Qui si fa l’Italia o si….

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Ogni frase, ogni singola parola è stata e viene analizzata per dedurre ciò che probabilmente sarebbe il convincimento meno utile ai fini delle sorti del Paese. La distanza tra Lega e M5S sulla questione migratoria e su altri aspetti del programma a cui i due movimenti politici stanno lavorando, come il nome di chi presiederà il Consiglio dei ministri sono i temi all’ordine del giorno. Forse in maniera ossessiva. Ma tra le tante parole, congetture, illazioni sul reale stato dell’accordo per la formazione del Governo, arriva la comunicazione che cassa tutte le chiacchiere da salotto Tv: il silenzio del Colle. Al termine della relazione che le delegazioni di M5S e Lega hanno reso ieri al presidente della Repubblica, questi ha deciso di non fornire alcuna comunicazione alla stampa e quindi al Paese. No ad un intervento del presidente in sala stampa e neanche del segretario generale. No perfino ad un comunicato stampa. La grande attesa, con annesse altissime aspettative, è stata delusa dal silenzio della presidenza della Repubblica. Altre congetture, o chiacchiere da prestigiosi spazi giornalistici, hanno perfino interpretato il pensiero di Sergio Mattarella attribuendogli una grave perdita di pazienza. Ma la lettura più semplice è stata omessa dalle analisi. Una semplice lettura dei fatti, ad esempio, sta nell’annuncio che il Movimento Cinque Stelle aveva già fatto giorni addietro, e cioè che il contratto di Governo risultante dall’estenuante lavoro che M5S e Lega stanno svolgendo per l’unificazione dei due programmi elettorali verrà posto al voto della base sulla piattaforma Rousseau. Opportunità di voto che anche la Lega fornirà ai propri elettori mediante un più primitivo impiego di gazebo con carta e penna. Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno chiesto altro tempo al presidente della Repubblica che sembrerebbe averglielo concesso senza battere ciglio. Anzi, il presidente della Repubblica pare apprezzare anche la consultazione degli elettori sul contrato di Governo per il quale, evidentemente, non ci sono dubbi sulla sua redazione definitiva entro sabato. Perché, se ieri la Lega ha inviato una circolare ai circoli di partito per chiedere l’organizzazione dei gazebo, è evidente che anche il M5S sarà pronto a far votare tra sabato e domenica su Rousseau il contratto stilato insieme ai leghisti.

Se ne può facilmente dedurre che al Quirinale non c’è stato alcun motivo di preoccupazione derivante dalla consultazione di ieri, e che gli ultimi ostacoli sul contratto di Governo verranno rimossi entro questo fine settimana. Scadenza fissata dalle parti per la consultazione con la base prima che con il presidente della Repubblica. In fondo, a queste elezioni gli italiani ci sono arrivati esasperati per le precedenti impossibilità di esprimere le proprie indicazioni ai governi imposti, calati dall’alto, che hanno attuato programmi sconosciuti al popolo e da questo assolutamente non graditi. Quindi, che al presidente della Repubblica stia più che bene la consultazione della base, gazebata e Rousseou che sia, per affrancare il nascente Governo da possibili future critiche ad opera dei rispettivi elettorati – o da elettori degli “alleati” – altro non è che motivo di merito per Sergio Mattarella. In fondo, era chiaro e deducibile – volendolo fare – già dalle parole dei due capi partito in sala stampa al Quirinale. Entrambi hanno subito posto l’attenzione sull’importanza di chiarezza, costi anche qualche ora o qualche giorno in più, a fronte dei cinque anni di Governo stabile, capace quindi di governare senza sorprese fino alla fine della legislatura. In fin dei conti, altro non è che quanto preteso sin dal primo momento, dalla prima tornata di consultazioni, dal presidente della Repubblica. Sergio Mattarella quindi non ha alcuna premura e non è per nulla intimorito dalle scadenze incombenti, il Paese ha nel frattempo un Governo – Gentiloni è ancora a Palazzo Chigi e ci resterà fino al passaggio di consegne – e la priorità è palesemente quella di una nuova epoca politica in cui il popolo italiano si possa finalmente sentire rappresentato senza che l’Italia perda titolo e posizione o faccia harakiri. Altro tema condiviso da Di Maio e Salvini, e dal silenzio del presidente Mattarella, è la svolta di una “terza Repubblica”. Per dirla in chiave salviniana, la necessità di riportare l’Italia al centro della politica internazionale con un certo peso ed una certa influenza. A parlare di politica estera al tavolo del contratto di Governo nazionale sono, forse non a caso, così come usciti dalle urne, gli euroscettici leghisti e gli euroscettici – oggi apparentemente moderati – pentastellati.

Qui si fa l’Italia o si muore. Celebre frase pronunciata quando ad opera di mercenari ed avanzi di galera venne depredato il Regno delle Due Sicilie ed unificata l’Italia a suon di massoneria ed armi. Oggi sembra che ci si trovi di fronte ad un nuovo bivio, in parte simile ma senza mercenari armati spacciati per eroi. Strana coincidenza: le parti che stanno formando il Governo sono rappresentanze quasi plebiscitarie rispettivamente del sud e del nord del Paese con una linea di confine che corrisponde pressappoco all’antico confine del Regno delle Due Sicilie. L’Italia sta affrontando una nuova fase della mutazione europea. Una fase estremamente delicata in cui il Paese verrebbe schiacciato senza scrupoli nel caso si allontanasse dal progetto “Unione europea” ed in cui sta per essere schiacciato proprio dalle politiche della stessa Unione. In questo momento storico in cui la Francia di Emmanuel Macron riprende in pieno la vecchia vena colonialista dell’Eliseo, tentando perfino di competere con gli Stati Uniti ed il Regno Unito su molti scenari come quello mediorientale e quello centroafricano, l’Italia deve riprendere consapevolezza delle proprie armi – non quelle militari – e battere il pugno sul tavolo di Bruxelles come non ha mai fatto Matteo Renzi e come non avrebbero mai potuto fare altri leader protempore nazionali. Per poter ingaggiare una simile battaglia politica con l’UE sono infatti minimi indispensabili dei combattenti italiani che non hanno affari in ballo né motivi di possibili ricatti e, soprattutto, il sostegno del popolo italiano. Il rischio, paventato da molti scettici, che questo governo – come sperano i cultori dei pop corn – possa fallire su tutto c’è, esattamente come per ogni Governo. Sicuramente non erano più rassicuranti quei governi diretti da vecchi lupi della politica, dilaniati da divergenze ed interessi interni con tanto di maggioranze parlamentari risicate. Potrebbe fallire, ma potrebbe anche trionfare. Gli elettori delusi – quelli che non avevano votato nè M5S né Lega – devono adesso decidere se riporre fiducia nel regista di questa storica operazione, in quell’uomo da vecchia scuola che siede al Quirinale, o credere che il presidente della Repubblica stia tentando di condurre l’Italia verso il fallimento. In ogni caso, quanto hanno dichiarato i due giovani capi politici che stanno tentando di unire le forze, e che il presidente della Repubblica ha sigillato con il suo silenzio presidenziale, è che questo sarà un Governo solido e risolutivo oppure si tornerà alle urne con un Governo del presidente.

Ed il nome presidente del Consiglio “terzo” che tanto appassiona con il suo “toto-nome”? Lo dirà Sergio Mattarella dopo che gli elettori M5S e Lega avranno approvato il programma di Governo, ovvio!

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