Rosatellum, Mattarellum e Plebiscitellum

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Questa è una storia fatta di incarichi, poltrone e palle. Il perché di queste parole chiave lo si comprenderà a breve. Quello che è importante chiarire subito riguarda ciò che non sappiamo e non possiamo presumere. Un assunto fondamentale per poter intavolare un’analisi. Noi, ad esempio, non sappiamo con esattezza cosa le parti si sono dette nello studio alla vetrata del Quirinale; in quelle segrete stanze in cui il silenzio è sacro ancor più delle parole. Non sappiamo quindi, ed è bene precisarlo, se ad impuntarsi sulla figura del professor Paolo Savona sia stato Matteo Salvini, Luigi Di Maio, entrambi oppure Sergio Mattarella, con il premeditato scopo di impedire la formazione del Governo. Le correnti di pensiero, in questo momento, di pensiero ne hanno poco e sembrano molto più delle correnti di propaganda. Sergio Mattarella ha pubblicamente riferito che la figura di Paolo Savona non andava bene perché i mercati, gli “operatori finanziari”, avrebbero reagito male. E questa affermazione è fuori di dubbio che rappresenti un terribile autogol per il presidente della Repubblica. Sempre Mattarella ha spiegato che i partiti, con conferma formale del primo ministro incaricato, il professor Giuseppe Conte, hanno negato al presidente della Repubblica la disponibilità a sostituire Savona con un “euro-scettico” alternativo. I capi politici Di Maio e Salvini asseriscono che Savona era solo una scusa e che ciò che al presidente non andava bene era l’euroscetticismo di Movimento Cinque Stelle e Lega. In effetti, volendo spezzare una lancia in loro favore, Savona ed il premier tecnico incaricato da Mattarella, il professor Carlo Cottarelli, avevano espresso opinioni ed idee molto simili sulla questione euro e sulle criticità che impediscono all’Unione europea un grande salto di qualità. Il risultato, comunque e da qualunque prospettiva la si voglia analizzare, è di una ingerenza del presidente della Repubblica sulle scelte dei partiti di maggioranza votati dagli italiani. Il presidente non poteva, tra l’altro, negare di conoscere le posizioni di M5S e Lega su euro e Ue. In tal senso dovrebbe potersi escludere il “problema Savona”, perché qualunque ministro di Economia e Finanza avessero scelto M5S e Lega in alternativa, questi avrebbe dovuto adoperarsi per consentire alla maggioranza parlamentare che esprime il Governo la disponibilità del dicastero di via XX Settembre alle esigenze del programma. A meno che il ministro dell’Economia non fosse persona incline alla politica del presidente della Repubblica più che a quella del presidente Consiglio dei ministri.

Quanto accaduto ieri, in ogni caso, ha creato un precedente storico nella politica italiana e ha dato vita inevitabilmente alla vera Terza Repubblica. Forse Sergio Mattarella è davvero il saggio presidente che ha fatto di tutto per salvare l’Italia da scelte politiche dissennate che avrebbero causato enormi danni agli italiani, anche se questi avevano votato per partiti con annesse scelte politiche. Oppure Sergio Mattarella ha semplicemente dato seguito a quelle “direttive”, giunte direttamente dall’estero, che avevano posto il veto su un Governo M5S-Lega; senza però valutare gli effetti immediati e quelli a lungo termine delle dissennate politiche. Che poi, non siamo neanche sicuri che le dissennate politiche siano in realtà quelle di chi sta lasciando che il Paese continui ad avvitarsi in una crescente flessione del Pil con proporzionale crescita del debito pubblico. Negli anni che seguono l’arrivo del super-tecnico Mario Monti infatti il lavoro è diminuito, le imprese sono fuggite all’estero o sono state svendute, la precarietà dei lavoratori è aumentata contribuendo a far intendere che era diminuita la disoccupazione con qualche ora di lavoro voucher, il debito pubblico è aumentato di centinaia di miliardi e di via d’uscita non se ne vede neanche dal campanile del Quirinale. Il beneficio del dubbio alle idee di Savona, Borghi e lo stesso Cottarelli, tutto sommato, andrebbe concesso. Beneficio del dubbio che Sergio Mattarella non ha inteso concedere. Eppure, se pur avessimo rischiato una impennata dello spread a cui siamo anche abituati, essendo la frusta che i mercati agitano quando non obbediamo immediatamente agli ordini, avremmo potuto vedere le carte del Governo M5S-Lega e scoprire se alla fin fine era tutto un bluff. Ma le carte non le ha volute vedere il Partito Democratico prima come non le ha volute vedere il democristiano tesserato PD presidente della Repubblica dopo. Il PD adesso festeggia. Purtroppo per loro. Ma ormai è noto che dalle parti del PD non c’è grande lucidità. Molte specie animali si sono estinte perché non avevano la capacità di comprendere appieno quanto stava accadendo intorno a loro.

Quello che sta accadendo in Italia è semplice, per quanto frutto di una complessa attività politica. Incarichi, poltrone e palle. L’incarico è stato negato al novello leader di centrodestra Matteo Salvini. Il segretario della Lega chiedeva di partire dal 37% della coalizione per trovare una maggioranza parlamentare. Allo stesso modo negato a Luigi Di Maio ed infine concesso all’accordo M5S-Lega. Movimenti politici che così si sono dovuti impegnare a vicenda. L’incarico è stato però concesso ad un premier terzo che tanto terzo non era. Un primo ministro che faceva parte della squadra di Governo proposta, proprio al Quirinale, prima delle elezioni dal Movimento Cinque Stelle. Con la partita “Quirinale vs M5S-Lega” su Savona, il premier Giuseppe Conte ha sciolto la riserva rinunciando a formare un Governo con Economia e Finanze commissariati. Il nuovo incarico, per la formazione di un Governo tecnico che non potrà ottenere la fiducia delle Camere, è stato conferito a Carlo Cottarelli. Il Parlamento dovrà decidere se dare la fiducia al Governo del presidente oppure rinunciare a Governo e legislatura per andare incontro ad elezioni anticipate. Quindi i parlamentari dovranno decidere se rinunciare alla poltrona già alla fine dell’anno invece che tenersela per cinque anni pieni. E qui vengono fuori le palle. Sembra infatti che il Governo Cottarelli potrà contare sulla fiducia del Partito Democratico di Matteo Renzi, di Forza Italia di Silvio Berlusconi e di poco altro che include Emma Bonino e dintorni. Se questo dovesse verificarsi, i parlamentari, inclusi presidenti vari, di Movimento Cinque Stelle e Lega dimostrerebbero di avere le palle. E allo stesso tempo brucerebbero definitivamente i partiti – sempre più “partitini” – che gli concederanno la “responsabile” fiducia. Partiti che si chiamano Forza Italia e Partito Democratico. Un inciso d’obbligo riguarda però il partito di Silvio Berlusconi: Giorgio Mulé, portavoce di Forza Italia ha annunciato che il Governo di Cottarelli non potrà contare sul loro sostegno. In tal caso, a votare per il Governo Cottarelli sarebbe solo il Partito Democratico, e per i renziani sarà requiem con pop corn.

Movimento Cinque Stelle e Lega hanno adesso un semestre pieno per fare campagna elettorale, dentro e fuori dal Parlamento. Sarà una campagna elettorale impari, visto che il presidente della Repubblica non potrà competere con i due movimenti politici sulla comunicazione e non potrà convincere gli italiani della correttezza della decisione presa al Quirinale il 27 maggio del 2018. Salvini e Di Maio invece potranno vantare, per mesi, il Contratto per il Governo del Cambiamento mai attuato a causa dei “poteri forti” sovranazionali e recriminare su una ripresa dell’economia italiana che nel frattempo non potrà arrivare per miracolo di Mattarella e Cottarelli. Alle elezioni, prossime, ci saranno due sole forze candidate a rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani: M5S e Lega. Quest’ultima non avrà bisogno del centrodestra di Silvio Berlusconi ma sarà essa stessa il centrodestra, affiancata da Giorgia Meloni con l’area estrema dei Fratelli d’Italia. Dalla parte opposta del ring ci sarà il Movimento Cinque Stelle che avrà, con ogni probabilità, modificato ancora il proprio assetto mettendo da parte Luigi Di Maio – che continuerà ad essere capo politico – per un Alessandro Di Battista non a caso tenuto fuori a questo giro. Il “Dibba” è sempre stato più popolare di Di Maio. Il suo gradimento, non solo in ambiente pentastellato, è sempre stato molto alto. Di Battista però non è un moderato, da giacca e cravatta come Luigi Di Maio. Il Dibba è un frontman da scontro diretto senza esclusione di colpi. E visto che una veste più moderata ed istituzionale del Movimento Cinque Stelle non ha prodotto l’approvazione da parte dei famosi innominabili “operatori economici e finanziari”, e che la conseguenza di questa repressione politica sarà un plebiscito da dividere in due tra M5S e Lega, i due partiti si giocheranno tutte le carte per avere la meglio l’uno sull’altro alle urne. A questo punto, considerando questo enorme scatafascio politico la diretta conseguenza di una Legge elettorale che si chiama Rosatellum, perfezionato poi da un bel colpo di “Mattarellum” sulla testa degli italiani che pensavano di aver finalmente espresso un voto utile alla formazione di un Governo dalla loro parte invece che dalla parte delle banche o dell’Ue, M5S e Lega potranno raggiungere in due l’80% alle prossime elezioni con un bel testa a testa. A meno che, da qui al voto non spunti un Rosatellum-Mattarellum elettorale che cambi le regole fino all’esclusione “casuale” dei partiti che si chiamano “Movimento Cinque Stelle” e “Lega”, o che abbiano stelle nel simbolo, siano esse gialle o alpine e verdi, dalla corsa al Governo. In caso contrario, in assenza di espedienti anti-grillini ed anti-leghisti, alle prossime elezioni assisteremo ad un “plebiscitellum” bipolare giallo-verde.

(La folla oceanica di persone nell’immagine di copertina è quella della dichiarazione di guerra a Piazza Venezia il 10 giugno 1940)

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