Disonorato Quirinale

di Mauro Seminara

di Mauro Seminara

Questo primo giro di consultazioni, arrivate dopo le improbabili elezioni politiche del 4 marzo, le ricorderemo sicuramente per tre aspetti che le caratterizzano.

Le consultazioni si sono concluse con un nulla di fatto e il presidente della Repubblica, in altri termini, le ha definite sostanzialmente inutili sottolineando che per un mandato di formazione del nuovo Governo italiano serve un accordo tra due delle tre forze politiche che sono venute fuori dalle urne. “È indispensabile, quindi – in base alle regole della nostra democrazia – che vi siano delle intese tra più parti politiche per formare una coalizione che possa avere la maggioranza in Parlamento e quindi far nascere e sostenere un governo.” Così il presidente Mattarella al termine del secondo ed ultimo giorno del primo giro di consultazioni.

Il primo dei tre motivi per cui difficilmente dimenticheremo queste consultazioni riguarda proprio le consultazioni nella loro natura. Alle consultazioni, sostanzialmente, il presidente della Repubblica riceve ed ascolta tutte le parti politiche per poi decidere come procedere ed a chi conferire l’onere di tentare la formazione di un Governo. In questo strano caso, l’impressione netta è stata quella di un presidente della Repubblica che ha si ricevuto le parti politiche, ma non per ascoltare. Uno dopo l’altro, dopo la seconda e terza carica dello Stato ed il presidente emerito della Repubblica, il presidente in carica ha ricevuto nel suo studio otto rappresentanze politiche: Gruppo per le Autonomie; Gruppo Misto che si è presentato separato con Gruppo Misto Senato, prima, e Gruppo Misto Camera dopo; Gruppo Fratelli d’Italia; Gruppo Partito Democratico; Gruppo “Forza Italia – Berlusconi Presidente”; Gruppo “Lega – Salvini Premier”; Gruppo Movimento Cinque Stelle. Tutti sono andati al Quirinale, al cospetto del presidente della Repubblica, per sentire cosa il presidente intende fare più che per dire come intendono procedere. Perché ogni gruppo parlamentare è ancora troppo intento nello studio dell’avversario e nessuno intende muoversi. D’altro canto, ogni gruppo si trova adesso in una posizione che, in gergo scacchista, potrebbe portare il giocatore ad una “matta” con qualunque mossa. Quindi tutti pendevano dalle labbra di Mattarella, speranzosi di un cenno, un suggerimento, un indizio su come poter giocare la partita. Il capo dello Stato propende per il Governo di transizione oppure pretende un Governo politico? Opterebbe per nuove elezioni oppure concederebbe l’intero mandato quinquennale con qualunque orgiastica alleanza da Kamasutra? L’unica certezza è quella che lo stesso Sergio Mattarella ha annunciato nel suo discorso di fine giro: “Farò trascorrere qualche giorno di riflessione, anche sulla base della esigenza di maggior tempo che mi è stata prospettata durante i colloqui da molte parti politiche.” Altro giro, altra corsa la prossima settimana.

Il secondo motivo per cui difficilmente dimenticheremo queste consultazioni, ma soprattutto non le dimenticheranno mai le varie parti politiche e la stampa nazionale, quella definibile “mainstream”, è che sembra proprio i giovani ed inesperti grillini le stiano suonando di santa ragione a tutti quanti. Erano quelli giovani che non avevano esperienza e neanche competenze. Erano quelli che prima di pretendere di governare il Paese facevano gli steward ai tornelli e non avevano alcuna esperienza lavorativa degna di curriculum blasonato con cui ambire a prestigiosi incarichi pubblici. Erano quelli che si potevano chiamare “grillini” per definirli meglio nelle loro caratteristiche di piccoli urlatori seguaci di un comico. Chissà quanti, in questi giorni intensi e ricchi di suspense in cui tutte le redazioni inseguono vorticosamente la notizia, la dichiarazione ed anche l’interpretazione del linguaggio del corpo, in cui il mainstream di cui sopra è ancor più indaffarato nel dover tradurre ogni miserabile colpo incassato come un possibile punto a favore, si rendono veramente conto di come i “grillini” stiano conducendo il gioco senza offrire alcun margine di manovra agli avversari. Chissà se hanno realizzato che i pischelli hanno messo alle corde “il caimano”, ed anche “Renzie”, insieme a Salvini e baracche e burattini. Hanno raggiunto oltre il 32% alle elezioni e si sono chiusi in un assordante silenzio stampa che ha costretto gli altri ad avvitarsi sulle loro stesse nervose dichiarazioni post voto, o post sconfitta. Hanno intavolato la proposta di Don Vito Corleone, quella “che non si può rifiutare”, ma avvelenata: quella che non si può accettare pur sapendo che non la si può neanche rifiutare senza dar loro ancora più vantaggio. Hanno aperto in due i partiti e le coalizioni e li stanno adesso lasciando come si lascia una coppia a cui è stato inculcato il tarlo del tradimento da parte di uno dei coniugi. La fu ampia corrente renziana nel Partito Democratico non si sa quanto potrà reggere prima della richiesta di divorzio e Salvini, che non può tradire il centrodestra, finirà per sperare che sia Berlusconi l’adultero così da togliersi il peso…morto. Il centrodestra è unito. Eppure basta poco per instillare il dubbio; per scatenare la gelosia morbosa e distruttiva. Basta quel “sono loro che sono andati separati dal presidente, non sono io che li voglio separare”, oppure quell’ancor più subdolo “noi vediamo maggiore punti di coesione con il PD, ma anche la Lega…” che sta dilaniando dall’interno renziani, franceschiniani e piddiani vari. Ed al contempo la stampa non riesce a venir fuori dall’analisi ossessiva di ogni singolo cenno del Movimento Cinque Stelle. Tra non molto potremmo rischiare di dover assistere ad una Lilly Gruber con voce da posseduta del film “L’esorcista” intimare ad un grillino qualunque un “Ditemi con chi cazzo volete allearvi!”. Una scena pietosa, che lascia presagire simili effetti speciali, l’ha quasi fatta Andrea Orlando. Secondo il dimissionario ministro, il Partito Democratico non intende vedere quali punti può proporre e quali ci si può accollare nel “contratto alla tedesca” proposto dal M5S perché questi non sono chiari con quel loro “o il PD o la Lega”. Quindi, per il precedente candidato alla segreteria del PD, Luigi Di Maio dovrebbe presentarsi al Nazareno con un bel mazzo di fiori ed un anello e fare una vera dichiarazione d’amore al partito fu di centrosinistra; anche giurando che con la Lega non fa sul serio, che “era solo per farli ingelosire”. Altrimenti il PD dall’opposizione non si muove neanche per andare a vedere cosa il M5S propone. Saranno pure giovani ed inesperti, ma a questo giro, politicamente parlando, li stanno menando che neanche Bud Spencer e Terence Hill.

La terza indimenticabile immagine di queste consultazioni è quella del disonore al palazzo della presidenza della Repubblica italiana, seduto in salotto ed allegro come un bambino che torna a Disney Land dopo una severa punizione. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con estremo dispiacere per quanti nutrono grande apprezzamento e stima nei suoi confronti (ci vuole poco dopo Napolitano!), ha compiuto quell’atto istituzionale per il quale si temeva già nei giorni scorsi l’esigenza di un istituzionale velo di pietà. Nello stesso giorno in cui da giornali e telegiornali veniva data la notizia del respingimento, da parte della Corte europea dei diritti umani, della sospensione della pena inflitta al cofondatore di Forza Italia – condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa – Marcello Dell’Utri, il presidente della Repubblica accoglieva nel suo studio al Quirinale il socio del prigioniero, Silvio Berlusconi, in qualità di leader di quella stessa Forza Italia ideata insieme all’amico palermitano mentre quest’ultimo teneva i rapporti con Cosa Nostra. Dell’Utri sconta una pena per accertati rapporti con i vertici di Cosa Nostra tra il 1970 ed il 1992. Oltre ai sette anni, Dell’Utri ha altri problemi in vista. Problemi che lo vedono ancora una volta insieme a Silvio Berlusconi e che non riguardano mafiosi assunti come stallieri ad Arcore. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono indagati dalla Procura di Firenze perché sospettati di essere tra i possibili mandanti occulti degli attentati che nel 1993 colpirono Firenze, Roma e Milano nel pieno clima di terrore della cosiddetta “strategia della tensione” che seguì le stragi siciliane del 1992 in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte. Se questo non era sufficiente perché al Colle ci si pensasse un po’ di più, magari invitando il signor ex cavaliere ad inviare un fidato emissario in sua vece, allora si potrebbe andare al sodo e mettere da parte le accuse ed i sospetti insieme alle sentenze indirette – quella che condanna Dell’Utri comprovando i rapporti di Berlusconi con la mafia – e le indagini in corso: Silvio Berlusconi è un condannato che sconta la pena ausiliaria dell’interdizione dai pubblici uffici. Il signor presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha quindi discusso delle sorti del Paese, delle maggioranze nel Parlamento italiano, del Governo italiano, con uno che non può neanche andare a votare. Con uno che in un ente pubblico non potrebbe neanche essere assunto come usciere o come fattorino. Chissà se la stampa si interroga su questo invece di criticare il grillino Di Maio per il veto a Berlusconi in eventuale coalizione. Chissà se il presidente delle Repubblica si è reso conto di aver disonorato il Quirinale.

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