Sergio, stai sereno

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

I fatti si rincorrono più veloci dei tweet. Nulla è certo e nessuna strada è pronosticabile in questa crisi che ha già battuto il record del Governo Amato. Oggi sono 87 giorni dall’esito delle elezioni ed ancora non abbiamo un Governo. Il presidente della Repubblica ce la sta mettendo tutta per entrare nella storia, e per riuscire nell’impresa sta anche praticando varie discipline. Il record sul periodo più lungo lo ha già segnato, ma non basta. Quindi prova anche a farsi ricordare per il presidente della Repubblica di estrazione costituzionalista che la Costituzione non l’ha capita oppure ce l’aveva ormai sul cazzo. Poco importa se Di Maio è partito in quarta e poi ha tirato il freno a mano quasi ribaltandosi sull’impeachment, il presidente Mattarella un “attentatino” alla Costituzione lo ha fatto davvero. E giusto per essere sicuro che non ci fossero dubbi, ha anche pronunciato personalmente il discorso con il processo alle intenzioni di Paolo Savona e sulla priorità di riguardo che meritano gli operatori economici e finanziari italiani ed internazionali rispetto alle intenzioni del Governo che stava per formarsi in funzione alle indicazioni di voto del popolo sovrano. Nulla può giustificare frasi da psico-social-idioti sulla fine che si augura al presidente, né i riferimenti alla fine che fece il fratello Piersanti. Ma neanche la dialettica politica esasperata degli ultimi decenni può ormai trovare giustificazione, e il disperato idiota-odiatore con nickname ne è la probabile conseguenza. Ci siamo tristemente abituati a sentir offendere gli avversari politici come fossero dei nemici da sconfiggere con la clava. Da Berlusconi in poi abbiamo visto e sentito di tutto, dagli “italiani popolo di coglioni” se non votano per lui ai “comunisti” – usato con tono dispregiativo – che con lui non erano d’accordo, magistrati inclusi. Da lì ai giorni nostri gli anni sono volati come è volata via quella residua sedicente democrazia. Tra lettere delle banche d’affari d’oltreoceano e riforme istituzionali imposte e di aliena origine, in questo Paese abbiamo visto scivolare via tutto quello che con enormi sacrifici i nostri padri ed i nostri nonni avevano conquistato. Dai diritti sul lavoro al diritto del lavoro, dalla dignità di salario alla tutela del risparmio. Governo calato dall’alto dopo Governo calato dall’alto, ci siamo visti spogliare di ogni nostra ricchezza. Poi, un giorno si sveglia Sergio Mattarella e scopre che lui deve garantire i risparmi degli italiani come previsto dalla Costituzione all’articolo 47.

La minaccia più grave, per i risparmi degli italiani e per la stabilità dell’Italia, oggi si chiama Sergio Mattarella. Assurdo ma vero, per quanto possa suonare come una strana provocazione. Un Paese che non riesce a capire in che direzione intende andare, che non riesce ad esprimere un Governo, che non ne mette in piedi neanche uno “tecnico” o “del presidente, che si prepara a far giurare un Governo e poi annulla tutto per congelare la stessa intenzione e riaprire la trattativa politica per il Governo politico che era stato bocciato per le “possibili” intenzioni in programma, che rischia di veder sciogliere le Camere pur avendo la maggioranza pronta per governare e che magari forma un Governo che raccatta la fiducia di venti voti alle Camere mettendo tutti ordinatamente all’opposizione in un modo o nell’altro, è l’Italia che ha messo su Sergio Mattarella negli ultimi giorni. Sicuramente non è una nazione solida capace di tenere lontani gli speculatori finanziari. Quale cortocircuito abbia leso la Presidenza della Repubblica non è chiaro, ma è certo che da un certo momento in poi il presidente non ha imbroccato neanche più una decisione. Dopo il gravissimo errore in favore dei mercati e contro il nome di Paolo Savona, che aveva tanto dell’assurdo da far ipotizzare che il professore ed economo fosse solo una scusa per far saltare l’intero Governo, in modo assolutamente poco credibile il capo dello Stato è tornato sui propri passi fino a ricevere al Colle di nuovo i capi politici che aveva liquidato per una impuntatura. Il primo a chiedere udienza ed essere ricevuto è stato Luigi Di Maio, già ieri, con il suo “parliamone” al citofono del Palazzo.

Gigi Di Maio è una brava persona. Un ragazzo pulito, onesto, instancabile, che guida un movimento politico ad oggi fatto da persone che poco o nulla hanno da spartire con quel cosiddetto “establishment” che ha spolpato questo Paese fino all’osso. Ma Di Maio e compagnia hanno un difetto che in questa fase rischia di costare molto al M5S e al Paese: la comunicazione. Se la comunicazione li ha fatti arrivare dove si trovano adesso, la comunicazione rischia adesso di mandarli in malora. Perché non sempre ha la meglio chi parte in quarta e la spara grossa per primo. Vero è che la politica in Italia si basa ormai sul marketing, ma le regole per la vendita di un biscotto senza olio di palma e quelle per la vendita di un partito politico non sono esattamente identiche. In seguito ad una assurda campagna contro l’olio di palma, nata per volere dei mercati finanziari che dovevano attaccare certi interessi in Medio Oriente, molti produttori si sono affrettati a dire ai propri clienti che nei loro biscotti di olio di palma non ce n’è. Adesso questi dovranno continuare a produrre facendo a meno dell’ingrediente di cui un certo colosso dolciario non si è invece mai privato, vantandone perfino la presenza fondamentale nella sua crema di nocciole e cioccolato da spalmare e famosa in tutto il mondo. Parliamo di olio di palma e non di impeachment; di marketing per biscotti e merendine, non di politica. Luigi Di Maio dovrebbe contare fino a dieci prima di decidere se fare un video o scrivere qualcosa, perché adesso rischia di apparire quell’ingenuotto che si è fatto sbranare da Salvini, e “figuratevi come lo concieranno in Europa” sarà la frase di rito nei prossimi giorni. Lo staff pentastellato addetto alla comunicazione del Movimento dovrebbe fare un passetto di lato, perché la politica non è – ancora, e per fortuna – solo comunicazione. Perché così il povero Di Maio fa la figura del coglione, e non ci guadagna certo il Movimento se gli iscritti e gli elettori iniziano davvero a pensare che c’è un coglione alla guida.

Mattarella è la vecchia scuola e Di Maio e Salvini sono quella nuova. Regole d’ingaggio diverse, estrazione culturale diversa, storia diversa. Soprattutto diversi i tempi in cui i novellini devono darsi da fare, con o senza l’approvazione degli anziani. Perché tutto si può dire di Salvini e Di Maio ma non che essi siano la causa di questo baratro su cui oggi l’Italia si trova in bilico. Il programma dai due sottoscritto ha punti fondamentali che devono essere attuati e che sono la causa del veto imposto – e forse da Mattarella eseguito – su questo Governo detto giallo-verde. Ma smettiamo però di farci film con cazzate orbe da fanatico del PD. Il problema, quello che gli “investitori” temono, non è che Paolo Savona venerdì a mercati chiusi stampa Lire e lunedì all’apertura le mette in circolazione. La minaccia, per gli investitori tanto cari al Colle, è l’intervento sulla separazione tra banche d’affari e banche di credito. Basta già una riforma che impedisca alle banche d’investimento di giocare con i risparmi e con il culo degli italiani perché suonino le campane d’allarme degli “investitori”. Alla fin fine, a Bruxelles importa poco o nulla se Salvini va al Viminale ed inizia ad allontanare migranti irregolari; a meno che non li spinga a nord, ovviamente. A Bruxelles preoccupa molto più la revisione della Dublino. Ci sono chiacchiere da campagna elettorale, come quelle leghiste che nell’immigrato hanno trovato la propria miniera, e idee “anti-sistema” che se messe in atto possono liberare il Paese dalla più grave delle minacce: le attuali norme che regolamentano la speculazione finanziaria. Certo, molto più facile e comodo prendersela con l’immigrato che non vota in Italia, non ha potere economico e nel più dei casi non capisce neanche quello che hai detto in campagna elettorale. Sembra ieri che il “nemico” era il terrone. Poi “nord” è scomparso dal simbolo e il terrone è diventato amico ed elettore. E c’è davvero l’elettore terrone che vota Lega! Non è una barzelletta!

Sarebbe stato utile avere un arbitro super partes, capace di illuminarci in questo tormentato e travagliato cammino, ma il presidente della Repubblica ha deciso di mettersi in gioco politicamente e si è eliminato da solo come un guardalinee che entra di testa su un calcio d’angolo e segna un gol. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare al presidente Mattarella che in Italia, dopo Re Giorgio, andava bene addirittura anche un presidente della Repubblica timido fino al punto di firmare la legge elettorale perché non aveva le palle per rimandare indietro il Rosatellum. Anche su questo il presidente Mattarella non era stato neutrale ed aveva autorizzato una legge anti-grillina che poco aveva in comune con quanto chiesto dalla Corte Costituzionale e, soprattutto, dal popolo italiano. Ci si accollava perfino questo. Ma non Re Sergio quale successore di Re Giorgio. Perché due monarca di fila al Colle rappresentano niente altro che una istituzione di garanzia che non garantisce più, quindi morta, per gli italiani, nel suo valore essenziale. Ed è grave. Perché la presidenza della Repubblica non è e non deve essere un Giorgio o un Sergio da fischiare ma un faro su quel Colle di Roma che tutti gli italiani possono ammirare e rispettare. Adesso vediamo fare passi indietro a tutti. Di Maio chiede udienza e Mattarella lo riceve; Mattarella che congela Cottarelli e questi che si fa da parte in attesa di sviluppi “politici”…ma la credibilità ormai se la sono giocata e il presidente della Repubblica ormai è entrato a pieno titolo nella storia. Sergio, stai sereno! …avrebbe detto un tempo qualcuno. Ma questo qualcuno, come te, si è fatto male i conti. Almeno tu nella storia ci sei entrato!

PS
Non si cambia Paolo Savona di ruolo in campo per poter dire “però l’ho convocato”. Queste sono cazzate da ufficio stampa, non contrattazioni politiche. Paolo Savona è fondamentale oppure Paolo Savona non è fondamentale. Non ci sono altre letture.

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