Adesso aiutiamo Salvini a casa sua, prima che sia troppo tardi!

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Forse pochi, e non giovani, ricorderanno “Il dittatore dello Stato libero di Bananas”. Un film del primo geniale periodo cinematografico di Woody Allen in cui, epilogo di esilaranti tentativi, un dittatore viene destituito da una milizia di rivoluzionari. Al primo discorso al popolo dell’ex capo dei “liberatori”, però, il neoinsediato tiranno inizia ad argomentare in modo alquanto strano, imponendo ai suoi compatrioti il cambio della biancheria intima ogni ora e l’obbligo di indossarla sopra gli indumenti così da permettere al suo esercito di controllare che sia stata effettivamente cambiata con regolarità. I suoi compagni di rivolta si videro quindi costretti ad interrompere il discorso con l’iniezione di un potente sedativo. Così, dopo averlo tirato giù dall’improvvisato podio, con ancora incredulo stupore sui volti della popolazione che aveva fin lì assistito al delirio di potere del nuovo dittatore, cadde subito la nuova dittatura di Bananas. Neanche il tempo di concludere il suo discorso di insediamento. Meglio farlo subito. Il film di Allen torna in mente con il caso della nave della Guardia Costiera “CP 941 Ubaldo Diciotti” bloccata nel porto di Trapani. Pensare che un ministro abbia immobilizzato una nave di un corpo dello Stato con 67 migranti a bordo per uno spot, per far scendere due migranti in manette a favore di stampa, un po’ il discorso del nuovo dittatore di Bananas lo ricorda. Il momento che Matteo Salvini lasci il suo incarico al Viminale è giunto. Come per il dittatore di cui sopra, è meglio farlo subito. Sempre che i suoi compagni di Governo se ne rendano conto senza che si incomodi ancora il presidente della Repubblica con un’azione che è nelle sue prerogative ma che apparirebbe estrema dal punto di vista politico.

Il Governo di cui Matteo Salvini è vicepremier e ministro dell’Interno rappresenta circa il 50% di quanti hanno votato lo scorso 4 marzo. Di questi, il leader del Carroccio, segretario federale, ministro e vicepremier, è rappresentante per il 18% circa. I sondaggi con gli ultimi dati di consenso attribuiti alla Lega li lasciamo dove stanno e li prendiamo per l’utilità che hanno. Non ne abbiano a male gli elettori e sostenitori della Lega e del “capitano” Salvini, ma sono certo che anche loro potranno comprendere le ragioni per cui è meglio che al Viminale vada qualcun altro al posto del segretario federale di partito. Matteo Salvini è armato di scure e piede di porco e con questi arnesi ha prima creato una spaccatura nel Paese e adesso la sta del tutto scardinando. Se su dieci italiani ce ne sono quattro o cinque che si sperticano le mani per applaudire la politica anti-migranti ed anti-Ong di Salvini, ce ne saranno due, tre o anche quattro che si vergognano di questo approccio razzista e disumano e maturano astio verso l’attuale ministro. Se per la maggioranza assoluta di uno o due corpi dello Stato il titolare del Viminale sta facendo benissimo, per un altro corpo dello Stato, magari, il leghista sta gettando discredito e vergogna sulle uniformi. Questo, come spero si potrà meglio comprendere andando fino in fondo con la lettura, non è un bene per il Paese ma rappresenta una sconfitta terribile che l’Italia si appresta a consegnare nelle mani di chiunque vorrà beneficiarne. Questo si sta verificando mentre l’Unione europea affronta una svolta che ha tutta l’aria di un punto di non ritorno. Questo, mentre l’Italia sembra intenta a giocare la partita della vita.

Matteo Salvini è un ministro della Repubblica e per questa semplicissima ragione deve agire per l’intero popolo italiano e non soltanto per i leghisti, i padani o per quanti hanno abboccato alla storia della concentrazione dei mali nel flusso migratorio del Mediterraneo. Anche perché, dietro questa dura campagna ci sono ben altri interessi. Il fatto stesso che Salvini usi il proprio ruolo per fare propaganda e proseliti tra le fila leghiste lo mette in condizione di essere facilmente e legittimamente tacciato di atteggiamento fascista. Poco importa se la maggioranza degli italiani, in questo momento, sia con lui. Quel trenta per cento che inizia ad odiarlo è più che sufficiente. E difenderlo da quel trenta per cento è davvero difficile se il ministro inizia ad alzare il tiro delle sue immani cazzate, tanto da costringere il presidente della Repubblica ad intervenire. Salvini è il punto debole di questo Governo che, purtroppo, non ha ancora mostrato dei veri punti di forza. Il ministro dell’Interno ha, nel frattempo, dopo appena una quarantina di giorni, sgretolato quella forza elettorale che avrebbe dovuto sostenere il Governo “del Cambiamento” nella propria campagna europea. Quell’idea che il popolo italiano sta con il “Governo giallo-verde” adesso vacilla.

Quale sarebbe l’immane cazzata che ha scomodato il Quirinale è facile da intendere ma è comunque bene spiegarlo. A bordo di una nave lunga un centinaio di metri per chissà quante migliaia di tonnellate, con sopra il logo di uno dei più onorevoli corpi dello Stato italiano, c’erano 67 migranti che avrebbero tentato di “dirottare” la nave cargo che li aveva soccorsi, per paura – ovvia e magari legittima – che questo li riportasse in Libia. Da una parte c’è la legge che, atto dovuto, impone all’autorità giudiziaria di perseguire i presunti artefici del dichiarato tentativo di dirottamento per violenza privata ai danni dell’equipaggio della Vos Thalassa. Dall’altra c’è però il giudizio morale che “assolve” il presunto atto di pirateria in funzione al legittimo terrore del carnefice da cui i migranti si allontanavano e dai quali temevano di venire ricondotti. In mezzo ci sta la normale e giusta procedura: i migranti sbarcano subito in modo da disimpegnare la nave della Guardia Costiera che serve per salvare persone e non è una prigione galleggiante, vengono affidati ad una struttura apposita e nella disponibilità dell’autorità giudiziaria, questa procede con le indagini e, se dimostrata la violazione di legge dei due presunti dirottatori, procede con una richiesta di arresto che altro giudice valuta ed eventualmente dispone. Tutto nei tempi necessari e con l’iter che la legge prevede. Se ci volessero giorni, settimane o anche mesi, non ci si può certo aspettare che nave Diciotti attenda la chiusura delle indagini nel porto di Trapani.

Il veto del ministro dell’Interno, che ieri da Innsbruck ha annunciato il doversi assumere le proprie responsabilità, anche politiche, chi avesse osato autorizzare lo sbarco dei migranti, era frutto di apparente delirio da potere. Il delirio, per inciso, consisteva proprio nella, tacita o meno, pretesa che una Procura pretendesse da un Tribunale un ordine di arresto, senza indagini né prove, così da far scendere due migranti ammanettati dalla nave della Guardia Costiera mentre il ministro Salvini indossava una corona d’alloro a favore di tweet oppure un paio di pantaloni alla zuava tra gli applausi dei suoi follower. Così, anche ieri, per ogni paio di sostenitori in più un non sostenitore in più si è convinto che il ministro Salvini sia un potenziale fascista a cui va chiesta lettera di dimissioni indirizzata alla Presidenza della Repubblica. D’altro canto, se per accusare presunti e non dimostrati oscuri finanziatori di Ong da “piano Kalergi”, si mettono sotto accusa morale gli ultimi, quei sinceri volontari soccorritori di migranti che chiedono una aspettativa al datore di lavoro per partecipare ad una missione umanamente edificante a bordo delle “navi criminali”, un genio della comunicazione forse non lo si è nemmeno. Altrimenti, il dubbio che oltre gli applausi ci possono essere fischi, poi accuse di fascismo ed infine pietre o peggio ancora esplosivi rudimentali, dovrebbe pur sfiorare l’intelletto di qualcuno. In Italia abbiamo già visto che il terrorismo si arma ed agisce proprio quando il Paese è più forte, ma neanche il quarantennale del sequestro Moro ci insegna nulla che resti in mente più del tempo necessario per pigiare “Mi piace” o “Condividi”.

Ieri, passato quasi in secondo piano rispetto alla scena di Salvini, il premier Conte ha svelato un altro po’ di politica internazionale italiana. Ieri, mentre Salvini bloccava la Diciotti a Trapani, Conte parlava di Hub Nato del Mediterraneo a Napoli che diventerà “finalmente” operativo e di centralità che l’Italia pretenderebbe di riconquistare nel mare che un tempo fu “nostrum”. Adesso, se chi ha letto con attenzione fin qui, comprendendone anche il giudizio superpartes, vuol proseguire la lettura ora più complessa e delicata, arriva la parte più importante dell’analisi con le ragioni per cui Matteo Salvini si dovrebbe dimettere a meno che non intenda smettere con questa ridicola propaganda di partito e fare seriamente il ministro. Perché per riconquistare la leadership in Libia, da tempo sottratta dalla Francia, e magari anche in Egitto ed in Tunisia, l’Italia dovrà giocare una partita delicatissima ed estremamente pericolosa. Una partita senza armi ma con armi cariche ed il colpo in canna pronte all’uso nell’eventualità che qualcosa dovesse andare storto. Allo stesso tempo, e con pari ambizione, l’Italia vorrebbe perfino salire tra le grandi europee a dettare l’agenda dell’Unione e ricalibrare i trattati in proprio favore. E se non si è stupidi o fanatici, se non si hanno gli occhi chiusi e la memoria corta, se in qualche modo si comprende come gira il mondo e come si rovesciano democrazie per interessi extranazionali, il dubbio che non ci si può permettere di spaccare ideologicamente il Paese dovrebbe almeno sfiorarci. A meno che non si immaginino “gli altri” quali attori passivi ed incapaci di qualsivoglia azione di bassa lega, dovrebbe essere fondato il dubbio che certi cani non sono disposti a lasciarsi sottrarre i preziosi ossi in ballo.

Quindi, per fare un esempio – niente più, sia chiaro – a caso, potremmo immaginare che da un Paese, per tramite di un’agenzia o di qualcosa o qualcuno che non ha neanche uno statuto, venga finanziata una rivolta popolare fasulla con lo scopo di fare proselitismo tra chi, pronto ad odiare un ministro o un partito “fascista”, si unisce ignaro al “progetto”. Apprendiamo e dimentichiamo subito, ma, sempre con il solo scopo dell’esempio in questione, potremmo ricordare quella Piazza “Maidan” in Ucraina come decine di altri Stati e ancor più situazioni quali ad ulteriore esempio quella di Maduro che vuol sottrarre il Venezuela allo sfruttamento petrolifero statunitense, la falsa rivolta di un gruppo di stranieri nei sobborghi di Damasco all’origine dell’infiltrazione Cia in Siria e tanti altri casi in cui si destabilizza una nazione per renderla più povera e controllabile. Come la Libia, il cui leader e presidente di turno dell’Unione africana aveva messo d’accordo oltre una dozzina di nazioni dell’Africa pronte a sottoscrivere l’adozione della moneta unica – il “Dinaro africano” – e la conseguente entrata in una Borsa africana in cui si sarebbero decise le quotazioni di petrolio, gas, uranio, plutonio, pietre dure, oro e tutto quello che l’Africa esporta restando inesorabilmente in miseria. Ecco, noi vorremmo riprendere il controllo della Libia, che venne rovesciata con una guerra civile falsa quanto una moneta da tre euro perché pretendeva di decidere a quale prezzo vendere all’estero i propri beni, e sedere tra i big europei al tavolo dell’Ue stabilendo quali trattati sono vantaggiosi per l’Italia e quali bisogna invece riscrivere anche se tanto piacciono a Germania e Francia. A nessuno verrà in mente di mettere gli italiani gli uni contro gli altri, di destabilizzare il Paese, di lasciarlo senza Governo per chissà quanto mentre lo si infila per intero in un bel tritacarne sovranazionale? Lasceranno che l’Italia si metta a dettare legge nel Mediterraneo? Con la Nato? In Libia a beneficio esclusivo dell’Eni ed a discapito delle concessioni francesi? A Bruxelles riformando i cardini su cui posa l’attuale Unione europea e spodestando la Germania e la Francia dal trono? Se si ha consapevolezza dei rischi che si corrono, sarà facile comprendere che non ci si può permettere un ministro che, in ogni cosa che fa e che dice o twitta, divide il Paese in due opposte fazioni pronte a darsi battaglia nel caso in cui una scintilla dovesse darne vita. Probabilmente è giunto il momento di aiutare Matteo Salvini a casa sua, o in via Bellerio, dove rischiano di vedersi sequestrare anche la targhetta sul citofono, per riportare le due fazioni che si stanno costituendo alla moderazione e quindi all’unità nazionale…prima che sia troppo tardi.

Il ministro Salvini ce l’ha tanto con George Soros, ma sembra non rendersi conto di stare offrendo il fianco ad un intero esercito di George Soros. Il fianco dell’Italia però. Semplice e breve ipotesi di “destabilizzazione facile” con kit pronto all’uso ed agevolato dallo stesso Salvini e dal Ministero che, guarda caso, si trova a guidare. Il ministro additato quale fascista si trova ad essere competente dell’ordine pubblico mentre in piazza sono migliaia gli italiani a protestare contro la conduzione del suo dicastero; qualche infiltrato tra la massa di ignari manifestanti mette in condizione le forze dell’ordine di dover caricare o comunque manganellare qualcuno; l’ordine pubblico è di competenza del ministro degli Interni e immediatamente la carica o il manganello della Polizia viene tradotto dall’opinione pubblica in un ordine fascista che un ministro dittatore contro cui si manifestava ha dato alle sue camicie nere esecutrici: Governo M5S-Lega finito con tutto il Paese e le politiche che stava conducendo in Europa e nel Mediterraneo. Vedremo le prossime mosse del presidente Mattarella, ma il dubbio che anche per il Quirinale il ministro Salvini abbia superato ogni limite esponendo l’Italia a gravi rischi pare stia sfiorando anche il presidente della Repubblica. E Sergio Mattarella, di sovversioni del naturale ordine delle cose in Italia, ne ha già viste tante!

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