo della Guardia Costiera, e per la seconda volta le viene precluso di porre fine alla propria operazione per rendersi nuovamente disponibile a nuove eventuali esigenze di soccorso in mare. Mentre l’opinione pubblica di fede salviniana si scaglia contro quelli che erano, fino a non molto tempo addietro, degli eroi, i cosiddetti “angeli del mare”, una nave dello Stato viene immobilizzata alla stregua di una Ong sottoposta ad attività giudiziaria di una qualche Procura per dubbi su favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti di una nave straniera. La condizione di attrito tra uno dei corpi dello Stato, smilitarizzato e neutrale, e la componente politica dello stesso Stato sta assumendo contorni sempre più deleteri per la credibilità del Paese. Per meglio comprendere alcuni aspetti di quanto sta accadendo abbiamo chiesto ad un esperto.

Vittorio Alessandro

Vittorio Alessandro è un ammiraglio della Guardia Costiera. Questo è il grado con cui si gode il meritato congedo pensionistico. Conosciuto bene dagli operatori dell’informazione ma anche dal grande pubblico che lo ricorderà puntuale negli aggiornamenti che dalla sala operativa del Comando generale delle Capitanerie di Porto informava tutti gli italiani sulla vicenda del naufragio di Costa Concordia all’isola del Giglio. L’ammiraglio Vittorio Alessandro è quindi un uomo che ben conosce il mare, il diritto internazionale, la Guardia Costiera, il fenomeno migratorio del Mediterraneo centrale ed anche la comunicazione con la stampa che egli ha garantito per anni in qualità di comandante dell’ufficio relazioni esterne del corpo. Lo abbiamo raggiunto chiedendo la sua opinione, essendo questa libera dai vincoli delle consegne che il corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera può avere in un così difficile momento.

“Credo che, come qualunque
altra lacerazione istituzionale,
quella tra lo Stato e la Guardia
Costiera debba assolutamente
essere risanata”

Di nuovo porto negato ad una nave della Guardia Costiera che rimane ostaggio di bizzarre prove di forza politiche. Cosa pensa di questo rapporto tra un corpo dello Stato ed il Governo?

Credo che, come qualunque altra lacerazione istituzionale, debba assolutamente essere risanata. E credo che ci si debba rendere conto di quanto sia importante questo tassello istituzionale della Guardia Costiera in Italia: l’unico soggetto istituzionale che ha in questi anni – ormai molti – curato gli aspetti dell’uso civico del mare; l’unica amministrazione del mare che nell’insieme comprende anche il soccorso ma non si esaurisce in quello. Comprende anche il soccorso, ma il soccorso, in questi anni, è stato un patrimonio di esperienza e maturità professionale che ci invidiano non soltanto in Italia; ci invidiano in Europa ed ovunque. Quindi, sprecare questo patrimonio, questa risorsa, non comprenderla fino in fondo, non valorizzarla sarebbe una grave perdita.

“Tutti gli uomini che operano
in mare in condizioni estreme
hanno bisogno di sapere che
a terra c’è qualcuno che gli
vuole bene”

Una vita dedicata con onore ed orgoglio alla Guardia Costiera. Cosa prova nel vedere adesso una parte dell’opinione pubblica nazionale scagliarsi con ferocia contro ciò che è sempre stato motivo di vanto indiscusso per l’Italia?

Un grande dolore. Perché so che tutti gli uomini che operano in mare, e comunque in condizioni estreme, hanno bisogno di sapere che a terra c’è qualcuno che a loro vuole molto bene. Che c’è qualcuno che a loro pensa e che saprà onorare questo loro impegno. Assolvere invece a questi difficili momenti, tutti quelli che si affrontano quando si ha a che fare con il mare stesso – talvolta in condizioni estreme – e con la sofferenza delle persone ed il rischio di perderle, fare tutto questo temendo che poi in Italia qualcuno ti girerà le spalle, è una premessa mortificante della tua identità e del tuo lavoro. Credo che non si possa chiedere a nessuno di svolgere il proprio impegno in condizioni così difficili, non solo in solitudine ma anche nella incomprensione di parte dell’opinione pubblica.

Come ricevere una coltellata alla schiena mentre si salva una vita umana?

Pensi all’equipaggio di nave Diciotti, che deve sostenere 177 naufraghi a bordo – che sono persone in condizioni molto difficili – e questi ragazzi da giorni si devono occupare di tutte le loro necessità come se fosse una nave da crociera, sapendo che i porti italiani non li vogliono. Nel frattempo c’è un mezzo dello Stato fermo, come se un’auto della polizia o un’ambulanza tornati da una missione non trovino una caserma o un ospedale immediatamente pronti ad accoglierli e li costringessero a ronzare per le strade cittadine. Questo sta accadendo: una cosa obbrobriosa sotto ogni aspetto, morale, psicologico, economico, politico.

“I naufraghi sono già
su territorio italiano,
e questo fa assumere
alla vicenda di nave
Diciotti un aspetto
incomprensibile”

Ci spiega, tecnicamente, cosa comporta tenere nave Diciotti ostaggio del braccio di ferro politico con l’Unione europea e cosa cambierebbe se i migranti sbarcassero su territorio italiano?

Sono già su territorio italiano. E questa è la cosa che fa assumere alla vicenda un aspetto incomprensibile. Sono su territorio italiano e la loro sorte (dei naufraghi, nda) potrebbe quindi determinarsi a terra, qualunque essa sia, e su quello potremmo poi discutere, ma a quel punto si potrebbe tecnicamente considerare concluso il soccorso. Perché il soccorso è ancora in atto. Il soccorso si chiude nel momento in cui i naufraghi raggiungono il porto sicuro. Ma questo ancora non succede, ed il fatto che i naufraghi siano ancora a bordo mantiene aperto una operazione che per definizione deve essere veloce. Il mezzo si libera o si dedicherà ad altre operazioni, l’equipaggio si riposa, si rimette tutto in sesto, si pulisce – immagini cosa ci sarà a bordo dopo questi giorni trascorsi in queste condizioni – e si fornisce a queste persone salvate un’accoglienza in attesa che si decida il loro destino. Ma un’accoglienza dignitosa. Così si chiude il soccorso. Questo è un soccorso che sta durando giorni e giorni. Non esiste in nessuna parte della terra una cosa del genere.

Con, di conseguenza, spese che si protraggono ed una nave in meno a disposizione, giusto?

È paradossale, perché noi arriviamo oggi sull’onda della denuncia delle spese della politica. Ma queste sono spese della politica, così come lo sono state le spese sostenute per accompagnare una nave a Valencia (nave Aquarius, ndr). Sono spese della politica che credo siano ingiuste, che stiamo pagando noi insieme a tutto il resto.

“Nave Diciotti ormai sembra
essere diventata la ‘bestia nera’
del naviglio dello Stato”

Lei ha seguito la vicenda sin dal primo giorno. Se fosse ancora al comando dell’ufficio relazioni esterne della Guardia Costiera, come spiegherebbe ragione e modalità dell’intervento di soccorso effettuato da nave Diciotti?

Partirei sicuramente da una condizione di grave disagio, nel senso che gli uffici stampa tacciono, ed anche il mio ufficio faticherebbe ad esprimersi. Voi giornalisti lo sapete meglio di me quanto si stia faticando ad avere anche le informazioni più piccole. Per esempio, si accusa nave Diciotti di aver fatto il soccorso, ma nave Diciotti ha soltanto accolto 190 persone soccorse da due altre motovedette. L’intervento è stato fatto da due motovedette che, giunte in zona, hanno visto questo natante che imbarcava acqua, che era ferma, in avaria, e come è giusto fare, come qualunque comandante in zona farebbe, hanno preso queste 190 persone. L’imbarcazione tra l’altro è affondata subito dopo, ed anche questo le cronache non lo dicono, o forse non lo sanno. Le 190 persone salvate sono state trasbordate per un trasporto più agevole verso l’Italia da una nave più grande: la Diciotti. Che tra l’altro navigava in prossimità per una ordinaria missione di pattugliamento, quella che ormai sembra essere diventata la “bestia nera” del naviglio dello Stato.

Il Comandante in Zona (OSC, ndr) valuta le condizioni di pericolo in cui si trovano le persone in mare. Una imbarcazione con 190 persone a bordo è già di per sé in una condizione di pericolo. Io spiegherei questo. Centonovanta persone, delle quali sei sono state rinvenute in condizioni sanitarie che hanno richiesto l’evacuazione d’emergenza a Lampedusa. Tutto questo, a quanto pare, ai maltesi deve essere sfuggito. Centonovanta persone su una barchetta che faceva acqua, con una donna che aveva avuto pure un aborto spontaneo, i maltesi devono aver valutato che fosse normale; una navigazione tranquilla. Ora, che Malta sbagli le proprie valutazioni: pazienza, lo ha fatto e continuerà a farlo probabilmente. Ma un nostro comandante, un nostro marinaio, che arriva sul posto e ha il ruolo di Comandante in Zona, quello previsto dalla legge, deve fare le sue valutazioni responsabilmente ed agire di conseguenza; informando, ovviamente, i suoi superiori. Ma nessun superiore dirà mai: “guarda che non sono in pericolo”. Perché è lui che guarda, è lui che ha l’opportunità di valutare. Chi si assumerebbe questa responsabilità? Ed in effetti l’imbarcazione è affondata.

Quindi il rischio per la navigazione dei 190 migranti è stato conclamato dall’affondamento dell’imbarcazione?

Si. Hanno poi rinvenuto traccia del relitto, successivamente. Quindi, noi possiamo girarci dall’altra parte, ma lo deve dire la legge. Non è possibile che degli ufficiali della Guardia Costiera vengano messi in croce perché hanno svolto il proprio lavoro. Perché la legge prevede che si debba intervenire, anche fuori delle proprie acque territoriali o SAR, quando esistono le condizioni di pericolo. Allora cambiamo la legge. Si cambia la legge prevedendo che fuori dalle acque territoriali l’intervento lo decide il ministro, così diventa una scelta politica, ed ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Ognuno farà poi i conti con le proprie notti e con il proprio specchio, la mattina, quando si farà la barba.

“La mia preoccupazione è che lo Stato
ritrovi la propria integrità, che le
istituzioni riacquistino la propria
credibilità, perché altrimenti è come
un mostro che mangia se stesso”

Un’ultima duplice domanda: Ricorda altri casi di simili conflitti tra parti dello Stato? E cosa crede possa produrre un rapporto come quello in corso tra la volontà politica ed il dovere di servizio in mare?

Credo che possa condurre ad una condizione di forte sfiancamento delle organizzazioni deputate al soccorso. Riguardo alla Guardia Costiera, è un corpo centenario; a mio avviso sta soffrendo molto in questo momento, ma non è scalfito nella propria unità, nella propria determinazione. Ho letto dichiarazioni importanti e nette. Quello che temo di più, al di la delle possibili lacerazioni istituzionali, al di la dell’immagine brutta che viene consegnata all’opinione pubblica di un’esperienza così bella e così importante, è una cosa che si sta già determinando: che in mare la gente non soccorra più nessuno, che si soccorrano soltanto i diportisti. E che nel Canale di Sicilia le navi si girino dall’altra parte. Quando per tre giorni il Comando generale lancia messaggi a tutte le navi dicendo che c’è un’imbarcazione in pericolo, e nessuno risponde, nessuno lo vede, significa che è già successo qualcosa. Ed è difficilmente riparabile. La mia preoccupazione è che lo Stato ritrovi la propria integrità, che le istituzioni riacquistino la propria credibilità, perché altrimenti è come un mostro che mangia se stesso. Nessuno Stato mangerebbe se stesso. Potrebbe fare aggiustamenti, anche importanti modifiche nei rapporti fiduciari, ma non mangerebbe se stesso. La mia grande preoccupazione riguarda quindi la situazione in mare. In letteratura e nel cinema qualcuno agitava quesiti pensando ai pescatori di Lampedusa, chiedendosi se saranno in grado di affrontare il soccorso senza temere le conseguenze burocratiche e le diffidenze; ecco, la situazione della collaborazione nei soccorsi in mare è estremamente peggiorata e mi preoccupa molto il fatto che pochi se ne sono accorti.

 

Leggi anche: Il grottesco caso della Diciotti continua nel porto di Catania

1 Commento

  1. Se l’ammiraglio parla per nome della Guardia Costiera e trova la situazione così insostenibile perché non contravviene agli ordini di Salvini? È quello che fecero gli antifascisti che salvarono migliaia di ebrei nelle città occupate. Questo sarebbe un vero gesto da eroe.

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