A Speech of John Milton, for the Liberty of Unlicensed Printing, to the Parliament of England

Oggi si celebra il “World Press Freedom Day”. Proclamato dall’Onu nel 1993, celebra la libertà di stampa nel mondo, difende i media, tutela l’informazione e tutti i giornalisti che quotidianamente rischiano la vita per documentare ciò che accade nel mondo

In copertina: il manifesto del “World Press Freedom Day” 2018

di Roberto Greco

Era l’anno 1644 quando il Parlamento inglese ricevette uno scritto da parte dell’autore di Paradise Lost, John Milton. Già noto per i suoi toni critici nei confronti di una società, a suo dire, falsamente democratica, questo autore combatté con forza i problemi dovuti alla censura inglese sui testi scritti e contro il noto Licensing Act, la legge inglese sulla censura. Lo scritto in questione, il cui titolo completo è Areopagitica. A Speech of John Milton, for the Liberty of Unlicensed Printing, to the Parliament of England, è un inno al libro, visto come miniera di vita e di ragione, equiparato al creatore. La sua visione, definita eretica, si divide in tre parti principali. Nella prima parte Milton ripercorre brevemente la storia della censura dagli ateniesi fino all’Imprimatur della Chiesa cattolica, nella seconda parte si illustrano i motivi per cui il Licensing Act non può sortire alcun effetto positivo e, nella terza ed ultima parte, si discutono i danni prodotti dalla norma. Areopagitica tratta del rapporto fra il principio di libertà e il principio di autorità, temi a dir poco fondamentali nel periodo storico preso in considerazione e nel quale tante sono state le battaglie intraprese proprio in virtù di tale contrasto. Nel Discorso di Milton si esalta il principio di libertà affiancandolo alla diversità, la contrapposizione tra differenze politiche e morali, donando a ogni capitolo, ad ogni periodo, ad ogni singolo lemma, il carattere universale in difesa della libertà di coscienza da esternare attraverso la scrittura.

Oggi, il libro di Milton e il World Press Freedom Day ci costringono a pensare alla situazione attuale. La Turchia è diventata un grande carcere per i giornalisti. Ben centocinquanta sono richiusi in attesa di processi che non arriveranno mai. In Egitto, i cronisti vengono arrestati con l’accusa di terrorismo perché raccontano complicità e corruzione dei regimi. Nel Sudan, nello Yemen e in Siria, sono invece i Signori della guerra che hanno interesse a colpire i cronisti e le carceri cinesi sono oramai colme di blogger non graditi al regime. In Italia oggi contiamo diciannove cronisti costretti a vivere sotto scorta a causa delle minacce ricevuta da Cosa Nostra, dalla Camorra o dalla ‘Ndrangheta. Ancora oggi, come quarant’anni fa, indagare in Italia su discariche abusive, su appalti pubblici, su alleanze tra pezzi dello Stato e la criminalità organizzata, vuol dire trovarsi nel centro del mirino.

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