Lampedusa: storie di straordinaria resistenza

Da metà gennaio, per chi è riuscito a “bruciare la frontiera”, qualcosa improvvisamente è cambiato fino ad arrivare al 13 marzo scorso, quando l’Hotspot in cui erano trattenuti centinaia di profughi, viene ufficialmente e “temporaneamente” chiuso per ristrutturazione, anche se alcune decine di migranti restano comunque rinchiusi nella sola zona rimasta agibile dopo l’incendio del’8 marzo

di Stefano Galieni

I migranti tunisini, rinchiusi a Lampedusa, fino a gennaio sembravano avere il destino segnato. L’impossibilità di formalizzare concretamente la loro richiesta di protezione internazionale all’interno dell’hot spot di Lampedusa e i due voli di ripatrio alla settimana, in partenza da Palermo verso Tunisi, sancivano, fino a poco tempo, fa la fine del sogno e il mesto ritorno in un paese da cui avrebbero poi riprovato a fuggire. Fra corruzione, crisi economica e repressione indiscriminata verso chi protesta, oggi, quasi come ai tempi di Ben Alì, restare in Tunisia è difficile. Da metà gennaio, per chi è riuscito a “bruciare la frontiera”, qualcosa improvvisamente è cambiato fino ad arrivare al 13 marzo scorso, quando l’Hotspot in cui erano trattenuti centinaia di profughi, viene ufficialmente e “temporaneamente” chiuso per ristrutturazione, anche se alcune decine di migranti restano comunque rinchiusi nella sola zona rimasta agibile dopo l’incendio del’8 marzo. Circa 200 vengono smistati nei CPR di varie località italiane. Per 24 di loro viene disposto dal questore il trattenimento nel CPR (ex CIE) di Corso Brunelleschi, a Torino, in attesa di essere espulsi. Il 22 marzo tuttavia il Giudice del Tribunale del capoluogo piemontese rigetta la richiesta fatta dalla Questura, di convalida di trattenimento del CPR, per 24 di loro, 23 dei quali difesi dalla nostra Alessandra Ballerini e dai colleghi Gianluca Vitale e Massimo Pastore.

Questa l’intera storia

Erano arrivati a Lampedusa, insieme ad un’altra settantina di compatrioti a metà gennaio. Le condizioni invivibili all’interno dell’hotspot (documentate anche dai rapporti del Garante delle persone private della libertà e dai report delle visite della Parlamentare Elly Schlein) e la minaccia incombente del rimpatrio forzato spingevano molti di loro ad avviare una protesta che li ha visti per giorni dormire all’addiaccio davanti al sagrato della Parrocchia dell’isola, rifiutando il cibo e arrivando a cucirsi le labbra. Nell’isola e fra i migranti era ancora vivo e tremendo il ricordo del ragazzo che il 5 gennaio si era tolto la vita non sopportando né la vita nel centro né, peggio, il rimpatrio imminente.

Davanti alle telecamere dei giornalisti giunti sul luogo, i profughi hanno raccontato le ragioni del loro pericoloso viaggio, denunciando apertamente la corruzione del governo tunisino che ha sottratto loro la possibilità di un futuro dignitoso e il timore delle rappresaglie cui sarebbero sottoposti in caso di rimpatrio.

Per queste stesse ragioni decidono di richiedere protezione internazionale

Questa richiesta, per non restare inascoltata, viene sottoscritta di loro pugno contestualmente alla nomina dell’avvocato di fiducia che per molti di loro è appunto Alessandra Ballerini, alla quale vengono inviate le suddette istanze perché non si perdano nel nulla come spesso accade.

La loro legale scrive quindi a tutte le autorità proposte chiedendo che venga consentito ai tunisini che ne hanno fatto richiesta di formalizzare la domanda di asilo con la compilazione del modello C3 di modo che non si rischi, come già purtroppo avvenuto, che la loro richiesta, non essendo “formale” resti ignorata e che i richiedenti vengano così, come nulla fosse, rimpatriati. Ne uccide più la burocrazia che la spada. E la banalità del male a Lampedusa è di casa.

In seguito a queste istanze, incredibilmente, sebbene sull’isola – da oltre vent’anni luogo di arrivo e permanenza di migliaia di migranti – non sia mai stato possibile formalizzare una richiesta d’asilo (“perchè mancano i moduli” è sempre stata l’inverosimile scusa), non solo i moduli C3 d’improvviso compaiono e viene consentito ai richiedenti asilo di compilarli per ufficializzare la richiesta di protezione, ma ben due commissioni territoriali vengono inviate nell’hotspot e in meno di tre giorni circa 86 persone riescono a ufficializzare la richiesta e ad espletare l’audizione in commissione (alcune della durata di 12 minuti!).

Altrettanto veloce purtroppo è l’esito notificato ai richiedenti nel giro di pochi giorni del rigetto nella quasi totalità dei casi

Quasi tutti i “diniegati” decidono di presentare ricorso all’Autorità Giudiziaria avverso il diniego di protezione, ma a questo punto l’iter sembra interrompersi: i ragazzi rimangono di fatto bloccati sull’isola e a nulla valgono le innumerevoli richieste inoltrate dal loro legale per ottenere il dovuto permesso per richiesta asilo, che spetta di diritto quando si è in attesa dell’esito del ricorso, ed il trasferimento in un luogo di accoglienza idoneo.

Le condizioni di vita all’interno del centro di Contrada Imbriacola, nel frattempo, non fanno che peggiorare anche a causa dei costanti arrivi di nuovi migranti dalla Tunisia che hanno portato l’hotspot al collasso e alla rivolta dell’8 marzo, nel corso della quale viene appiccato un incendio all’interno della struttura.

La parziale distruzione del centro (più che le invivibili condizioni cui sono sottoposte da sempre le persone costrette all’interno) spinge il Ministero degli Interni a disporre la chiusura dell’hotspot mentre i quattro presunti responsabili dell’incendio vengono arrestati.

Senza alcun preavviso e senza che ne venga data notizia al loro legale, 24 ragazzi vengono trasferiti a Torino e rinchiusi nel Centro Permanente per i Rimpatri, nonostante il loro status di “richiedenti asilo”: la Questura ne chiede il trattenimento sul presupposto della loro “pericolosità sociale”, fondata sulla loro mera presenza all’interno dell’hotspot la notte dell’8 marzo.

Il Giudice del Tribunale di Torino ha rigettato la richiesta sul duplice presupposto dell’inammissibile “standardizzazione” dell’elemento della pericolosità affermato per tutti i 24 ricorrenti e della assoluta mancanza di prova sulla sussistenza di tale requisito.

Questo il testo di una delle ordinanze di non convalida emesse in favore dei nostri assistiti: “Il Giudice Designato a scioglimento della riserva assunta all’udienza in data 22/03/2018 ha pronunciato la seguente ORDINANZAvista la richiesta depositata dalla Questura di Torino in data 21.3.2018, avente ad oggetto la convalida del trattenimento presso il C.P.R. (Centro di Permanenza per i Rimpatri) “Brunelleschi” di Torino del sig. , nato a in TUNISIA in data…. , cittadino tunisino, – dato atto che la richiesta di convalida è motivata con l’avvenuta presentazione, in data, di domanda di protezione internazionale e con la necessità di consentire l’espletamento della relativa procedura; – rilevato che il sig. ha fatto ingresso al C.P.R. in forza di provvedimento di trattenimento del Questore di Agrigento in data 20.3.2018 adottato ai sensi dell’art. 6, comma 2 lett. C), D.Lgs. n. 142/2015, in quanto il trattenuto costituisce un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica; rilevato che il provvedimento riconduce detta valutazione di pericolosità ad eventi verificatesi l’8 marzo scorso (nella specie: il trattenuto avrebbe partecipato ad una protesta all’interno dell’Hotspot di Lampedusa, sfociata nell’incendio di alcuni locali al primo piano, e tentato altresì di impedire ai vigili del fuoco l’accesso alla zona interessata dal fuoco); – – osservato che la dinamica dei fatti, come attestata nel provvedimento del Questore, risulta contestata sia dal trattenuto che dal suo difensore; – preso atto dell’art. 6, comma 2, D.Lgs. n. 142/2015, prevede testualmente: “2. Il richiedente è trattenuto, ove possibile in appositi spazi, nei centri di cui all’articolo 14 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, sulla base di una valutazione caso per caso, quando: a) si trova nelle condizioni previste dall’articolo 1, paragrafo F della Convenzione relativa allo status di rifugiato, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, ratificata con la legge 24 luglio 1954, n. 722, e modificata dal protocollo di New York del 31 gennaio 1967, ratificato con la legge 14 febbraio 1970, n. 95; b) si trova nelle condizioni di cui all’articolo 13, commi 1 e 2, lettera c), del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e nei casi di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155; c) costituisce un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica. – preso atto che nel corso dell’udienza è stato allegato e documentato che , ……ha presentato domanda di protezione internazionale in ordine alla quale si è già pronunciata la Commissione Territoriale ed è pendente il ricorso avverso tale decisione( circostanza ignorata dalla Questura di Agrigento ); – ritenuto, sotto il profilo processuale, che in difetto di prova che la Commissione abbia concluso per la manifesta infondatezza della domanda, il provvedimento di rigetto debba intendersi sospeso ex lege con conseguente applicabilità dell’art. 6 ( circostanza confermata dal decreto di fissazione di udienza del Tribunale di Palermo) – osservato nel merito che la Questura di Agrigento, con identico provvedimento in 23 procedimenti esaminati nel corso dell’odierna udienza, ha ritenuto realizzato il pericolo per l’ordine e la sicurezza osservando che : “costituisce un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica in quanto lo stesso, nella giornata dell’8 marzo, unitamente ad altri connazionali, inscenava una vibrata protesta all’interno dell’HOTSPOT di Lampedusa che culminava con l’incendio di alcuni locali posti al 1° piano di un padiglione, poneva comportamenti diretti ad impedire il soccorso degli ospiti rimasti nelle stanze del piano terra del fabbricato nonché bloccava assieme ad altri connazionali l’accesso all’interno dell’area interessata dall’incendio delle autopompe dei vigili del fuoco impedendone l’intervento per oltre 10 minuti, bloccando finanche l’evacuazione del personale civile in servizio nella struttura stessa, creando con il suo comportamento una turbativa concreta per l’ordine e la sicurezza pubblica all’interno del centro; -rilevato tuttavia che tale standardizzato assunto di partecipazione ai fatti contestati non sia supportato da alcun elemento, che consenta di ritenere in qualche modo provata la pericolosità del singolo trattenuto, soprattutto tenuto conto che nella valutazione della pericolosità si deve tenere conto di eventuali condanne mentre a carico del trattenuto non vi è alcuna ipotesi di reato; – osservato ancora che il giudizio di pericolosità è ulteriormente indebolito dal fatto che tra la data degli eventi – ovvero l’8.3.2018- e la data del trattenimento è decorso un significativo lasso di tempo durante il quale il trattenuto è rimasto nel medesimo centro senza manifestare alcun segnale di pericolosità; – ritenuto pertanto che non vi sono i presupposti per la convalida del trattenimento

P.Q.M. NON CONVALIDA il provvedimento di trattenimento del Questore di Agrigento in data 20.3.2018 nei confronti del signor…”

Va detto che altri cittadini tunisini erano stati nel frattempo portati nei CPR di Potenza e Brindisi e per loro sembra sia stato convalidato il trattenimento.

Dal centro di Lampedusa sono partiti ieri gli ultimi 47 richiedenti asilo rimasti prigionieri sull’isola in nave, con destinazione Porto Empedocle verso centri di accoglienza e non di rimpatrio in attesa che il Tribunale di Palermo decida sul loro ricorso avverso il rifiuto della richiesta di protezione internazionale.

C’è una interpretazione politica da dare a quanto accaduto: un braccio di ferro fra l’ancora ministro dell’Interno Marco Minniti, i funzionari governativi preposti al Viminale e nelle varie prefetture da una parte ed i profughi di Lampedusa (e chi li difende) dall’altra. Ad oggi il ministro ne esce sconfitto in base ad una corretta interpretazione delle norme internazionali. “C’è ancora un giudice a Torino” verrebbe da dire, parafrasando Brecht. Ma quella che si è vinta è solo una piccola battaglia, per utilizzare un poco gradito a chi scrive, linguaggio militaresco.

Ricostruire le fasi di questa contesa è utile e doveroso: i richiedenti asilo vengono prima illegittimamente trattenuti nell’Hotspot di Lampedusa, ben oltre i tempi costituzionalmente prestabiliti e vengono predisposti i rimpatri bisettimanali; chi è nel centro reagisce come può, anche con la protesta e le azioni di autolesionismo (fino al suicidio) pur di non essere rimpatriato; ma sull’isola non è possibile formalizzare la richiesta di asilo; allora i profughi e il loro legale si ingegnano come si può e quella legittima e salvifica richiesta viene scritta a mano su semplici fogli bianchi inviati a tutte le autorità competenti; a questo punto, di fronte a queste istanze, sembra finalmente consentito l’accesso alla procedura per formalizzare la richiesta di asilo (compaiono a Lampedusa anche gli ormai mitici “modelli C3” e le commissioni territoriali per le audizioni); subito dopo le audizioni però piovono a raffica i dinieghi e contemporaneamente partono i ricorsi che sospendono i rifiuti e vengono inviate le richieste di permesso di soggiorno; tutto pare fermarsi: poi la questura prova trasferire decine di loro nel Cpr di Torino sostenendo un fantasioso pericolo di fuga ma il Giudice non può che decidere di liberare i richiedenti asilo i quali, lungi dal voler scappare, avevano richiesto, tramite il loro legale, il rilascio del permesso di soggiorno; la rivolta di marzo e l’incendio che rende inagibile parte della struttura offre la scusa alla questura per disperdere i richiedenti asilo nei Cpr sparsi nel territorio nazionale, già bollati col marchio di persone “pericolose” da espellere. Ma alla fine, grazie al lavoro dei legali il meccanismo si inceppa ancora, anche perché un giudice non accetta di considerare indiscriminatamente complici o corresponsabili di un reato, tutti i presenti (dopo che gli unici quattro responsabili dell’incendio erano anche stati arrestati). Una parte dei migranti riesce ad avvalersi di tale logica interpretazione e torna di fatto in libertà, consapevoli che il loro futuro dipenderà da quanto si deciderà sul loro ricorso contro il diniego della protezione internazionale. Un’altra è ancora incomprensibilmente ancora rinchiusa a Potenza e a Brindisi, come se le decisioni prese a Torino non fossero valide nel resto del Paese.

Gli ultimi 47 profughi miracolosamente scampati a questo vortice folle di trasferimenti, trattenimenti e udienze ed ancora rinchiusi nell’hot spot, vengono trasferiti ieri mattina dall’isola di Lampedusa verso centri “aperti” di accoglienza nell’agrigentino. E le loro telefonate di gratitudine e gioia sono una festa per le orecchie di chi li può ascoltare.

Da ultimo va detto che tutto questo turbinio di trasferimenti, di immotivate detenzioni, di conseguenti ed inevitabili attività legali e giudiziarie, viene a costare un patrimonio alle casse dello Stato. Bastava parlare con i destinatari dei vari provvedimenti per scoprire che gran parte di loro ha parenti in grado di ospitarli in Italia e che non hanno alcuna intenzione di gravare sul nostro assistenzialismo securitario. Soldi gettati inutilmente viene da dire, semplicemente nel tentativo di far valere la ragione del più forte e non quella del diritto.

Cosa accadrà ora all’hotspot di Lampedusa? Quel crocevia è infatti importante sia dal punto di vista strategico sia simbolico. Sarà fondamentale capire quale sarà il governo che dovrà gestirne, soprattutto dal Viminale, la fase di ristrutturazione e adeguamento. A chi scrive viene il forte timore di saperlo ampliato e riportato alla sua logica di centro di detenzione (oggi CPR), visto il fallimento della politica degli hotspot. Sarebbe estremamente interessante capire cosa si va elaborando in proposito negli ambiti di quelli che potrebbero essere i prossimi partiti di governo, accomunati dal fatto che ridurre il numero degli arrivi di migranti e aumentare quello delle espulsioni potrebbe contribuire a nascondere sotto il tappeto le tante promesse che non riusciranno a mantenere. Il prossimo inquilino del Viminale avrà bisogno di risorse economiche e umane per ottenere questi obiettivi. Chissà se gli uomini che da tanti anni gestiscono, indipendentemente dalla conformazione governativa, operativamente, queste tematiche, resteranno le stesse? Chissà se sapranno imparare dagli errori.

Chissà se sapranno ascoltare le uniche voci affidabili e sensate: quelle chi nell’isola ci vive e che meglio di tutti sanno che sull’isola non ci può essere nessun centro di privazione della libertà ma solo ed unicamente un “ricovero” di prima accoglienza e soccorso per chi approda stremato dopo un viaggio massacrante.

Intanto, almeno oggi che l’isola è tornata a essere un paradiso e non il simbolo di un luogo di privazione dei diritti, di fronte ad un piccolo, faticosissimo, risultato di libertà, è giusto permettersi di mostrare la lingua a chi pensava di aver risolto, con la forza e nella repressione, ogni problema.

Articolo di Stefano Galieni per ADIFAssociazione Diritti e Frontiere reperibile su www.a-dif.org

(Contenuto concesso da ADIF a Mediterraneo Cronaca)

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